ECONOMIA & SOCIETÀ

Risanare la politica degli Stati Uniti

Cosa possono e devono fare le imprese per rivitalizzare la democrazia in America. E nel resto del mondo.

Katherine M. Gehl, Michael E. Porter

Settembre 2020

RISANARE LA POLITICA DEGLI STATI UNITI

CONDIZIONATO DA LOTTE PARTITICHE senza precedenti, il Congresso degli Stati Uniti è in una situazione di stallo, bloccato in una battaglia permanente incapace di produrre risultati. A molti americani - e al resto del mondo - sembra che il nostro sistema politico sia così irrazionale e disfunzionale da essere in condizioni irreparabili.

È vero, i repubblicani e i democratici hanno recentemente approvato un’importante legislazione volta a stabilizzare un’economia devastata dagli effetti della pandemia di Covid-19. Ma questo non va preso come un segnale incoraggiante sul sistema politico in quanto tale. In realtà, riflette uno schema familiare: una parvenza di bipartitismo emerge nel bel mezzo di una crisi nazionale, quando i due partiti temono una reciproca distruzione elettorale se non ottengono qualcosa. Si accordano su una risposta d’emergenza e pubblicizzano ampiamente il loro successo, anche se nei fatti si sono solo messi d’accordo per trasferirne il costo alle generazioni future. Quando la crisi in corso si placherà, il Congresso tornerà a una politica di ordinaria amministrazione che non riesce a risolvere le nostre molte altre sfide attuali e a prevenire crisi future.

Ma non deve essere per forza così.

Esistono potenti soluzioni - che probabilmente non vi sono familiari - che possono essere implementate nel giro di anni, non di decenni. Nel nostro nuovo libro, The Politics Industry: How Political Innovation Can Break Partisan Gridlock and Save Our Democracy, abbandoniamo la concezione convenzionale della politica statunitense. Il problema non è specificamente politico, o un problema di politica, o un problema di polarizzazione: è un problema di sistema. Lungi dall’essere “fallimentare”, il nostro sistema politico sta facendo esattamente quello per cui è stato progettato. Non è stato costruito per fornire risultati nell’interesse pubblico o per promuovere innovazioni in politica, né esige l’assunzione di responsabilità per il mancato raggiungimento di tali obiettivi. Al contrario, la maggior parte delle regole che modellano il comportamento e i risultati quotidiani è stata perversamente ottimizzata - o addirittura espressamente creata - a beneficio del duopolio radicato al centro del nostro sistema politico: i Democratici e i Repubblicani (e gli attori che li circondano), quello che collettivamente chiamiamo il complesso politico-industriale.

Basandoci sui più recenti sviluppi della teoria sull’industria della politica di Katherine e sui decenni da lei trascorsi in posizioni di business leadership, nonché sulle fondamentali opere di Michael sulla concorrenza, siamo giunti a cinque conclusioni chiave sulla natura della politica statunitense e sui rimedi per le sue disfunzioni:

- Anche se la gente tende a pensare al sistema politico americano come a un’istituzione pubblica basata su elevati principi e su strutture e pratiche imparziali derivate dalla Costituzione, di fatto non lo è. La politica si comporta secondo gli stessi tipi di incentivi e forze che modellano la concorrenza in qualsiasi industria privata.

- Le disfunzioni dell’industria della politica sono perpetuate da una concorrenza malsana e da barriere all’ingresso che garantiscono la posizione del duopolio a prescindere dai risultati.

- Il nostro sistema politico non si correggerà da solo. Non ci sono forze di contrasto o regolatori indipendenti e competenti in grado di ripristinare una sana concorrenza.

- Determinati cambiamenti strategici alle regole del gioco nelle elezioni e nel processo legislativo potrebbero modificare gli incentivi in modo da creare una sana concorrenza, innovazione e responsabilità.

- Il business, nel perseguire i suoi interessi a breve termine, è diventato un partecipante di forte peso del complesso politico-industriale, aggravandone le disfunzioni. La business community deve riesaminare il proprio modello d’impegno e sostenere innovazioni politiche strutturali che a lungo termine andrebbero a beneficio sia delle imprese che della società.

 

CONCORRENZA MALSANA

Per esaminare il funzionamento del sistema attuale, abbiamo applicato lo schema delle Cinque Forze sviluppato originariamente per spiegare la struttura dell'industria e i suoi effetti sulla concorrenza nei settori for profit. Questo schema getta luce sulle cause che stanno alla radice delle disfunzioni politiche e indica le leve di trasformazione più potenti.

L'industria della politica è guidata dalle stesse cinque forze che modellano la concorrenza in qualsiasi settore: la natura e l'intensità della competizione; il potere del compratore; il potere dei fornitori; la minaccia di nuovi concorrenti; e la pressione dei sostituti che competono in nuovi modi. Le relazioni dinamiche tra queste forze determinano in un dato settore la natura della concorrenza, il valore creato e il potere di catturare tale valore.

Una sana concorrenza in un settore premia tutti. I rivali competono ferocemente per servire meglio le esigenze dei clienti. I canali utilizzati per raggiungere i clienti rafforzano una sana concorrenza educando i clienti e stimolando i competitor a produrre prodotti e servizi migliori. I fornitori competono per fornire input migliori che consentono ai rivali di migliorare i loro prodotti e servizi. I nuovi concorrenti e i sostituti promuovono l’innovazione e premono sulla concorrenza esistente, sempre che non siano ostacolati da elevate barriere all’ingresso. I clienti hanno il potere di penalizzare i concorrenti che offrono prodotti e servizi scadenti esercitando le loro scelte altrove. Nei settori che funzionano, le rivalità vanno bene nei limiti in cui i clienti sono soddisfatti.

