Nonostante le numerose riforme, la contabilità aziendale rimane poco trasparente. Ecco cosa bisogna sapere per valutare in modo accurato un’azienda
H. DAVID SHERMAN E S. DAVID YOUNG
Luglio 2016
IN un mondo perfetto, gli investitori, i consiglieri d’amministrazione e i dirigenti avrebbero piena fiducia nei bilanci presentati dalle aziende. Potrebbero fare affidamento sulle cifre riportate per fare stime avvedute su volume, tempi e incertezza dei flussi di cassa futuri e valutare se la conseguente stima di valore trova corretto riscontro nel prezzo delle azioni correnti. E potrebbero decidere a ragion veduta se investire in un’azienda o acquisirla, favorendo in questo modo un’allocazione efficiente del capitale.
Purtroppo, non è quello che accade nel mondo reale, per diversi motivi. In primo luogo, i rendiconti finanziari delle aziende dipendono necessariamente da stime e decisioni discrezionali che possono rivelarsi sbagliate, anche quando sono fatte in buona fede. In secondo luogo, i parametri finanziari correnti, che hanno lo scopo di consentire i confronti fra un’azienda e l’altra, possono non essere lo strumento più accurato per stimare il valore di una qualsiasi impresa, specie nel caso di aziende innovative che operano in economie in rapida evoluzione, e questo fa emergere criteri di misurazione non ufficiali che presentano a loro volta dei problemi. Infine, manager e dirigenti di solito sono fortemente incentivati a inserire di proposito errori nei bilanci.
Nell’estate del 2001 pubblicammo su questa rivista un articolo intitolato “Tread Lightly Through These Accounting Minefields”, che si riproponeva di aiutare gli azionisti a riconoscere i metodi usati dai dirigenti per manipolare, attraverso la rendicontazione finanziaria, i risultati e il valore reale delle loro aziende. La Enron crollò un mese dopo, stimolando l’adozione negli Stati Uniti della legge Sarbanes-Oxley. Sei anni dopo, il collasso dell’intero mondo finanziario portò all’adozione della Dodd-Frank e a un’iniziativa globale per conciliare le differenze fra il regime contabile degli Stati Uniti e quelli degli altri Paesi.
A dispetto delle tante riforme introdotte, la contabilità aziendale rimane poco trasparente. Le imprese continuano a trovare modi per ingannare il sistema, mentre l’affermazione delle piattaforme online, che ha cambiato radicalmente il contesto competitivo di tutte le aziende, ha messo in evidenza i limiti dei tradizionali indicatori della performance. Il resoconto che vi proponiamo prende in esame i più importanti sviluppi dell’informativa finanziaria negli ultimi anni, in particolare l'impatto delle nuove norme in materia di contabilizzazione dei ricavi, la persistente proliferazione di criteri non ufficiali di misurazione della performance e i problemi legati a una corretta valutazione del valore dell’attivo.
Esamineremo anche la pratica più insidiosa, e forse più distruttiva, di manipolare non le cifre che compaiono nei bilanci, bensì le decisioni operative che influiscono su tali cifre, con l’obiettivo di ottenere risultati immediati. Trovare modi per arginare questi comportamenti rappresenta una sfida per la professione contabile, ma è una sfida che con le nuove tecniche di analisi può essere affrontata. Esaminiamo questi problemi uno alla volta.
PROBLEMA N. 1
Standard universali
Nel lontano 2002 il mondo sembrava sull’orlo di una rivoluzione contabile. Era in corso un’iniziativa per creare un unico insieme di criteri contabili internazionali, con l'obiettivo finale di unire i GAAP (Generally Accepted Accounting Principles) americani e gli IFRS (International Financial Reporting Standards), che i Paesi europei erano in procinto di adottare. Nel 2005, tutte le società quotate in Borsa dell'Unione europea avevano, in teoria, abbandonato i loro criteri contabili locali e adottato gli IFRS. Oggi almeno 110 Paesi in tutto il mondo utilizzano questo sistema, in un modo o nell’altro.
In generale, tuttavia, la convergenza è in una fase di stallo e sembra improbabile che in un futuro prossimo possano arrivare ulteriori cambiamenti sostanziali. A dire il vero dei progressi ci sono stati, ma capire il valore effettivo di un’azienda e confrontare i bilanci delle aziende di diversi Paesi resta un’impresa difficile.
