MONDO FORMAZIONE

IL PARADOSSO DELLA FORMAZIONE ITALIANA: PERCHÉ IGNORIAMO
GLI STANDARD ONU SULLA LEADERSHIP RESPONSABILE?

DANIELE BIANCHI

Febbraio 2026

 

C’è un numero che dovrebbe preoccupare chiunque si occupi di capitale umano e strategia d’impresa in Italia. Quel numero è 14. Sono solo 14, infatti, le Università e le business school italiane che oggi siedono al tavolo delle Nazioni Unite per definire il futuro dell’educazione manageriale. 

Mentre nel resto del mondo oltre 800 istituzioni accademiche hanno sottoscritto i PRME (Principles for Responsible Management Education), l’Italia sembra osservare dalla finestra un cambiamento di paradigma che è già standard globale. Non stiamo parlando di una medaglia al valore etico da appuntare sul petto, ma di un gap competitivo che rischia di costare caro al nostro tessuto imprenditoriale. Se le aziende italiane sono chiamate a competere sui mercati internazionali rispondendo a criteri ESG sempre più stringenti, ha senso che la “fabbrica” dei loro manager continui a produrre competenze basate su logiche del secolo scorso? 

 

Un patto con il futuro: l’innovazione nella formazione manageriale. Per comprendere la portata del problema, bisogna sgombrare il campo da un equivoco: i PRME del Global Compact delle Nazioni Unite non sono una certificazione di qualità statica. Sono un’infrastruttura dinamica indispensabile per le migliori scuole di management che vogliono restare rilevanti. Aderire a questa piattaforma volontaria significa accettare una sfida scomoda: smontare e rimontare i programmi didattici affinché la sostenibilità non sia una materia a scelta o un “add-on” colorato di verde, ma il sistema operativo su cui gira ogni altra competenza, dalla finanza al marketing, dalla supply chain alla gestione delle risorse umane. 

Significa formare leader capaci di bilanciare gli obiettivi economici con quelli degli SDGs (Sustainable Development Goals), parlando una lingua che è la stessa a New York, Berlino o Singapore. 

 

Le tre leve della competitività per le scuole di management. Per un’azienda che deve selezionare un partner formativo, o per un HR Director che deve pianificare l’upskilling dei propri talenti, ignorare questo standard significa accettare un rischio di obsolescenza immediata. Le scuole di management più innovative che aderiscono al network ONU si impegnano infatti su tre fronti che impattano direttamente sulla qualità del management: 

  1. Riscrivere i curricula: l’economia circolare e la governance etica non vengono trattate come trend, ma come fondamentali industriali;
  2. Ricerca applicabile: si producono modelli che le imprese possono implementare subito per gestire le transizioni ecologiche e digitali;
  3. Trasparenza radicale: attraverso i report SIP (Sharing Information on Progress), le scuole sono obbligate a rendicontare pubblicamente i propri progressi. Niente scatole nere, solo risultati misurabili. 

 

Dalla teoria alla pratica: il modello GEMA Business School. Parlo per esperienza diretta e per una scelta di campo precisa. In GEMA Business School abbiamo deciso di essere tra quelle 14 firmatarie non per velleità accademica, ma per coerenza industriale. Dopo aver trasformato la nostra struttura in Società Benefit (siamo la prima business school in Italia ad aver compiuto questo passaggio giuridico), ci siamo resi conto che non potevamo promettere al mercato di formare quelli che definiamo “Manager dell’Evoluzione” utilizzando vecchi strumenti di navigazione. 

L’adesione ai PRME è stata la conseguenza logica. È stato un modo per dire alle aziende partner: ”Non vi insegneremo solo come si genera profitto. Vi insegneremo come si costruisce valore duraturo, rispettando i limiti del pianeta e la dignità delle persone”. Questa scelta ci ha permesso di anticipare le domande che oggi gli investitori pongono alle aziende: come gestite il rischio climatico? Come garantite l’equità sociale nella vostra filiera? 

 

Il rischio di un isolamento culturale. La domanda che pongo alla comunità degli HR e ai CEO italiani è semplice: potete permettervi manager che non siano nativi di questo linguaggio? Se il sistema formativo italiano non colma rapidamente questo divario, il rischio è quello di immettere sul mercato del lavoro talenti con competenze tecniche eccellenti, ma strategicamente miopi rispetto alle sfide globali. 

La formazione manageriale non è una competizione tra singole scuole, è una responsabilità di sistema. Auspico che quel numero – 14 – raddoppi o triplichi nei prossimi anni. Ma il cambiamento deve partire dalla domanda: siete voi, direttori del personale e leader d’impresa, che dovete chiedere al mercato una formazione allineata agli standard ONU. Perché in un mondo interconnesso non esiste strategia di business vincente che possa ignorare il bene comune. 

 

DANIELE BIANCHI è CEO di GEMA Business School, realtà riconosciuta tra le più innovative scuole di management in Italia. Esperto di sviluppo organizzativo, ha guidato la trasformazione della business school in Società Benefit, promuovendo l’adesione ai princìpi PRME delle Nazioni Unite con l’obiettivo di integrare etica e sostenibilità nei percorsi di carriera dei futuri manager.

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