Nell’industria della politica non abbiamo questo tipo di sana concorrenza, al contrario. La concorrenza si svolge su due livelli chiave: la competizione per vincere le elezioni e la competizione per approvare (o bloccare) delle leggi. Le nostre elezioni e le nostre leggi stanno affogando in una malsana competizione basata su chi vince contro chi perde: il duopolio vince e l’interesse pubblico perde. Questo tragico risultato è conseguenza della struttura dell’industria della politica.

L’applicazione delle Cinque Forze alla politica rivela i problemi chiave. I rivali (i Democratici e i Repubblicani) si sono trincerati nel loro duopolio in modo da stare bene anche se i clienti che dovrebbero servire (cittadini ed elettori) sono profondamente insoddisfatti. I rivali si differenziano dividendo gli elettori secondo interessi ideologici e di parte. Si rivolgono a partigianerie che si escludono a vicenda e a interessi particolari per ridurre al minimo la sovrapposizione sui clienti principali. Questa divisione aumenta la fidelizzazione dei clienti e riduce l’assunzione di responsabilità. Ognuno compete per rafforzare la divisione demonizzando l’altra parte invece di fornire soluzioni pratiche che, con ogni probabilità, richiederebbero un compromesso.

I canali (copertura mediatica, pubblicità, coinvolgimento diretto degli elettori) e i fornitori (candidati, lobbisti, possessori di dati sugli elettori) sono stati compromessi e cooptati per servire gli interessi del duopolio. E la maggior parte dei clienti ha un’influenza molto limitata, in gran parte perché i sostituti e i nuovi concorrenti sono stati effettivamente bloccati.

Le barriere all'ingresso di nuovi concorrenti (come un nuovo partito politico) o di sostituti (come gli indipendenti) sono colossali e il duopolio coopera per rafforzare tali barriere ogni volta che è possibile. Ad esempio, per tenere a bada i nuovi concorrenti, il duopolio ha creato regole per la raccolta di fondi che consentono a un singolo donatore di contribuire con 855.000 dollari all’anno a un partito politico nazionale (democratici, repubblicani o entrambi), ma solo 5.600 dollari per ciclo elettorale - ogni due anni - a un comitato di candidati indipendenti.

Nessun nuovo grande partito politico è emerso dal 1854 quando i Whigs, contrari alla schiavitù, si separarono e formarono il Partito Repubblicano. Il Partito Progressista (1912) e il Partito della Riforma (1995) rappresentarono entrambi seri sforzi, ma riuscirono a eleggere solo pochi candidati e si sciolsero nel giro di un decennio. Nonostante la diffusa e crescente insoddisfazione nei confronti dei partiti esistenti, i partiti terzi contemporanei continuano ad andare male, come per esempio gli indipendenti, anche se più cittadini si identificano come indipendenti che come Democratici o Repubblicani.

 

LA MACCHINA DELLA POLITICA

Nell’industria della politica, le maggiori barriere all’ingresso – e quindi a buoni risultati politici – sono strutture e pratiche che ci sembrano perfettamente normali perché “sono sempre state così”. Tra queste, vi sono le primarie di partito, il voto a maggioranza relativa e un processo legislativo controllato dai partiti.

Utilizziamo i termini “macchina elettorale” e “macchina legislativa” per riferirci a norme, strutture e pratiche specifiche delle elezioni e dei processi legislativi. Insieme, esse forniscono ai cittadini risultati mediocri, con un meccanismo ormai perfettamente oliato. Per produrre risultati che siano nell’interesse pubblico e per garantire l’assunzione di responsabilità per tali risultati, dobbiamo riprogettare sia le elezioni sia la macchina legislativa.

La macchina elettorale. Le due caratteristiche della macchina elettorale maggiormente responsabili della malsana competizione odierna sono le primarie di partito e il voto a maggioranza relativa.

Per oltre l’80% dei seggi alla Camera degli Stati Uniti, le primarie di partito sono le uniche elezioni che contano, perché nelle elezioni generali per un partito il seggio è “sicuro”, indipendentemente da chi sia il candidato (per esempio, un democratico è quasi sicuro di vincere nella maggior parte dei “distretti blu” del Massachusetts, e un repubblicano nella maggior parte dei distretti “rossi” dell'Indiana). Poiché la piccola percentuale di elettori che partecipa alle primarie per il Congresso (spesso ben al di sotto del 20% nelle elezioni di medio termine) tende a essere più ideologizzata degli elettori nel loro complesso, le primarie costringono effettivamente i candidati di entrambe le parti a posizionarsi molto lontano dal centro.

Non è, tuttavia, il divario ideologico di per sé a creare il problema maggiore per il Paese. È il modo in cui le primarie di un partito influenzano il comportamento legislativo.

Quando i membri del Congresso considerano un disegno di legge bipartisan, basato sul compromesso, che rappresenta una soluzione efficace a un problema importante – come per esempio l’accesso all'assistenza sanitaria, un debito nazionale crescente, il cambiamento climatico – la loro principale preoccupazione si trova a essere se, votando sì, riusciranno a sopravvivere alle successive primarie di partito. Se pensano che sostenere il disegno di legge di compromesso pregiudicherà tale possibilità – e sulle questioni più importanti, da entrambe le parti, quasi sempre lo farà – allora l'incentivo razionale a farsi rieleggere imporrà loro di votare no. Questo rende praticamente impossibile che le due parti trovino un terreno comune per risolvere problemi difficili. Le primarie di partito creano una “cruna dell'ago” attraverso la quale nessun politico che voglia risolvere i problemi può riuscire a passare. Pertanto, i nostri processi politici non riescono a produrre risultati che vadano a beneficio dell’interesse pubblico. Nessuno si deve assumere alcuna responsabilità per questo fallimento perché non esiste la minaccia di una nuova concorrenza.