Pensiamo alle conseguenze di una mancata armonizzazione fra GAAP e IFRS. In molti casi, il confronto di bilanci stilati in base a due diversi sistemi contabili continuerà a essere un requisito fondamentale dell'analisi degli obiettivi di investimento, delle acquisizioni o della concorrenza: Pfizer contro GlaxoSmithKline, Exxon contro BP, Walmart contro Carrefour; in ognuno di questi casi, una società utilizza i GAAP e l'altra gli IFRS. L’impatto sui risultati non è per nulla insignificante. Pensiamo all’azienda dolciaria britannica Cadbury: poco prima di essere acquisita dagli americani della Kraft, nel 2009, aveva registrato profitti per 690 milioni di dollari secondo i criteri IFRS, mentre secondo i GAAP ammontavano appena a 594 milioni di dollari, quasi il 14% in meno. Analogamente, il rendimento del capitale netto della Cadbury secondo il GAAP era del 9%, ben 5 punti percentuali in meno rispetto all’IFRS (14%). Sono differenze abbastanza significative da far cambiare idea su un’acquisizione.
Per complicare ulteriormente le cose, le modalità di applicazione dei principi IFRS variano notevolmente da un Paese all'altro. Ognuno ha il proprio sistema di regolamentazione e conformità, e in molti Paesi (in particolare nelle aree emergenti a crescita rapida) questi principi non vengono osservati e applicati con rigore. Anche la qualità e l'indipendenza della professione contabile spesso sono disomogenee.
Altrettanto preoccupante è il fatto che molti Paesi hanno creato una loro versione del sistema IFRS rimuovendo norme sgradite e aggiungendone altre allo standard ufficiale promulgato dall’Organismo internazionale di normalizzazione contabile (IASB). India e Cina sono esempi illustri in tal senso. Quindi, anche se molti Paesi, fra cui Australia e Canada, hanno adottato la versione completa, non adulterata, degli IFRS, vale sempre la pena verificare se la società a cui si è interessati ha adottato una versione monca o imbastardita.
PROBLEMA N. 2
Contabilizzazione dei ricavi
La contabilizzazione dei ricavi è un tassello insidioso del puzzle normativo. Supponiamo di vendere uno smartphone, o un servizio internet o un pacchetto software da 30 milioni di dollari, a una persona o a un’azienda. Il contratto per quel prodotto o servizio spesso include aggiornamenti futuri i cui costi non sono prevedibili al momento della vendita. Pertanto, è impossibile determinare quanto profitto genererà la vendita.
In base alle norme GAAP attuali, in assenza di un modo oggettivo per misurare in anticipo questo tipo di costi, un’azienda non può contabilizzare alcun ricavo da quella vendita fino a quando non saranno consegnati tutti i requisiti di aggiornamento e non saranno noti i loro costi, operazioni che potrebbero richiedere qualche anno. Questa regola ha spinto alcune aziende produttrici di software a scrivere contratti che scorporano gli aggiornamenti e altri servizi difficili da valutare, assegnando loro un prezzo distinto. In questo modo le aziende risolvono un problema contabile, ma si negano la possibilità di adottare una strategia di vendita in pacchetti, verosimilmente più attraente. Il risultato è un sistema perverso in cui sono le regole contabili a influenzare il modo di fare affari, invece che il resoconto sull’andamento dell’azienda.
Le lacune nelle pratiche di contabilizzazione dei ricavi hanno anche indotto le aziende a utilizzare sempre di più parametri non ufficiali per riportare i dati sull’andamento finanziario, soprattutto nel caso di imprese che operano nello spazio virtuale. Il successo colossale di social network come Facebook, Twitter e Ren Ren, di fantasport e videogiochi online come Changyou e Zynga e di mercati on-line come Amazon, e-Bay e Alibaba ha ben presto dimostrato che le linee guida tradizionali per la contabilizzazione e la valutazione dei ricavi e delle spese impedivano che il valore di queste aziende si rispecchiasse concretamente nei loro rendiconti finanziari. Non stupisce, dunque, che queste aziende abbiano ben presto cominciato ad adottare metodi alternativi per dichiarare gli utili. Ad esempio, nel 2015 Twitter ha riportato una perdita netta di 521 milioni di dollari su base GAAP, ma affiancandola a ben due misurazioni dei ricavi effettuate con criteri alternativi, che indicavano un risultato positivo: un margine operativo lordo rettificato di 557 milioni di dollari e un utile netto su base non-GAAP di 276 milioni di dollari.
