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L’ALLERTA PRECOCE E GLI INDICI DI BILANCIO: UNA SINTESI FORIERA DI “FALSI POSITIVI” E “FALSI NEGATIVI”?

IVAN FOGLIATA

20 Giugno 2019

Il 2019 sarà ricordato come l’anno dell’introduzione della rivoluzione dei sistemi di allerta precoce noti anche come early warning indicators.

Per una coincidenza, voluta o meno, sia il mondo bancario sia l’impianto normativo italiano introducono una serie di indici “predittivi” della crisi di impresa. Il primo li introduce tramite l’adozione del principio contabile IFRS9 mentre il secondo con la promulgazione del nuovo codice della crisi e dell’insolvenza. Tratto comune di entrambi i sistemi è la “decretazione” della crisi di impresa sulla base di “ratios” e indicatori determinati principalmente su grandezze bilancistiche ma anche su indicatori esterni quali ritardi nei pagamenti o la richiesta di concessioni (ad esempio l’allungamento del periodo di rimborso di un debito) alla banca.

Ciò che si osserva è che il principale pregio degli indici di bilancio è anche il loro principale difetto: la sintesi. È innegabile come un indicatore abbia il vantaggio di restituire un valore puntuale che deve collocarsi in un range stabilito ex-ante; è altrettanto innegabile come a livello di responsabilità sia “tranquillizzante” affidarsi al risultato dell’applicazione di una formula imposta da terzi che restituisce un risultato univoco.

Tuttavia, il bilancio e l’impresa sono fenomeni estremante complessi e ridurli ad “aridi” indicatori può, ad avviso di chi scrive, condurre a molteplici fenomeni di “falsi positivi” o “falsi negativi”.

 

Proviamo a studiare un indicatore particolarmente in voga e i paradossi della sua applicazione. Parliamo del rapporto PFN/EBITDA. Di cosa si tratta? Tale rapporto mette a sistema la grandezza nota come Posizione Finanziaria Netta col Margine Operativo Lordo (sdoganato in Italia col suo acronimo inglese EBITDA: Earning Before Interest Taxes Depreciations and Amortization).

La Posizione Finanziaria Netta altro non è che il saldo fra i debiti finanziari e gli attivi finanziari e quindi esprime il debito finanziario netto dell’impresa. 

Il Margine Operativo Lordo o EBITDA è il risultato operativo dell’impresa al lordo degli ammortamenti e delle svalutazioni. Esso è una grandezza di particolare rilievo in quanto costituisce il primo “tassello” del flusso di cassa che un’impresa è in grado di produrre.

Secondo le regole che si stanno definendo nel mondo dell’allerta precoce, il rapporto PFN/EBITDA non deve essere superiore al valore di 6. Se ci pensiamo, il numero 6 rappresenta un valore esprimibile in “anni”. È come se l’indice ci comunicasse che, se l’azienda fosse in grado di dedicare integralmente il proprio EBITDA a rimborsare il debito netto, le sarebbero necessari almeno 6 anni per giungere all’obiettivo di azzerare l’indebitamento.

Perché tale valore di “6” e chi l’ha deciso? Il valore di 6 è stato utilizzato dalla Banca Centrale Europea e quindi dalla Banca d’Italia in occasione dell’Asset Quality Review (nota anche come AQR) operata sulle banche europee. L’autorità di vigilanza distingueva i clienti “buoni” (ovvero i performing loans) da quelli “cattivi” (ovvero i non performing loans) anche sulla base del superamento o meno del limite del valore 6 emergente dall’applicazione dell’indice PFN/EBITDA. Con ogni evidenza la Banca Centrale Europea aveva osservato che le aziende fallite che erano divenute crediti deteriorati per le banche avevano superato mediamente tale soglia nello specifico indicatore.

Tale indicatore può essere assunto a giudice assoluto? Si immagini l’esempio che segue. Un’impresa presenta un indice PFN/EBITDA non soddisfacente a causa dei valori che seguono:

-       PFN: 2.000.000

-       Ebitda: 250.000

L’indice PFN/EBITDA risulterebbe pari a:

PFN/EBITDA = € 2.000.000/€ 250.000 = 8

L’indice attiverebbe l’early warning system con conseguenze nei rapporti bancari e con necessità di intervento anche da parte dei revisori dell’impresa (che la riforma del codice della crisi molto responsabilizza in merito al discernimento anticipato della crisi incipiente).

Immaginiamo però, ora, di sapere che l’EBITDA è particolarmente contenuto a causa del compenso erogato all’amministratore unico (nonché socio unico) che preferisce tale forma di remunerazione in luogo della distribuzione di dividendi. I compensi amministratori sono costi operativi “annegati” nei costi per servizi e come tali impattano direttamente sulla dimensione dell’EBITDA.

Si immagini che tale compenso sia pari a 350.000 € e che un compenso generoso ma “normale” sia pari a 200.000 € annui. Possiamo assumere che i 150.000 € in eccesso siano “utili travestiti da costi” e come tali si possa “normalizzare” l’EBITDA a una somma pari a € 250.000 + € 150.000 quali utili travestiti da costi. L’EBITDA normalizzato diverrebbe pari ad € 400.000. Come cambierebbe il rapporto PFN/EBITDA del nostro esempio?

L’indice PFN/EBITDA risulterebbe pari a:

PFN/EBITDA = € 2.000.000/€ 400.000 = 5

L’indice è perfettamente in linea con le previsioni “normative” collocandosi sotto il valore limite.

Cosa abbiamo quindi osservato? Un classico caso di un “falso negativo”; di primo acchito avremmo giudicato l’impresa quale problematica mentre un approfondimento serio e di merito ci ha condotti a una conclusione diametralmente opposta.

In sintesi, concludendo, si nota come il mondo bancario e delle imprese tenda ad amare le scorciatoie perché semplici e anche automatizzabili istruendo un software a effettuare calcoli di semplici divisioni. Tuttavia, la realtà ci insegna come l’asset più importante non siano gli algoritmi ma le competenze e le conoscenze tecniche delle persone che studiano i dati che gli algoritmi restituiscono. Formazione e competenza sono necessità che non tramonteranno mai.

 

 Ivan Fogliata è executive partner di inFinance www.infinance.it

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