Dobbiamo ringraziare il voto a maggioranza relativa per tale mancanza di nuovi concorrenti. Quando i Padri Fondatori hanno progettato il nostro sistema, avevano pochi esempi di elezioni democratiche a cui riferirsi, così hanno preso in prestito il concetto dalla Gran Bretagna: il vincitore è la persona che ottiene il maggior numero di voti, ma non necessariamente la maggioranza. Per esempio, un candidato può vincere con il 34% in una corsa a tre, il che significa che il 66% degli elettori ha preferito qualcun altro.

Quasi 250 anni dopo, è chiaro che questo tipo di voto è tutt’altro che ottimale. Crea l’anticoncorrenziale “effetto spoiler”, grazie al quale un candidato che non ha probabilità di vincere toglie abbastanza voti a un candidato ideologicamente simile considerato un più probabile vincitore. I voti del candidato senza speranza “rovinano” la corsa al candidato più forte e quindi contribuiscono inavvertitamente all’elezione di un avversario ideologico. In qualsiasi altro grande e attrattivo settore, questa insoddisfazione dei clienti farebbe sì che nuovi concorrenti entrassero sul mercato. Questo non accade in politica perché la minaccia dell’effetto spoiler (e la relativa paura dei “voti sprecati”) sopprime sia la nuova concorrenza che le idee politiche innovative.

Ricordiamoci le feroci proteste dei Democratici nella primavera del 2019 quando l'ex CEO di Starbucks, Howard Schultz, annunciò che stava valutando la possibilità di candidarsi come presidente da indipendente. I Democratici stroncarono a tutti gli effetti la sua proposta, preoccupati che potesse sottrarre abbastanza voti all’eventuale candidato democratico da consegnare le elezioni del 2020 a Donald Trump. I Repubblicani avrebbero risposto allo stesso modo a qualsiasi sfidante che pensavano potesse sottrarre voti significativi a Trump.

Non importa se si pensa che Howard Schultz o qualsiasi altro potenziale sfidante sarebbe stato un grande presidente o meno. C’è qualcosa di intrinsecamente malsano in un sistema in cui avere più persone di talento e di successo in competizione tra loro è visto come problematico.

La macchina legislativa. Nell’industria della politica, la concorrenza esiste non solo per vincere le elezioni, ma anche per creare e approvare (o bloccare) le leggi. Se un candidato riesce a superare le primarie di un partito, ad aggiudicarsi un buon numero di voti alle elezioni generali e ad andare a Washington, lo attende un processo legislativo di tipo partitico. Il processo legislativo del Congresso si svolge sotto una potente serie di regole create dai partiti che danno priorità agli interessi del complesso politico-industriale. I presidenti e i membri delle commissioni sono controllati dai leader dei partiti e lo speaker della Camera, che controlla l’agenda legislativa, ha il potere di bloccare da solo il voto su quasi tutti i progetti di legge per qualsiasi motivo, anche quelli sostenuti dalla maggioranza della Camera.

Il prodotto finale di questa catena di montaggio legislativa partigiana sono delle leggi ideologiche, sbilanciate e insostenibili approvate da un partito contro l’opposizione dell’altro. Il cambiamento nel controllo partitico del Congresso porta con sé la promessa di “abrogare e sostituire” e non di “attuare e migliorare”. Nella maggioranza dei casi, il risultato è uno stallo e l'inazione. L’allarmante implicazione è che, invece di colmare le differenze per risolvere i problemi, spesso è politicamente più vantaggioso lasciare irrisolti i problemi del Paese più divisivi e continuare a basarsi su quelle divisioni ideologiche. Ma non è sempre stato così.

Leggi fondamentali, come ad esempio la riforma dei diritti civili e del welfare, hanno avuto storicamente un sostegno bipartisan; negli ultimi anni i pochi tentativi riusciti di approvare leggi importanti, come l'Affordable Care Act del 2010 e il Tax Cuts and Jobs Act del 2017, non ne hanno avuto nessuno. Oggi, un’azione bipartisan ha luogo solo in una crisi in cui entrambe le parti possono ottenere qualcosa che vogliono, concordando tacitamente di farne pagare il conto al debito nazionale.

Con la sua morsa sulle elezioni e sulla macchina legislativa, l’industria della politica prende di fatto la posizione che quanto minore è la concorrenza, tanto meglio è per i cittadini (i clienti). Come risultato di questa corruzione delle regole elettorali e legislative, non c'è praticamente nessun punto di contatto tra l'agire di un funzionario eletto nell'interesse pubblico e la probabilità di essere rieletto (si veda il box “Come la concorrenza influenza i risultati”).

I leader aziendali comprendono bene che ciò è irrazionale e indifendibile anche quando scelgono di chiudere un occhio sul ruolo che le loro stesse aziende svolgono, non solo nel perpetuare passivamente un sistema malsano, ma anche nel cercare attivamente di trarne beneficio. Questo deve cambiare. La nostra mentalità collettiva deve cambiare e l’impresa deve guardare in profondità al proprio attuale ruolo in politica.

 

IL RUOLO DEL BUSINESS

I tentacoli del complesso politico-industriale raggiungono in profondità la nostra business community, e viceversa. La commistione tra gli interessi economici e quelli politici può nel tempo rendere difficile distinguere quali interessi siano realmente serviti.

Le regole e le consuetudini attuali consentono alle aziende di influire pesantemente sulla politica in molteplici modi, dalle attività di lobbying e di assunzione di ex funzionari pubblici alle spese finalizzate a influenzare le elezioni e i seggi elettorali. Molti dirigenti ritengono che queste pratiche siano naturali, necessarie e redditizie. Tuttavia, le nostre ricerche e interazioni con i leader aziendali in tutto il Paese rivelano i segni di un cambiamento di atteggiamento. Man mano che crescono le aspettative che le aziende operino con uno scopo aziendale che vada a beneficio di tutti gli stakeholder, i leader aziendali cominciano ad affrontare domande difficili:

- Il coinvolgimento delle aziende nella politica migliora o peggiora l’ambiente aziendale?