Un cambiamento, che entrerà in vigore il prossimo anno, delle regole alla base degli IFRS e dei GAAP dovrebbe alleviare gli effetti perversi delle attuali pratiche di contabilizzazione dei ricavi. Le nuove regole permetteranno alle aziende che accorpano beni e servizi futuri nei contratti di contabilizzarli anno per anno, usando stime dei costi e dei ricavi futuri.
Come funzionerà? Prendiamo l’esempio di un’azienda che propone un contratto software da 30 milioni di dollari composto di due parti: il software e gli aggiornamenti per 5 anni. La parte relativa al software, i cui costi di sviluppo sono di 4 milioni di dollari, viene venduta per 20 milioni di dollari. Gli aggiornamenti, i cui costi sono sconosciuti, vengono inseriti nel pacchetto per un costo aggiuntivo di altri 10 milioni. Le regole GAAP attualmente in vigore non riconoscerebbero all'azienda nessun ricavo per gli aggiornamenti fino alla fine del quinto anno, quando saranno disponibili i dati sul costo complessivo. Secondo le nuove regole, invece (e secondo le norme IFRS attuali), la società può stimare il costo della fornitura di questi aggiornamenti per poterli contabilizzare come entrate: se, per esempio, i costi vengono stimati in 5 milioni di dollari, gli IFRS permetteranno alla società di contabilizzare un profitto di 5 milioni di dollari spalmato in modo uniforme nel corso dei 5 anni.
Questo cambiamento, però, non eliminerà completamente i problemi. Dopo tutto, la stima dei costi impone ai manager di fare una valutazione, introducendo un’ulteriore possibilità di commettere errori in buona fede o di manipolare deliberatamente le cifre per avvicinare maggiormente i ricavi agli obiettivi finanziari prefissati. Pertanto, appena questi nuovi standard per la contabilizzazione dei ricavi verranno adottati e implementati nell’ambito dei GAAP e degli IFRS, gli investitori dovranno esaminare attentamente le ipotesi e le metodologie utilizzate per stimare i costi e riportare i ricavi.
PROBLEMA N. 3
Parametri non ufficiali per il calcolo degli utili
Anche se i parametri di reddito non ufficiali sono relativamente nuovi per tante aziende, da molto tempo, ormai, criteri diversi da quelli dei GAAP e degli IFRS per misurare i guadagni vengono utilizzati in tutti i settori. Il più diffuso di questi criteri probabilmente è il margine operativo lordo (gli utili prima degli interessi, delle imposte, del deprezzamento e degli ammortamenti), particolarmente apprezzato da chi investe in private equity perché è pensato per fornire una rapida approssimazione del valore del flusso di cassa utilizzabile per il servizio del debito. Nel settore delle tecnologie, i sistemi di misurazione non-GAAP sono all'ordine del giorno: durante la prima ondata di internet, le aziende iniziarono ad usare il flusso di traffico, le visualizzazioni delle pagine e cose del genere per convincere analisti e investitori che la loro attività aveva valore nonostante l'assenza di utili (e in certi casi perfino di ricavi).
Oggi, negli Stati Uniti, la legge Sarbanes-Oxley impone alle aziende quotate in Borsa di armonizzare le misurazioni degli utili effettuate secondo i parametri GAAP con quelle effettuate con altri criteri, e gli IFRS fanno altrettanto. Inoltre, la SEC, l’organo di controllo della Borsa statunitense, impone ai manager di argomentare l’inclusione di parametri alternativi nelle loro informative finanziarie: ad esempio, un’azienda può giustificare l'uso di una misura non-GAAP facendo presente che glielo impone uno dei suoi contratti obbligazionari.
