ECONOMIA & SOCIETÀ
Rony Hamaui
Gennaio 2026
Dopo l’elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti – tra crescenti contrapposizioni internazionali, la fine del libero scambio e un utilizzo senza precedenti delle prerogative presidenziali in materia di politica fiscale, industriale e migratoria – l’opinione largamente condivisa tra gli economisti era che avremmo assistito a un forte rallentamento della crescita mondiale, a una marcata frenata del commercio internazionale, a una ripresa dell’inflazione, soprattutto negli Stati Uniti, e a una forte instabilità dei mercati finanziari.
Le previsioni economiche di inizio 2025
Ad aprile 2025 il Fondo Monetario Internazionale riduceva drasticamente le stime, formulate solo pochi mesi prima, sulla crescita dell’economia mondiale per l’anno in corso (-0,5%), degli Stati Uniti (-0,5%), dell’area euro (-0,9%), dei paesi emergenti (-0,5%) e in particolare del Messico (-1,7%). Ovviamente anche il commercio mondiale era previsto in forte contrazione (-1,5%), mentre l’inflazione, dopo la fiammata del 2022, avrebbe rallentato il proprio rientro. La volatilità dei mercati finanziari, dopo lo shock del cosiddetto “Liberation Day” del 2 aprile, era prevista elevata. Infine, tutti i modelli neokeynesiani pronosticavano che l’introduzione dei dazi avrebbe portato a un rafforzamento del dollaro, come avvenuto nelle prime settimane dell’anno e in precedenti fasi di crisi.
Cosa è successo davvero
Nei mesi successivi, tuttavia, i principali previsori internazionali hanno dovuto rivedere in senso più positivo queste previsioni pessimistiche. A luglio e poi a ottobre, ad esempio, il World Economic Outlook del FMI ha parzialmente corretto il tiro, offrendo un’immagine meno catastrofica dell’economia globale. Gli ultimi dati disponibili, seppur resi incerti dal lungo shutdown dell’amministrazione americana, suggeriscono che i consuntivi finali potrebbero risultare ancora migliori delle previsioni più recenti. Basti ricordare il dato preliminare sulla crescita del PIL statunitense nel terzo trimestre del 2025, annualizzato al 4,3%, o quello dell’inflazione (headline CPI) di novembre, pari al 2,7%. Ancora più sorprendenti risultano i dati sulle esportazioni manifatturiere messicane verso gli Stati Uniti, cresciute del 9% tra gennaio e novembre rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, nonostante i pesanti dazi imposti dall’amministrazione Trump.
Questo senza contare la performance dei mercati finanziari, in particolare delle borse, che hanno conseguito risultati notevoli in molte aree del mondo grazie soprattutto ai settori tecnologico, finanziario e della difesa. Il dollaro, invece, ha conosciuto la peggiore svalutazione dell’ultimo decennio.
Perché gli economisti hanno sbagliato?
Le ragioni di questa diffusa incapacità di previsione sono molteplici. Certamente non aiuta la modalità spesso caotica e imprevedibile con cui vengono prese le decisioni alla Casa Bianca in materia di dazi, politiche industriali e fiscali, né le frequenti ingerenze nella politica monetaria. Ugualmente rilevante è la difficoltà di comprendere le interrelazioni tra politica ed economia in un mondo divenuto multipolare e conflittuale. A ciò si aggiunge l’elevata elasticità mostrata dal settore privato nel gestire vincoli, sanzioni e dazi attraverso un’attenta gestione delle scorte e, soprattutto, mediante triangolazioni commerciali e produttive. Infine, non va sottovalutata la complessità di valutare gli effetti di un salto tecnologico di portata storica come quello attuale e, di conseguenza, la razionalità degli ingenti investimenti in corso.
Più in generale, occorre riconoscere che i modelli matematici e statistici utilizzati dagli economisti ed econometrici per formulare scenari funzionano bene in un contesto stabile come quello della “Grande Moderazione” (1984-2007), in cui è lecito assumere ipotesi ceteris paribus per isolare gli effetti di determinati shock. Tali modelli faticano però a cogliere le profonde interrelazioni tra geopolitica ed economia in un mondo in rapido mutamento. Persiste, poi, tra molti economisti, una storica difficoltà nell’incorporare nei modelli la “razionalità limitata” dei comportamenti individuali e collettivi.
E nel 2026? Forse è meglio lanciare una monetina
Anche le previsioni per il 2026 sembrano risentire delle stesse difficoltà. Da un lato, vi è chi ritiene che gli effetti negativi delle politiche dell’amministrazione Trump finiranno per manifestarsi, seppur con un ritardo maggiore rispetto alle attese iniziali. I mercati finanziari, inoltre, sarebbero prossimi allo scoppio di una grande bolla, in un contesto dominato dalle quattro “O” premonitrici delle crisi: over-valuation, over-ownership, over-investment e over-leverage (ovvero, sopravalutazione delle quotazioni, troppo denaro investito sui mercati azionari, eccessivi investimenti delle imprese, sovraindebitamento).
Dall’altro lato, economisti come Nouriel Roubini sostengono che siamo alle soglie di una rivoluzione tecnologica di portata storica. Gli sviluppi dell’intelligenza artificiale generativa, della robotica e della biogenetica potrebbero aumentare in modo permanente la produttività e la crescita globale, in particolare negli Stati Uniti. La deregolamentazione e una politica fiscale espansiva promosse dall’amministrazione Trump contribuirebbero inoltre a una crescita sostenibile e non inflazionistica. Difficilmente, tuttavia, l’Europa riuscirà a partecipare pienamente a questa festa.
Esiste infine uno scenario centrale che ipotizza un’economia moderatamente forte e stabile, capace di smentire ancora una volta le previsioni di recessione ciclica, grazie a robusti investimenti nell’intelligenza artificiale, a una politica fiscale espansiva nelle due sponde dell’Atlantico e a una Federal Reserve più accomodante. L’inflazione resterebbe tuttavia vischiosa, colpendo soprattutto le famiglie a basso reddito, senza però disancorare le aspettative.
La probabilità di successo di questo scenario resta però limitata. In termini tecnici, ci troviamo di fronte a una distribuzione multimodale, con code piuttosto spesse, che rendono ogni previsione estremamente incerta.
A questo punto, forse, è davvero meglio lanciare una monetina. In fondo “Riconoscere i propri limiti è il primo passo verso la saggezza” (Goethe).
Questo articolo di Rony Hamaui è stato pubblicato il 10 gennaio 2026 su FIRST online (https://www.firstonline), che ha gentilmente concesso a Harvard Business Review Italia la ripubblicazione.
Rony Hamaui è Amministratore delegato di Airosh e professore a contratto presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
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