- Il coinvolgimento delle imprese fa progredire la nostra democrazia – e genera un sostegno pubblico per il nostro sistema economico di libero mercato – o li erode entrambi?

- Il business può spostare il proprio asse in modo da promuovere i benefici a lungo termine per la società senza mettere a repentaglio gli interessi aziendali?

Un coinvolgimento politico può arrecare benefici alle aziende nel breve termine; questo è un modo di pensare che si ritiene molto diffuso. Ma creando le condizioni per una malsana concorrenza politica, le aziende stanno minando l’ambiente economico a lungo termine, mettendo a rischio il sistema economico americano di libero mercato.

Qual è oggi l’impegno delle imprese in politica? Quale il suo impatto, e come si allinea con gli interessi e i valori dell’azienda? Esaminiamo le forme più comuni.

Il lobbismo. Con quasi 3 miliardi di dollari, nel 2019 la spesa delle imprese ha rappresentato l'87% del totale delle spese di lobbismo a livello federale dichiarate. Aggiungendo le attività di “lobbying ombra”, non dichiarate, si raddoppia l’importo a 6 miliardi di dollari. Anche le spese di lobbying a livello statale sono significative.

Le aziende sono spesso riccamente premiate per tali spese. Considerate gli sforzi dell’industria farmaceutica durante la crisi degli oppioidi. Dalla fine degli anni ‘90 al 2017, gruppi di cittadini hanno speso un totale di 4 milioni di dollari per esercitare pressioni a favore di restrizioni più severe sulla vendita di antidolorifici che creano dipendenza. I produttori di farmaci, nel frattempo, hanno montato una strategia lobbistica ed elettorale in 50 Stati, spendendo più di 740 milioni di dollari per sopprimere o indebolire le normative federali e statali sugli oppioidi. Come spesso accade, gran parte di questi finanziamenti sono stati incanalati attraverso le associazioni di categoria e altre terze parti non soggette alle regole di dichiarazione pubblica. Sfortunatamente, gli sforzi del pharma hanno avuto successo. I ricavi aziendali sono saliti alle stelle, mentre più di 200.000 americani sono morti per overdose di oppioidi.

Assunzione di ex funzionari pubblici. Quasi la metà dei lobbisti registrati sono ex funzionari pubblici. Molti di loro sono impiegati da aziende che li assumono direttamente, come personale aziendale, o indirettamente, tramite società di lobbying. E molti altri (circa la metà) degli ex funzionari pubblici che lavorano come lobbisti hanno evitato di registrarsi come tali, approfittando delle scappatoie create dal duopolio.

La grande diffusione di questa pratica di assunzione, spesso chiamata “porta girevole”, indica quanto le aziende la trovino efficace. E i funzionari pubblici sono ben consapevoli del fatto che potranno avere l’opportunità di lavorare come lobbisti ben retribuiti dopo che avranno lasciato il servizio pubblico, quindi cercano di costruire buone relazioni sia con le aziende che con le società di lobbying mentre sono ancora in carica, il che può influenzare le loro scelte politiche.

L'infiltrazione di interessi commerciali nel settore pubblico funziona anche al contrario, quando gli ex lobbisti e i leader d’impresa ricevono incarichi pubblici. A marzo 2019, più di 350 ex lobbisti lavoravano a tutti i livelli del governo federale. Ad esempio, un ex lobbista dell’industria del carbone è ora a capo dell'Agenzia per la protezione dell’ambiente e, coerentemente con gli interessi aziendali che ha sostenuto come lobbista, ha deciso di indebolire drasticamente due importanti iniziative sul cambiamento climatico. Spendere per le elezioni. I contributi delle imprese alle campagne elettorali federali nel 2018 sono stati stimati a 2,8 miliardi di dollari, un notevole 66% del totale. Per assicurarsi una capacità d’influenza su entrambi i lati, le aziende sostengono comunemente le organizzazioni e i candidati alle campagne elettorali di entrambi i partiti. La spesa è stata storicamente canalizzata attraverso comitati di azione politica aziendale (i PAC) regolamentati e soggetti a limiti di spesa e requisiti di divulgazione. Oggi le aziende danno finanziamenti sempre più spesso a gruppi di terzi, come le associazioni commerciali e di categoria, che possono spendere somme illimitate per influenzare le elezioni senza dover rivelare i loro donatori. Questi finanziamenti, noti come “denaro oscuro”, sono stati pari a quasi 1 miliardo di dollari nell’ultimo decennio, rispetto ai 129 milioni di dollari del decennio precedente. La US Chamber of Commerce è il più grande finanziatore di denaro oscuro del Paese.

Influenzare la democrazia diretta. Le iniziative elettorali a livello statale e locale sono pensate per bypassare i politici e portare direttamente al voto le proposte di legge. Ma anche la democrazia diretta, come viene spesso chiamata, non è libera dall’impegno politico delle imprese.

Uno studio su 8 iniziative elettorali di alto profilo a livello statale nel 2016 ha rilevato che le spese delle aziende hanno superato di 10 a 1 quelle di entità non business. E uno studio sul ciclo elettorale del 2018 ha trovato che delle misure di voto che attraggono più di 5 milioni di dollari di spesa, quasi 9 su 10 si sono risolte a favore della parte con più soldi. Un esempio è il Drug Price Relief Act della California del 2016, una proposta di legge mirante a ridurre i prezzi dei farmaci con obbligo di ricetta negli Stati Uniti per portarli al livello di quelli pagati da altri Paesi per lo stesso farmaco. Mentre i gruppi di cittadini hanno raccolto 10 milioni di dollari a sostegno della legge, le aziende farmaceutiche hanno speso più di 100 milioni di dollari per opporsi. La proposta è stata bocciata.