Questi cambiamenti rappresentano dei passi nella giusta direzione, ma non risolvono il problema e rimangono discrepanze enormi nella rendicontazione finanziaria: ad esempio, nel 2014 Twitter ha registrato una perdita GAAP di 0,96 dollari per azione, ma un utile non-GAAP di 0,34 dollari per azione; nel 2015 Amazon ha registrato un utile GAAP di 0,37 dollari per azione e un utile non-GAAP di 4,14 dollari per azione. La misura alternativa ha fornito un rapporto prezzo/utili relativamente modesto (106), al posto dello strabiliante 1.192: tutto questo lascia pensare che forse i parametri non ufficiali forniscono effettivamente una migliore rappresentazione dei guadagni.
Il rischio sta tuttavia nella peculiarità di questi strumenti di misurazione alternativi: anche un parametro diffuso come il margine operativo lordo a volte non consente il confronto tra aziende diverse, o addirittura nell’ambito della stessa azienda fra un anno e l’altro, a causa di differenze tra ciò che viene incluso o escluso dal calcolo. È opportuno che investitori e analisti continuino a esercitare grande cautela nell'interpretare i parametri non ufficiali per la misurazione degli utili, e analizzino con attenzione le spiegazioni fornite dalle aziende, che potrebbero dipendere dall'uso (o abuso) del parere dei manager.
PROBLEMA N. 4
Stima del valore equo
I dirigenti e gli investitori hanno a disposizione due strumenti di misurazione per determinare il valore delle attività di un'impresa: il prezzo pagato in origine (vale a dire il costo dell’acquisizione o costo storico) e la cifra totale che queste attività frutterebbero se fossero vendute oggi (valore equo o valore di mercato).
Circa 25 anni fa, prima dell'ascesa di Internet, i bilanci aziendali facevano affidamento sul primo parametro, che ha il notevole pregio di essere facilmente verificabile. Oggi, tuttavia, le aziende usano il valore equo per un numero crescente di classi di attività, nella speranza che un esame dello stato patrimoniale possa fornire un quadro più veritiero della situazione economica corrente. Ma dal momento che non tutti sono d'accordo sulla definizione di “valore equo”, questo parametro ha introdotto un elevatissimo grado di soggettività nel processo di rendicontazione finanziaria, creando nuovi problemi sia per chi redige sia per chi utilizza i bilanci.
Mentre nel 2008 imperversava la crisi finanziaria, negli Stati Uniti il Financial Accounting Standards Board, la SEC, lo IASB e il Public Company Accounting Oversight Board (una società senza scopo di lucro creata dalla legge Sarbanes-Oxley per supervisionare i revisori delle società quotate in Borsa) hanno apportato una miriade di variazioni alle modalità di applicazione del criterio del valore equo. L' obiettivo era guidare i revisori nella verifica del valore equo, ma il risultato è stato aumentare la confusione, invece che diminuirla. Il processo di misurazione si è rivelato difficile, spesso altamente soggettivo e controverso.
Pensiamo al trattamento contabile dei titoli greci da parte delle banche europee nel 2011, durante una delle tante e apparentemente inesauribili crisi legate al debito pubblico nel Paese ellenico. Le svalutazioni dei titoli variavano dal 21% al 51%: una differenza impressionante, se si considera che tutte le grandi istituzioni finanziarie europee hanno accesso agli stessi dati di mercato e sono controllate dalle stesse quattro società di revisione contabile. La Royal Bank of Scotland, ad esempio, contabilizzò nel secondo trimestre del 2011 un aggravio sugli utili di 733 milioni di sterline, dopo una svalutazione del 51% rispetto al valore iscritto a bilancio degli 1,45 miliardi di sterline in titoli di Stato greci che aveva in portafoglio. Nel fare questo, la RBS seguì la gerarchia del valore equo degli IFRS (e dei GAAP), che impone di usare i prezzi di mercato osservabili, se disponibili. Su questa base, la RBS sottolineò che i prezzi di mercato erano precipitati a un livello inferiore di circa la metà rispetto al prezzo pagato per quei titoli all’epoca della loro emissione.
