ECONOMIA & SOCIETÀ
DAVID WESSEL
Aprile 2018
Nonostante la loro innegabile popolarità, Apple, Amazon, Google e Facebook sono sempre più sotto osservazione da parte di economisti, studiosi di diritto, politici ed esperti di policy che accusano queste aziende di usare la propria dimensione e forza per schiacciare i potenziali concorrenti (il loro approccio ha attirato l'attenzione dei legislatori europei già da qualche tempo). I giganti pongono sfide nuove, ma rappresentano anche un elemento di una storia più ampia: un fenomeno preoccupante di scarsa competizione che attraversa tutta l'economia americana.
Non c'è dubbio che la maggior parte dei settori stia sempre più concentrata in poche mani. Le grandi aziende rappresentano quote sempre più alte del fatturato del proprio settore e i profitti che stanno realizzando in rapporto ai loro investimenti non sono mai stati così alti. Come sottolinea un quintetto stellare di economisti – David Autor, David Dorn, Lawrence Katz, Christina Patterson e John Van Reenen – la concentrazione e i profitti più elevati possono essere conseguenze positive, persino ben accette, dell'innovazione tecnologica. Oggi, operiamo in un mondo in cui il vincitore conquista la maggior parte della torta, almeno così sembra, un mondo in cui aziende superstar con un'elevata produttività catturano una porzione ampia del mercato. Amazon, Apple, Facebook e Google sono arrivate in cima in virtù della loro propensione ad innovare. Secondo James Bessen della Boston University, la quota sempre crescente di fatturato realizzato dalle aziende di maggior successo all'esterno del mondo high-tech si spiega grazie all'adozione, da parte loro, di soluzioni di information technology proprietarie e connesse in modo diretto alla mission: sono più grandi perché sono migliori.
Ci sono, però, sempre più elementi dai quali emerge che sono in gioco anche forze dannose. «La concentrazione potrebbe nascere da forze anticompetitive», dicono Autor e i suoi colleghi, «laddove le aziende dominanti sono sempre più in grado di impedire ai rivali, sia quelli già presenti che quelli potenziali, di entrare nel mercato e di espandersi». In effetti, le ricerche mostrano come le aziende consolidate in un'ampia gamma di settori – linee aeree, birra, prodotti farmaceutici, ospedali – stiano manentendo la propria forza sul mercato utilizzando modalità che impediscono ai rivali di emergere e prosperare. I vincitori stanno diventando più grandi, mentre il numero di nuove start-up è in diminuzione. Con il venir meno della pressione competitiva, la crescita della produttività rallenta, i salari stagnano e il gap tra vincitori e sconfitti si amplia.
Il problema di fondo non è la "grandezza" in quanto tale. Piuttosto, è l'effetto combinato di dimensioni, concentrazione e – ancora più importante – regole favorevoli alle aziende già sul mercato rispetto alla sana concorrenza che spinge la crescita economica. In questo articolo, esamino l'effetto problematico generato dal consolidamento di un settore sulla competizione. Dopodiché, esamino il ruolo delle legislazioni antitrust nel plasmare l'ambiente economico odierno ed esploro le strategie che consentono di migliorare il flusso dell'innovazione, aumentare il dinamismo nel business e nel mercato del lavoro e che, in definitiva, portano a migliori standard di vita per tutti.
I SEGNALI D'ALLARME
Dieci anni fa, le prime quattro linee aeree degli Stati Uniti vantavano il 41% del fatturato del loro settore. Oggi sono arrivate al 65%. Anche se la concorrenza è forte sulle tratte più battute, il 97% dei voli interni ha talmente pochi concorrenti che, sulla base dei criteri antitrust standard, potremmo definirli "molto concentrati". Nel 1990, il 65% degli ospedali nelle aree metropolitane era "molto concentrato". Nel 2016, la percentuale è arrivata al 90%. Nonostante la proliferazione di micro-birrifici, quattro produttori di birra detengono quasi il 90% del mercato.