Coinvolgere i dipendenti in attività politiche. Molte aziende incoraggiano inoltre i propri dipendenti a votare e a fare donazioni a favore di candidati o cause d’interesse dell’azienda. Altre li incoraggiano a scrivere ai membri del Congresso a sostegno della legislazione auspicata dall’azienda. In un sondaggio nazionale, circa un quarto dei lavoratori ha riferito che il proprio datore di lavoro li ha contattati per questioni politiche e altri sondaggi hanno verificato che tale attività del datore di lavoro è alquanto comune. Alcune aziende tengono riunioni obbligatorie per i dipendenti per promuovere le loro opinioni politiche o fornire agli elettori guide sui candidati o sulle politiche preferite. Una delle aziende Fortune 500, ad esempio, ha incoraggiato le sue migliaia di dipendenti a seguire un corso di educazione civica a casa che si oppone alla regolamentazione e alle tasse federali. Altre tattiche sono rappresentate dalla distribuzione di volantini politici nelle buste paga dei dipendenti e dall’uso di incentivi, come i premi e i posti auto riservati a dipendenti che effettuano donazioni al PAC aziendale. Tuttavia, da un sondaggio che abbiamo condotto tra il pubblico, è emerso che solo il 21% degli intervistati ha ritenuto accettabile che le aziende cerchino di influenzare il voto e le donazioni politiche dei dipendenti.

Mancanza di trasparenza e di governance. Allo stesso tempo, molte aziende non rivelano – o addirittura nascondono attivamente – le loro attività di lobbying aziendale e le spese elettorali, rendendo difficile sapere quali legislatori e leggi sostengono o contrastano e quali normative sperano di influenzare. Grazie a efficaci attività di lobbying e a legislatori complici, è stato possibile evitare l’obbligo delle dichiarazioni. Nel 2015, le regole proposte dal Security Exchange Committee per aumentare la trasparenza della spesa politica delle aziende pubbliche sono state affossate dopo l’intervento dei repubblicani al Congresso. Inoltre, le spese politiche spesso non sono soggette alla supervisione del consiglio di amministrazione, il che ha portato a molti esempi di spese non coerenti con le politiche aziendali dichiarate.  

 

L’IMPATTO DEL MODELLO ATTUALE

Per esplorare l’attuale pensiero dei leader aziendali in merito all’impegno in politica, nel 2019 abbiamo condotto un sondaggio su 5.000 alumni della Harvard Business School, molti dei quali ricoprono oggi ruoli di leadership. Alla domanda sull’impatto complessivo dell’impegno aziendale in politica, quasi la metà degli intervistati ha risposto che ha migliorato i risultati delle aziende. Ma solo il 24% ha dichiarato che ha migliorato il sistema politico (per esempio, fornendo le informazioni necessarie al Governo) e più della metà ha affermato che il business sta degradando il sistema politico rafforzando la faziosità politica e partitica e favorendo gli interessi speciali delle aziende. Alla domanda se l’impegno delle imprese in politica migliori la fiducia del pubblico nel business, il 69% ha risposto di no.

Il nostro sondaggio ha anche rivelato tra gli intervistati un livello sorprendentemente disomogeneo di comprensione delle pratiche politiche delle proprie aziende. Una percentuale significativa ha risposto alle domande del sondaggio come “non applicabile”, “né d’accordo né in disaccordo” o “non lo so”. Questa apparente mancanza di consapevolezza può riflettere una cultura non scritta del “non chiedere, non dire” che alcune aziende favoriscono intorno alle pratiche di lobbying e ad altre attività politiche.

L'erosione dell'ambiente imprenditoriale. Il coinvolgimento politico delle aziende si risolve principalmente nell’influenzare le politiche economiche, le regolamentazioni e l’applicazione delle normative in modi che vanno a beneficio di particolari settori, favoriscono determinate tecnologie o avvantaggiano alcune aziende rispetto ad altre. Sforzi di interesse speciale come questi possono aumentare i profitti, ma in genere non fanno avanzare l’interesse pubblico né migliorano l’economia nel suo complesso.

Per decenni l’industria della politica non è riuscita ad affrontare le principali sfide nell’interesse del contesto economico statunitense. Per esempio, il Congresso deve ancora creare un piano per ripristinare le infrastrutture fisiche obsolete e inefficienti dell’America. Non esiste ancora una politica coerente in materia di immigrazione, soprattutto per gli immigrati qualificati, che sono cruciali per il business e sono stati storicamente una chiave per la competitività americana.

Distorsione dei mercati e indebolimento della concorrenza. L’attività di lobbying delle imprese relativa alla politica antitrust è dannosa per una sana concorrenza. Nel perseguire politiche di libera concorrenza, gli Stati Uniti hanno storicamente introdotto i più severi standard antitrust del mondo. Le fusioni e le acquisizioni nello stesso settore, che per definizione riducono il numero dei concorrenti e di solito l’intensità della competizione in un settore e quindi provocano aumenti dei prezzi, sono da tempo oggetto di particolare attenzione.

Negli ultimi anni, tuttavia, l’interpretazione e l’applicazione lassista delle norme antitrust ha portato a un numero senza precedenti di fusioni industriali negli Stati Uniti. Oggi l’Europa è spesso vista come dotata di standard antitrust più severi rispetto agli Stati Uniti, un’inversione di tendenza che attenua un vantaggio cruciale degli Stati Uniti. Perché gli standard antitrust si sono indeboliti? Una delle ragioni principali è l’attività di lobbying delle imprese. Uno studio recente ha scoperto che quando le spese di lobbying che hanno come oggetto il Dipartimento di Giustizia e la Federal Trade Commission raddoppiano, il numero di azioni di applicazione dell’antitrust in un particolare settore diminuisce del 9%, un effetto considerevole secondo i ricercatori. Tali attività di lobbying sono quasi triplicate tra il 1998 e il 2008.