Contemporaneamente, due istituzioni finanziarie francesi, BNP Paribas e CNP Assurances, esaminando gli stessi identici dati decisero di svalutare i bond solo del 21%. Rifiutarono di prendere in considerazione i prezzi di mercato adducendo la motivazione, discutibile, che il mercato era troppo illiquido per fornire una valutazione “equa”, e ricorsero al cosiddetto “livello 3” della scala gerarchica del valore equo, seguendo un processo noto come mark-to-model (in contrasto con le valutazioni mark-to-market utilizzate dalla RBS) .
Se queste difficoltà emergono con i titoli negoziabili, si può immaginare quanto sia difficile applicare coerentemente i principi del valore equo ad attività immateriali come avviamento commerciale, brevetti, accordi di earn-out e progetti di ricerca e sviluppo. A peggiorare le cose, le comunicazioni sui metodi di valutazione delle attività immateriali sono tenute a fornire solo informazioni di base riguardo alle ipotesi che hanno generato le stime. È difficile capire in che modo la situazione potrebbe migliorare: già così è raro trovare un rapporto annuale (10K) alla SEC che sia lungo meno di 150 pagine. Se includessero anche una spiegazione completa dei presupposti alla base delle stime del valore equo (ammesso che sia possibile fare una cosa del genere), i rapporti raggiungerebbero una lunghezza ingestibile.
PROBLEMA N. 5
Manipolare le decisioni invece dei libri contabili
Quando commercialisti, analisti, investitori e consiglieri d’amministrazione parlano di trucchi contabili, di solito si riferiscono ai metodi per accumulare costi nel bilancio di un’azienda. I manager possono, per esempio, scegliere di sopravvalutare, cioè di dichiarare deliberatamente spese o perdite superiori alla realtà, per esempio crediti inesigibili o costi di ristrutturazione, in modo da crearsi una riserva occulta da riutilizzare in futuro per gonfiare artificialmente i profitti. Oppure possono fare il contrario, rimandando deliberatamente la contabilizzazione di una spesa o di una perdita nell’anno in corso: in questo secondo caso, si prendono in prestito profitti futuri per pompare quelli presenti.
Recenti cambiamenti nelle regole GAAP e IFRS hanno limitato il ricorso a questi espedienti, anche se molto probabilmente la sopravvalutazione resterà un problema di cui non ci libereremo mai. I manager vogliono la flessibilità che deriva dal poter contare su riserve occulte e i revisori esterni gli permettono di farla franca (entro certi limiti) perché è improbabile che un’azienda venga citata in giudizio per aver dichiarato profitti inferiori alla realtà: le società di revisione fanno molta più attenzione a scovare casi di sottovalutazione dei costi (e dunque sopravvalutazione dei profitti) da parte dei loro clienti.
In generale, la regolamentazione ha reso più difficile manipolare i bilanci per le aziende, e di conseguenza la falsificazione dei risultati si è spostata su un piano dove le regole contabili faticano ad arrivare, il processo decisionale aziendale, con vantaggi per la rendicontazione di breve termine e svantaggi per la performance nel lungo termine.
Per uno studio pubblicato sul Journal of Accounting and Economics è stato chiesto a oltre 400 alti dirigenti in che modo la loro azienda gestisse gli utili dichiarati. I ricercatori hanno detto ai dirigenti di immaginare uno scenario in cui la loro azienda rischiava di mancare il suo obiettivo di guadagno trimestrale: restando all’interno dei vincoli imposti dai GAAP, quali scelte avrebbero fatto per centrare l’obiettivo di utili?
Lo studio ha rivelato che i manager tendono a manipolare i risultati intervenendo non tanto sui dati della performance, quanto sulla tempistica delle decisioni operative. Ad esempio, quasi l'80% degli intervistati ha detto che se non riuscisse a raggiungere gli obiettivi di guadagno, taglierebbe le spese discrezionali (come ricerca e sviluppo, pubblicità, manutenzione, assunzioni, formazione dei dipendenti). Più del 55% ha detto che rimanderebbe l'inizio di un nuovo progetto, anche se questo ritardo comportasse una piccola perdita in termini di valore. Quasi il 40% ha detto che di fronte al rischio di non centrare l’obiettivo, offrirebbe ai clienti incentivi per acquistare di più in quel trimestre.
