MONDO FORMAZIONE
GIOVANNI GIORDANO
Marzo 2026
Negli ultimi due anni ho ascoltato decine di responsabili HR raccontarmi la stessa cosa con parole diverse: "Troviamo candidati preparati tecnicamente oppure candidati con buone competenze trasversali. Ma chi sa usare l’AI concretamente sui processi aziendali – marketing, operations, HR, backoffice – non lo troviamo."
Non è una percezione. È un dato strutturale che la ricerca sta iniziando a misurare con precisione.
Secondo l’Osservatorio sulle Competenze Digitali 2025 (AICA, Anitec-Assinform, Assintel), il Prompt Engineering è tra le competenze con la crescita più rapida negli annunci per professioni digitali in Italia, con un incremento del 112% in un solo anno. Il report Talent Shortage 2025 di ManpowerGroup – condotto su oltre 40.000 datori di lavoro in 42 Paesi – indica che il 78% delle imprese italiane fatica a reperire i profili con le competenze necessarie, uno dei dati più alti d’Europa.
Il paradosso è evidente: mai così tanti strumenti AI disponibili, accessibili, a basso costo. Mai così poca capacità di usarli in modo integrato nei flussi di lavoro reali.
Il problema non è la tecnologia. È il modello formativo
La risposta che il mercato formativo ha dato finora al tema dell’AI è stata, nella maggior parte dei casi, binaria: corsi tecnici di programmazione e machine learning per chi vuole diventare data scientist oppure webinar introduttivi per manager curiosi. Il percorso intermedio è rimasto vuoto.
Chi lavora in un ufficio marketing, in un team HR, in un reparto operations non ha bisogno di saper programmare un modello. Ha bisogno di sapere come costruire un workflow di automazione con strumenti no-code, come strutturare un prompt efficace per produrre output usabili, come integrare agenti AI in un processo già esistente senza stravolgerne la logica. Competenze operative, contestualizzate, applicabili dal giorno successivo.
Questo tipo di formazione richiede un approccio che l’università tradizionale fatica a garantire per ragioni strutturali: tempi di aggiornamento dei curricula, distanza dai processi aziendali reali, prevalenza della dimensione teorica su quella applicativa. Non è una critica all’accademia, è la constatazione di un limite fisiologico che il mercato del lavoro non può aspettare.
Cosa significa formare un professionista AI-enabled
Il profilo che le aziende cercano – e che inizia ad avere un nome preciso nei job posting – non è il tecnico specializzato. È il professionista di funzione che sa usare l’AI operativamente: un HR specialist che automatizza la prima fase di screening dei candidati, un marketing manager che costruisce flussi di contenuto con LLM, un responsabile operations che monitora processi con agenti configurabili.
Formare questa figura richiede tre condizioni che raramente coesistono: docenti che lavorano concretamente con gli strumenti che insegnano, un programma costruito su casi aziendali reali e non su simulazioni didattiche, e un contatto diretto con le aziende – non come bacino di stage, ma come contesto entro cui le competenze vengono validate.
L’inserimento nel mercato del lavoro non è l’obiettivo finale della formazione: è il test di coerenza più immediato che un percorso formativo possa avere. Se chi esce non trova lavoro, o trova lavoro in ruoli non coerenti con quanto studiato, il problema è nel percorso, non nel mercato.
Un’opportunità che si chiuderà
Chi acquisisce oggi competenze operative sull’AI ha un vantaggio reale e misurabile. Tra tre o quattro anni, quelle stesse competenze saranno il requisito minimo per molte posizioni, non il differenziatore. La finestra in cui queste competenze costituiscono un elemento di distinzione è aperta adesso e si chiuderà progressivamente man mano che l’offerta formativa si adeguerà alla domanda.
Per le business school e gli enti di formazione, questa finestra rappresenta anche una responsabilità. Il rischio non è di formare troppo sull’AI: è di formare in ritardo o di formare in modo disallineato rispetto a ciò che le aziende richiedono concretamente. I dati sullo skills mismatch non misurano solo un problema di quantità, misurano un problema di qualità e di pertinenza della formazione disponibile.
Uninform Group ha risposto a tale sfida con il Master in Intelligenza Artificiale per i Processi Aziendali , un percorso costruito intorno a questa figura professionale: formazione operativa, docenti attivi nel settore, cinque certificazioni internazionali incluse e sei mesi di stage garantito presso aziende partner. Ma al di là della singola iniziativa, la domanda che il mercato pone a chi si occupa di formazione manageriale è strutturale: siamo pronti a formare i professionisti che le aziende cercano oggi, non quelli che cercavano cinque anni fa?

GIOVANNI GIORDANO è avvocato, imprenditore e fondatore di Uninform Group, business school con sedi a Roma e Milano. Esperto di formazione manageriale e occupabilità professionale, da oltre 25 anni lavora convinto che per i giovani la formazione post-laurea esprima il suo pieno valore quando apre concretamente le porte al mercato del lavoro. Socio aggregato ASFOR, socio UNI – uninform.com