Un importante esempio contemporaneo di potenziale influenza aziendale sugli standard antitrust è quello della big tech, dove le più grandi aziende tecnologiche della nazione – Facebook, Amazon, Apple e Alphabet – sono sotto indagine antitrust.  Dal 2008 queste aziende da sole hanno speso più di 330 milioni di dollari per le lobby a livello federale, con un’attenzione particolare per l’antitrust.

Erosione delle prestazioni sociali. Raramente le aziende hanno esercitato il loro peso e la loro influenza per far progredire i progressi sociali di cui la nostra nazione ha un disperato bisogno. Negli ultimi 15 anni sono stati fatti pochi passi avanti sostanziali su priorità cruciali di politica sociale come l’istruzione pubblica di qualità, l’acqua potabile e i servizi igienici, la riduzione dell’uso violento delle armi, il miglioramento degli alloggi, e altri argomenti di cui discutiamo nel rapporto sulla competitività della Harvard Business School, il U.S. Competitiveness Report del dicembre 2019. Dando forza alla faziosità politica e contribuendo alla creazione di ostacoli a una sana concorrenza, le aziende hanno ulteriormente minato le prestazioni del nostro sistema politico. Tuttavia, ci stiamo avvicinando a un punto di svolta, dato che le aziende condividono sempre più la frustrazione degli elettori sull’incapacità del duopolio di attuare politiche sane.

In assenza sia di una regolamentazione indipendente del complesso politico-industriale, sia di una nuova concorrenza, le imprese sono in grado di fungere da potente forza per l’attuazione di significativi cambiamenti sostenendo, insieme ai cittadini, importanti innovazioni elettorali e legislative e ripensando il proprio ruolo nel sistema politico.

 

L’IMPERATIVO DELL’INNOVAZIONE POLITICA

I Fondatori e i Legislatori non pretesero di conoscere ogni dettaglio su come il nostro Governo avrebbe dovuto funzionare. Si preoccuparono, nella nostra straordinaria Costituzione, di prevedere emendamenti e di delegare la maggior parte dei poteri relativi alla macchina elettorale agli Stati e quelli riguardanti i processi legislativi al Congresso. Thomas Jefferson osservò le opportunità che ciò andava creando e scrisse che, al cambiare delle circostanze, “anche le nostre istituzioni devono avanzare, e stare al passo con i tempi”.  

Attualmente, la maggior parte degli sforzi per salvare la nostra democrazia ruotano intorno a una serie di riforme quali la riduzione dei finanziamenti alla politica e l’istituzione di limiti temporali ai mandati. Noi sosteniamo alcuni elementi delle proposte popolari di riforma, ma molte di esse non vanno ad affrontare le cause alla radice di problemi di carattere sistemico o non sono realizzabili, o entrambe le cose. In conclusione, non faranno una gran differenza nei risultati che il sistema fornisce, quindi dobbiamo rivolgere la nostra attenzione altrove.

Un’efficace innovazione in politica deve essere potente e realizzabile. Le innovazioni potenti sono quelle che affrontano le cause alla radice delle disfunzioni e incentivano gli attori politici a produrre risultati nell’interesse pubblico. Le innovazioni ottenibili sono quelle prive di compromessi e di partigianeria (nessuna “riforma” che serva da cavallo di Troia a vantaggio di un partito o dell’altro) e che possono essere realizzate in anni, non in decenni. Gli emendamenti costituzionali, per esempio, non risolvono questo punto.

Le innovazioni più potenti e realizzabili per il nostro sistema politico richiedono la reingegnerizzazione della macchina elettorale e di quella legislativa.

Innovazione della macchina elettorale. Per creare un’etica favorevole alla risoluzione dei problemi nel Congresso, proponiamo un nuovo approccio per le elezioni congressuali: votazioni su cinque finalisti, che (1) sostituirebbero le primarie a partito chiuso con primarie aperte e non riservate al partito, in cui i primi cinque classificati avanzano alle elezioni generali, e (2) sostituirebbero il voto a maggioranza relativa con un voto che, nelle elezioni generali, permette di indicare una graduatoria tra i cinque candidati.

Nelle primarie basate sui cinque finalisti, gli elettori non voteranno più per le primarie democratiche o repubblicane. Al contrario, una singola primaria non partitica viene aperta a tutti, indipendentemente dalla registrazione di partito (a differenza delle regole attuali che in molti Stati limitano la partecipazione alle primarie ai membri registrati del partito). Tutti i candidati di qualsiasi partito, così come gli indipendenti, appaiono sulla stessa scheda elettorale. I primi cinque classificati, indipendentemente dall’appartenenza a un partito, avanzano alle elezioni generali. Invece di un confronto testa a testa tra un democratico e un repubblicano a novembre, come succede oggi, le elezioni generali diventano una gara tra, diciamo, tre repubblicani e due democratici; oppure un repubblicano, un democratico e tre indipendenti; e così via. Le primarie top five creano un nuovo modo per determinare chi può competere e creare un più ampio spettro di candidati per le elezioni generali.

Nelle elezioni generali viene poi istituito il voto a graduatoria. Con la scelta della posizione in graduatoria, i candidati devono ricevere la maggioranza dei voti per vincere un’elezione. Immaginate, per esempio, un’ipotetica elezione tra i nostri Padri Fondatori (e una Madre Fondatrice). Quando si arriva al seggio elettorale, si riceve una scheda con i nomi di non oltre cinque vincitori delle primarie. Come avviene oggi, scegliete il vostro favorito, per esempio Alexander Hamilton. Ma potete anche fare una seconda scelta (Abigail Adams), e una terza, quarta e quinta scelta (George Washington, Thomas Jefferson e John Adams).