I manager, inoltre, pompano i numeri manipolando la produzione. Se una società ha un notevole eccesso di capacità, ad esempio, i manager possono scegliere di incrementare la produzione, spalmando in questo modo i costi di produzione fissi su più unità di prodotto. Così facendo ottengono una riduzione del costo unitario e di conseguenza una diminuzione dei costi di vendita e un aumento dei profitti. Ma questa pratica crea anche scorte considerevoli di prodotti finiti, imponendo all’azienda un pesante fardello in cambio di un momentaneo miglioramento dei margini, come dimostra uno studio condotto sull'industria automobilistica. Quando enormi quantità di macchine invendute rimangono ferme nei parcheggi per lunghi periodi, possono capitare cose brutte (e costose): i parabrezza e gli pneumatici si possono crepare, i tergicristalli si possono rompere, le batterie si possono scaricare e così via. L’azienda deve aumentare le spese di marketing, ridurre drasticamente i prezzi e offrire extra costosi come finanziamenti a tasso zero, solo per convincere i clienti a comprare. E il fatto stesso di tagliare i prezzi può andare a discapito del valore del marchio che la casa automobilistica ha tanto faticato per costruire.
L’elemento che rende queste scoperte così inquietanti non è solo il fatto che queste truffe sono molto diffuse, ma che questo tipo di azioni non sono considerate violazioni dei GAAP o degli IFRS. I dirigenti aziendali possono fare quello che vogliono, nella confortante consapevolezza che i revisori non glielo contesteranno. Oltretutto, con gli obblighi di informativa vigenti, è estremamente difficile individuare comportamenti tanto distruttivi.
Nuovi strumenti di analisi possono aiutare
Gli investitori e i consiglieri d’amministrazione sono consapevoli che manipolando le decisioni operative per riportare guadagni più alti sul breve periodo si corre il rischio molto concreto di compromettere sul lungo periodo la competitività di un'azienda. È evidente, inoltre, che se le leggi in materia di contabilità continuano a migliorare e a prevenire ulteriori frodi, ma gli incentivi dei dirigenti a raggiungere obiettivi a breve termine rimangono forti, le aziende saranno sempre più inclini a spostare gli sforzi di manipolazione sulle decisioni, invece che sui libri contabili. Investitori e consiglieri d’amministrazione devono quindi chiedere maggiore trasparenza su queste decisioni operative, che sono quelle più suscettibili di manipolazione, per capire se alla base ci sono motivi aziendali validi o soltanto la volontà di gonfiare artificialmente i risultati finanziari.
Naturalmente, questo creerà dei problemi pratici in termini di volume di informazioni riportate, e resterà il problema della difficoltà di verificare la fondatezza delle ipotesi di partenza. I requisiti normativi che producono report sempre più lunghi possono avere come effetto una riduzione dei ricavi. C’è bisogno, forse, di approcci più intelligenti per analizzare i dati disponibili. La buona notizia è che le nuove tecniche vengono adottate sempre più spesso da analisti e investitori.
La legge di Benford. Un approccio all'analisi della rendicontazione aziendale che recentemente sta facendo proseliti nei mercati finanziari è basato sulla legge di Benford, che esamina la distribuzione di frequenza delle cifre iniziali in un insieme di dati numerici. Questa legge è stata scoperta da parecchio tempo, ma soltanto recentemente si è cominciato ad applicarla alla contabilità e al settore finanziario: le compagnie di assicurazione hanno iniziato a usarla per individuare false richieste di risarcimento, l'IRS (il fisco americano) per individuare frodi fiscali e le Big 4 (le quattro grandi società americane di revisione contabile) per individuare irregolarità nei bilanci.
La legge, che prende il nome da uno scienziato britannico di inizio Novecento, stabilisce che in una lista di numeri tratta da una qualsiasi fonte reale (gli addebiti della carta di credito, le forniture, gli incassi), la probabilità che la prima cifra sia 1 è del 30% circa (ad esempio: 1, 157, 1.820). La probabilità che la prima cifra sia 2 è di circa il 18% e per ogni numero dopo il 2 la percentuale cala progressivamente, al punto che il 9 compare come prima cifra in meno del 5% dei casi. Questa distribuzione si è dimostrata valida per una gamma praticamente illimitata di insiemi di dati: la lunghezza dei fiumi (sia in piedi sia in metri), la popolazione di città e Paesi, il volume degli scambi sui mercati azionari, i punti del ranking dei tennisti professionisti, i pesi molecolari delle sostanze chimiche, l'altezza degli edifici più alti del mondo e via discorrendo.