Non si tratta di casi isolati. In uno studio del 2002, Lawrence White, economista della New York University, arrivò alla conclusione che, tra l'inizio degli anni '80 e la fine degli anni '90, la concentrazione in tutti i settori era scesa. Se ora guardiamo di nuovo lo scenario, nel 2017, ci rendiamo conto che la storia è cambiata. Con la cautela dello studioso, ha notato «un incremento moderato ma continuo nella concentrazione aggregata». L'Economist, usando i dati dello U.S. Economic Census, ha osservato un trend simile. Degli 893 settori presi in esame – dal cibo per cani alla produzione di batterie, dalle linee aeree alle carte di credito – due terzi di essi sono diventati più concentrati dal 2007 a oggi. Pesata in funzione della dimensione del settore, la percentuale di revenue delle prime quattro aziende era passsata dal 26% del 1997 al 32% del 2012.
Si vede con chiarezza come la concentrazione di settore sia in aumento. Questo significa allora che c'è meno concorrenza o che i consumatori sono più poveri? Il modo migliore per capire se l'aumento della concentrazione possa avere una ricaduta negativa dal punto di vista economico è quello di osservare i profitti, gli investimenti, il dinamismo di business e i prezzi. Nella maggior parte dei casi (anche se non in tutti), i dati indicano una mancanza di competizione.
Profitti. I profitti in continua crescita in un mercato sempre più concentrato sono tipicamente il segno di una diminuzione della concorrenza e dell'aumento del potere di mercato delle aziende dominanti. Oggi, i profitti stanno salendo in settori in cui un numero sempre minore di attori possiede una quota maggiore del business. Ricerche recenti suggeriscono che il markup medio – la differenza tra i prezzi che le aziende caricano e il costo marginale dei prodotti – sta aumentando sul mercato americano e che sta crescendo più velocemente per le aziende più profittevoli. Usando dati relativi a tutte le aziende degli Stati Uniti quotate in borsa dal 1950 al 2014, Jan De Loecker di Princeton e Jan Eechout dello University College di Londra hanno scoperto che i markup sono aumentati da un 18% circa del 1980 al 67% del 2014. Questo va bene per gli azionisti, naturalmente, ma non è una notizia tanto buona per i consumatori o per l'economia nel suo complesso.
Investimenti. Un altro segnale della diminuzione della pressione competitiva è rappresentato dalla capacità che hanno le aziende di aumentare i profitti senza grossi investimenti, mentre nei mercati competitivi le aziende sono spinte a investire di più per stare un passo avanti ai propri rivali. Negli ultimi tempi, il livello di investimento complessivo è aumentato, ma non è solido come ci si potrebbe aspettare data la crescita dei profitti, il costo straordinariamente basso di capitale e debito e la quantità di liquidità presente nei bilanci aziendali. Misurati rispetto al PIL, i profitti dopo le tasse delle aziende sono quasi raddoppiati rispetto a 25 anni fa – e sono i più alti dai tempi della Seconda guerra mondiale. Eppure, gli investiment come quota del PIL sono pari solo al 13% nello stesso periodo. «Gli investimenti sono deboli rispetto alla redditività e alle valutazioni», hanno detto Thomas Philippon e German Gutierrez della New York University in un'analisi del 2017 basata sulla relazione storica tra investimenti e la proporzione fra il valore di mercato del debito e dell'equity di un'azienda rispetto al costo di sostituzione dei suoi asset.
Dinamismo nel business. In un'economia sana, le aziende continuano a nascere, fallire, espandersi e contrarsi, mentre nuovi posti di lavoro vengono creati e altri distrutti. Un rallentamento del dinamismo nel giro d'affari significa che le aziende già solide hanno poco da temere da quelle che nascono; il risultato è che l'economia soffre, dato che l'innovazione rallenta e la crescita del lavoro ristagna. Negli Stati Uniti, il tasso di nascita di nuove aziende (come percentuale rispetto alle aziende nel loro complesso) è sceso da un 13% e più negli anni '80 all'8% del 2015, stando ai dati ufficiali più recenti. Il numero di posti di lavoro creati dalle aziende con meno di un anno di vita è sceso da un picco di 4,7 milioni alla fine degli anni '90 ai 3 milioni del 2015.