Dopo la chiusura dei sondaggi, si contano i voti dei primi classificati. Se un candidato riceve più del 50% dei voti come primo classificato (una vera maggioranza), l’elezione è finita. Ma supponiamo che Alexander Hamilton ottenga solo il 33% e Abigail Adams il 32%. Nel sistema di voto a maggioranza relativa di oggi, Hamilton vincerebbe. Ma con la scelta della graduatoria, le elezioni non sono ancora finite. Poiché nessun candidato ha ricevuto una vera maggioranza di voti, il candidato all’ultimo posto – diciamo che si tratta di Thomas Jefferson – viene eliminato. Ma i voti espressi per Jefferson non sono sprecati; sono automaticamente trasferiti alla seconda scelta degli elettori di Jefferson. Se un numero sufficiente di suoi sostenitori sceglie George Washington come secondo, la ridistribuzione di quei voti spinge Washington oltre la soglia del 50%, rendendolo vincitore finale con il più ampio sostegno popolare.

Il voto a graduatoria può sembrare poco familiare, ma non è un’idea nuova. Nel 2002, il senatore dell’Arizona John McCain aveva invitato gli abitanti dell’Alaska a sostenere un innovativo voto a graduatoria. Lo stesso anno, il senatore dell’Illinois Barack Obama aveva sponsorizzato una legislazione per adottare il voto a graduatoria nelle primarie statali e del Congresso. Anche se entrambe le proposte erano in anticipo sui tempi e nessuna delle due è passata, si sta aprendo una finestra di cambiamento.

Il modello dei cinque finalisti – la combinazione dei top five alle primarie e del voto a graduatoria nelle elezioni generali – elimina i problemi della “cruna dell'ago” e dell’effetto spoiler che abbiamo descritto in precedenza. Crediamo quindi che sia il modo più promettente ed efficace per incentivare i legislatori a lavorare nell’interesse pubblico e per aprire l’arena elettorale del Congresso a una nuova e dinamica competizione, la cui minaccia renderà i funzionari eletti più responsabili nei confronti degli elettori per i risultati.

Il modello descritto non ha tanto l’obiettivo di influire su chi viene eletto, quanto piuttosto di modificare gli incentivi che regolano il comportamento di chi è in carica. Si tratta dei benefici di una sana concorrenza nel mercato delle politiche pubbliche.

Ricordiamo un significativo esempio potente relativo a un’elezione presidenziale. Nel 1992, Ross Perot si candidò alla presidenza presentandosi con una piattaforma che mirava alla riduzione del debito. Anche se molti ricordano Perot come uno “spoiler”, l’analisi del noto giornalista di data-science Nate Silver ha rivelato che Perot ha ottenuto lo stesso numero di voti da entrambi i partiti e quindi non ha influito sul risultato elettorale.

Ma la sua candidatura non è stata priva di impatto. Circa il 19% degli elettori era disposto a “sprecare i propri voti” su Perot perché il suo messaggio di responsabilità fiscale suonava molto convincente. E anche se questo non è bastato per mandarlo alla Casa Bianca, quei voti hanno influenzato in modo significativo le scelte di politica pubblica. Senza la concorrenza per il suo 19% dell’elettorato, né i Democratici né i Repubblicani avrebbero mai avuto l’incentivo politico a consegnare i quattro bilanci in pareggio che abbiamo visto durante l’amministrazione Clinton. La competizione elettorale ha prodotto risultati politici senza nemmeno cambiare chi ha vinto. E vale la pena di notare che dopo di allora non abbiamo mai più avuto un bilancio in surplus.

Creando una sana concorrenza, le votazioni con i cinque finalisti offrono il meglio del libero mercato: innovazione, risultati e responsabilità. Chiamiamola politica del libero mercato. Questi cambiamenti elettorali sono realizzabili in pochi anni attraverso la legislazione statale o delle iniziative elettorali. Se solo cinque Stati inviassero a Washington le delegazioni elette con i final five, avremmo 10 senatori e (a seconda di quali Stati hanno adottato i cambiamenti) più di 50 rappresentanti eletti con nuovi incentivi per affrontare i problemi, anche se molti di loro potrebbero essere dei rieletti. Questi membri potrebbero fungere da nuovo fulcro di azione, stringendo accordi, trovando compromessi, risolvendo i problemi e allentando la tradizionale morsa bipartitica sul Governo.

Una volta risanate le nostre elezioni, il passo successivo sarà quello di sostituire le regole, le pratiche e le norme legislative, ipertrofiche e superate, con un approccio moderno, riprogettato da zero per favorire processi decisionali trasversali tra i partiti.

Innovazione della macchina legislativa. Basandoci sulla ben nota tecnica dello zero-based budgeting (che richiede che tutte le spese siano giustificate sulla base del valore atteso, non dei precedenti storici), proponiamo un sistema di regole a base zero. Mettiamo da parte il Regolamento della Camera dei Rappresentanti, il Regolamento permanente del Senato, l'Autorità e il Regolamento delle Commissioni del Senato, e altri ancora, che sono stati cooptati e armati nel corso dei decenni per consentire un controllo di tipo partitico.

E mettiamo da parte le abitudini che creano zone separate, guardaroba separati e sale da pranzo separate per democratici e repubblicani e che attribuiscono i posti a sedere al Congresso secondo il partito. Poi si inizia facendo tabula rasa. Potrebbe sembrare un’impresa impossibile, date le presunte norme costituzionali sul funzionamento del Congresso. Ma in realtà, solo sei brevi paragrafi della Costituzione sono dedicati a come la Camera e il Senato dovrebbero funzionare; il resto è stato inventato dai membri nel corso del tempo. I libri contenenti le regole della Camera e del Senato hanno centinaia di pagine e molte regole sono state progettate non per risolvere problemi, ma per servire obiettivi di potere di parte. Abbiamo bisogno di un nuovo manuale delle regole e a questo scopo siamo impegnati in discussioni preliminari con membri del Congresso che potranno convocare una commissione sull’innovazione della macchina legislativa.