Anche le variabili contabili dovrebbero essere distribuite secondo la legge di Benford, e così è a meno che i dati non siano stati deliberatamente manipolati; la distribuzione resta valida perfino se i dati vengono convertiti da una valuta all'altra. Se un insieme di dati contabili si discosta dalla legge di Benford, possiamo interpretare questa deviazione come la prova di una manipolazione.
Supponiamo che una società di revisioni stia esaminando il bilancio di una società: la presenza fra i dati contabili di un numero insolitamente alto di prime cifre che iniziano con 7, 8 o 9 può indicare un tentativo deliberato da parte della dirigenza di truccare i numeri per raggiungere i risultati finanziari desiderati.
Segnali verbali. Un altro strumento per individuare comportamenti censurabili è emerso dalla ricerca
di due professori di contabilità che hanno analizzato le trascrizioni di quasi 30.000 videoconferenze fra amministratori delegati e direttori finanziari di aziende americane dal 2003 al 2007. I ricercatori hanno attinto a studi psicologici che dimostrano che i modelli di comunicazione verbale delle persone cambiano quando mentono. Hanno scoperto una serie di indizi verbali che possono far capire a un ascoltatore che nei bilanci aziendali c’è qualcosa che non quadra. Ad esempio, in aziende che successivamente sono state costrette dalla SEC ad apportare pesanti correzioni alle loro dichiarazioni contabili, i capi fraudolenti evidenziavano i seguenti comportamenti:
• Accennavano relativamente di rado al valore per gli azionisti (forse per minimizzare il rischio di una causa legale).
• Usavano aggettivi molto enfatici (ad esempio, invece di descrivere una cosa come “buona”, la definivano “fantastica”).
• Evitavano l’uso del pronome “io” preferendo optare per la terza persona.
• Facevano un minor uso di quelle espressioni che esprimono esitazione, come “ehm…” e “ah…” (il che potrebbe far pensare che si erano allenati a recitare le loro bugie).
• Usavano più spesso parole oscene.
Naturalmente, il problema è che i manager che intendono mentire possono imparare a evitare questi segnali. Nel frattempo, però, gli indizi verbali possono essere un utile strumento per i consiglieri d’amministrazione e per le altre parti interessate a stanare pratiche disoneste.
I primi anni. Uno studio recente dimostra che la manipolazione dei risultati finanziari si verifica soprattutto nei primi anni di mandato di un amministratore delegato e diminuisce col passare del tempo. Una possibile spiegazione è che i primi anni sono il periodo di maggiore incertezza sulle capacità del manager, e dunque quest’ultimo può voler distorcere i dati sugli utili per tenersi stretta la poltrona. La lezione che dovrebbero trarne i consiglieri d’amministrazione e gli investitori è che è opportuno vigilare con particolare attenzione sulle pratiche contabili nel momento in cui un nuovo amministratore delegato entra in carica.
Per adempiere alla loro importante funzione sociale ed economica, i bilanci devono riportare la realtà economica di fondo di un’azienda: finché si discosteranno da quella realtà, le limitate risorse finanziarie continueranno a essere stanziate in modo sbagliato e si continuerà a distruggere ricchezza e posti di lavoro.
Naturalmente, non avremo mai un mondo in cui tutti i tutti i bilanci sono interamente veri e affidabili, ma la comprensione dei loro difetti e la disponibilità di nuovi strumenti per individuare le manipolazioni possono aiutarci a proseguire negli sforzi per raggiungere questo ideale. Con la pratica sempre più diffusa di manipolare la tempistica delle decisioni operative per gonfiare artificialmente i dati sulla performance (un metodo più difficile da individuare e regolamentare), la vigilanza diventa una questione vitale.
H. David Sherman è Professore di Contabilità alla D’Amore-McKim School of Business della Northeastern University ed ex ricercatore presso la Division of Corporate Finance della SEC. S. David Young è Professore di Contabilità e controllo all’IN