John Haltiwanger, economista dell'Università del Maryland, nota che il declino del dinamismo negli Stati Uniti trova la sua origine nel settore del retail negli anni '80 e '90. Allora, però, nonostante il numero in declino di attori nati e declinati, il settore divenne più produttivo. Si tratta di quello che è stato chiamato "Effetto Walmart", dato l'impatto del gigante della grande distribuzione non solo sul proprio settore, ma sull'economia statunitense nel suo insieme. In seguito, però, il calo del dinamismo ha investito il settore tecnologico. Questo è un elemento più problematico, dice Haltiwanger, dato che annuncia una crescita più lenta della produttività.
La promessa di ricevere molti soldi è un grande incentivo per gli imprenditori innovativi.
Prezzi. La teoria economica dice che gli oligopoli – settori in cui un numero ridotto di aziende domina senza troppa competizione – portano all'aumento dei prezzi e a una riduzione della produzione. Per quanto riguarda la domanda se ci troviamo effettivamente davanti a un declino della concorrenza, l'analisi dei prezzi compiuta da alcuni ricercatori ha portato a risultati inconcludenti. Sharat Ganapati di Dartmouth, ad esempio, ha preso in esame i dati dal 1972 al 2012 e ne ha concluso che l'aumento della concentrazione nel settore manifatturiero è correlata a un aumento dei prezzi, il che è coerente con il calo della competizione, ma anche alla stabilità produttiva, e qui la coerenza viene meno. Al di fuori del settore manifatturiero, la concentrazione di settore è correlata a un aumento della produzione e a prezzi stabili, entrambi elementi che non si adattano alla teoria dell'oligopolio e del declino della concorrenza.
La preponderanza di elementi trasversali rispetto al corpus di ricerche in continuo sviluppo suggerisce che il consolidamento del settore sta generando un allarmante declino nella concorrenza, limitando nel Paese la capacità di innovare, di creare posti di lavoro e di sostenere il buono stato di salute dell'economia nel suo complesso.
EROI O MALVAGI?
Nonostante un quadro generale all'insegna del declino della competizione, non è sempre facile capire se e in quale misura i consumatori in un particolare settore si trovino a essere danneggiati dal consolidamento. Le aziende che arrivano in cima fanno parte dei "buoni" o dei "cattivi"?
Considerate Facebook e la sua acquisizione, nel 2017, di TBH ("To Be Honest"), una applicazione per cellulare popolare tra i teenager, che consente di rispondere in modo anonimo a domande riguardanti i loro amici. Quando Facebook la acquisì, l'app era stata creata da appena due mesi e aveva attratto più di 5 milioni di utilizzatori, con oltre un miliardo di messaggi inviati. TBH è solo una delle oltre 60 acquisizioni analoghe fatte da Facebook dal 2010.
Adottando una prospettiva positiva, l'idea di vendere a Facebook (o a Google o ad Apple) offre molti vantaggi economici. La promessa di ricevere molti soldi è un grande incentivo per gli imprenditori innovativi. Su una scala più grande, la capacità della piattaforma Facebook di diffondere innovazione a tutti i livelli dell'economia implica che i benefici provenienti dagli avanzamenti tecnologici maturano più velocemente e in modo più ampio di quanto accadrebbe se rimanessero nelle mani di una start-up. Adottando una prospettiva negativa, invece, l'incessante spinta da parte di Facebook ad inghiottire aziende giovani e promettenti è un buon modo per schiacciare nuove realtà che potrebbero diventare dei concorrenti. Non sapremo mai cosa sarebbero potute diventare TBH o Halli Labs o Instagram o WhatsApp o Oculus VR se Facebook non le avesse assorbite. O quali aziende sarebbero potute nascere se i possibili creatori non avessero pensato che era impossibile entrare in concorrenza con Facebook.
L'incessante spinta ad inghiottire aziende giovani e promettenti è un buon modo per schiacciare nuove realtà che potrebbero diventare dei concorrenti.