Prese nel loro insieme, queste innovazioni cruciali inietteranno una sana concorrenza nell’industria della politica. Invece dell’attuale perversa struttura di incentivi, agire nell’interesse pubblico aumenterà la probabilità di essere rieletti. I leader delle imprese dovrebbero impiegare le loro risorse e la loro influenza per sostenere queste innovazioni politiche e, in parallelo, reimmaginare le pratiche delle loro imprese in termini di impegno politico.

 

RISCRIVERE IL PLAYBOOK AZIENDALE

Gli sforzi delle imprese per svolgere un ruolo positivo e più visibile nella società stanno crescendo rapidamente. Le aziende e i loro CEO, incoraggiati dai principali investitori e dalle principali associazioni imprenditoriali, stanno iniziando ad adottare obiettivi aziendali che vanno oltre la massimizzazione del valore per gli azionisti a beneficio di tutti gli stakeholder. Stanno facendo molto di più di semplici report ambientali, sociali e di governance (ESG), che hanno avuto un impatto limitato, e stanno effettivamente integrando le esigenze e le sfide sociali nella strategia di base – ciò che noi chiamiamo creare valore condiviso. Le aziende stanno riconoscendo che non ci deve essere necessariamente un conflitto tra l’impatto sociale e il vantaggio competitivo, ma piuttosto una potente sinergia. La classifica annuale di Fortune delle “aziende che cambiano il mondo” ne è un esempio lampante.

L’attenzione delle aziende nell'affrontare le esigenze sociali si è finora concentrata in aree quali la riduzione delle emissioni di gas serra, il miglioramento dei benefici per la salute dei dipendenti e, più recentemente, la garanzia di uno stipendio appropriato e il miglioramento della formazione e dello sviluppo della carriera per i lavoratori a basso reddito. Si tratta di passi positivi, ma occorre fare di più.

Questi venti di cambiamento, insieme ai fallimenti della nostra democrazia nel risolvere molte delle nostre più importanti sfide economiche e sociali, sono abbastanza forti da cambiare radicalmente il modo in cui le imprese si impegnano in politica? Pensiamo che debbano esserlo. Nell’indagine sugli alumni dell'HBS del 2019, abbiamo anche posto una serie di domande su come le imprese dovrebbero affrontare il sistema politico in futuro. Gli alumni hanno detto di appoggiare cambiamenti in grado di modificare fortemente il playbook: spendere meno in lobbying ed elezioni, porre fine alla “porta girevole” e comunicare l’entità delle spese per la politica (in un sondaggio tra il pubblico, gli intervistati hanno espresso sentimenti simili). Le domande e i problemi inseriti nel sondaggio degli alumni erano, volutamente, semplicistici e netti, e dovranno essere significativamente migliorati per avere un’utilità pratica. Tuttavia, lasciano intravedere un consenso emergente su un nuovo ruolo per le imprese in politica.

Rompere con le tradizionali pratiche politiche aziendali farà certamente discutere e ci rendiamo conto che è molto più facile per i dirigenti compilare sondaggi piuttosto che cambiare comportamenti. Tuttavia, il calo di fiducia nel business, il crescente desiderio dei dipendenti e dei manager più giovani di lavorare per le aziende che svolgano un ruolo positivo nella società, e l’adozione di purpose aziendali condivisi creano una finestra di opportunità. Incoraggiati dai risultati del sondaggio, dalla nostra continua ricerca e dalle conversazioni con i leader aziendali, chiediamo che si avvii un’intensa discussione sui nuovi standard volontari relativi all’impegno aziendale in politica e nelle istituzioni. Siamo fiduciosi che standard più sofisticati riceveranno da parte delle aziende un sostegno ancora più elevato di quello che emerge nel nostro sondaggio iniziale, e crediamo che questo sforzo sarà accolto con favore da molti stakeholder chiave.

 

LA PANDEMIA COVID-19 è in pieno svolgimento mentre scriviamo questo articolo e richiede una risposta senza precedenti. Non dobbiamo inoltre mancare di apprendere la lezione dai fallimenti politici che hanno preceduto e accompagnato la crisi. A crisi superata, non dovremo limitarci a compiere costosi sforzi di recupero resi necessari da errori devastanti e prevenibili – che, nel caso di Covid-19, hanno generato un numero ancora sconosciuto di vittime.

Non c’è minaccia maggiore per la competitività economica e il progresso sociale degli Stati Uniti – non c'è minaccia maggiore per la combinazione di economie di libero mercato e democrazie liberali che ha portato progressi umani maggiori che in qualsiasi altro sistema – che la nostra accettazione passiva di un sistema politico disfunzionale. I leader delle imprese non tollererebbero tali prestazioni in nessuna delle loro organizzazioni. Piuttosto, diagnosticherebbero il problema, progetterebbero una soluzione, prenderebbero provvedimenti e lo risolverebbero. I leader aziendali, proprio come gli altri cittadini, possono e devono fare lo stesso per la nostra politica. Ora. 

 

KATHERINE M. GEHL è l'ex CEO di Gehl Foods e il fondatore dell'Istituto per l'innovazione politica.

MICHAEL E. PORTER è professore alla Harvard Business School di Boston. Sono gli autori di The Politics Industry: How Political Innovation Can Break Partisan Gridlock and Save Our Democracy (Harvard Business Review Press, 2020).

 

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