In alcuni settori, la concentrazione è chiaramente guidata meno da superstar votate all'innovazione e più da un comportamento anticompetitivo. Pensiamo alla birra. Nonostante la proliferazone dei microbirrifici, sono due i produttori che dominano gli Stati Uniti: Anheuser-Busch InBev (Beck's, Budweiser, Corona, Michelob, Stella Artois) e MillerCoors (Blue Moon, Coors, Millers, Molson). Una recente indagine attribuisce l'aumento dei prezzi della birra a una maggiore concentrazione nel settore. Quando, nel 2008, SABMiller e MolsonCoors (i produttori numero due e tre al tempo) si unirono negli Stati Uniti, i prezzi aumentarono all'improvviso. E non solo quelli delle loro birre, ma anche quelli dei concorrenti della Anheuser-Busch. Gli economisti Nathan Miller di Georgetown e Matthew Weinberg di Drexel stimano che i prezzi fossero tra il 6% e l'8% più alti di quello che sarebbero stati senza la joint venture, e sostengono che i produttori concorrenti abbiano allineato i prezzi. Nel 2015, il Dipartimento di Giustizia, citando dei documenti aziendali nella sua obiezione iniziale a una successiva acquisizione da parte della Anhauser-Busch, disse che il piano strategico dei prezzi del produttore «è una specie di manuale per creare un efficace allineamento dei prezzi».
Il settore sanitario è un altro esempio eclatante. Un'ondata di fusioni e consolidamenti tra ospedali di tutto il Paese, spinta in parte dalla ricerca di un miglior coordinamento delle attività di cura e una maggiore efficenza, ha rafforzato il potere contrattuale degli ospedali rispetto a quello delle compagnie assicurative, senza che ci fosse traccia (o quasi) dei tanto auspicati benefici in termini di produttività. «Anche se la concentrazione potrebbe produrre efficienze di cui andrebbe a beneficiare chi acquista servizi sanitari, i dati ci mostrano un quadro diverso», dice Brent Fulton di Berkeley in una sua rassegna del 2017 della letteratura sul tema. La concentrazione nel mercato ospedaliero è inoltre associata a un aumento dei prezzi che talvolta, a seguito delle fusioni, arriva al 20%. Un'analisi del 2010 ha scoperto che il pagamento tipico di un'assicurazione privata per la permanenza di un paziente in ospedale a San Francisco (un mercato altamente concentrato) è circa del 75% più alto del mercato di Los Angeles, più frammentato.
Allora, i leader di settore sono buoni o cattivi? Probabilmente un po' tutti e due. «La maggior parte delle aziende si dà da fare in modo attivo per proteggere la propria fonte di vantaggio competitivo attraverso un misto di innovazione e lobbying», dice Luigi Zingales dell'Università di Chicago. Nella misura in cui le aziende vengono spinte a innovare, non c'è molto di cui doversi preoccupare. Quando, invece, le aziende usano il loro potere di mercato per plasmare il contesto normativo in modi che portano a una distruzione della concorrenza, spuntano i problemi. E, purtroppo, ci sono prove più che evidenti del fatto che una porzione sostanziosa dell'economia americana soffra di una mancanza di competizione.
RIDEFINIRE LA STRUTTURA DELL'ANTITRUST
Per rimediare agli effetti dannosi derivanti dal consolidamento di settore e dal declino della concorrenza, un punto ovvio da cui partire è quello delle regole e della loro applicazione nel settore dell'antitrust. L'approccio degli Stati Uniti all'antitrust si è evoluto in modo significativo durante il secolo scorso. Negli anni '50 e '60, molte fusioni, anche quelle che avrebbero condotto a un aumento modesto della concentrazione, venivano abitualmente messe in discussione, ma negli anni '70 la struttura dell'antitrust cominciò a cambiare e il numero delle fusioni su cui venivano espressi dei dubbi vide un calo progressivo. Gli avvocati e giudici Robert Bork e Richard Posner e gli economisti Premio Nobel George Stigler e Oliver Williamson posero le fondamenta intellettuali di questo cambiamento, che si diffuse nell'arena politica e nelle corti nei primi anni '80.
L'approccio più indulgente si basava su tre idee: i danni derivanti dall'aumento della concentrazione dovevano essere messi in rapporto alle efficienze che venivano create; le fusioni orizzontali tra concorrenti era dannose solo se portavano a una diminuzione della produzione; le fusioni verticali tra fornitori e acquirenti generalmente non rappresentavano un problema. Questa idea si fece più solida sotto il Dipartimento di Giustizia dell'amministrazione Reagan e, nel bene e nel male, le autorità antitrust rimasero a guardare nel corso dei decenni successivi, via via che l'economia diventava più concentrata. Negli anni 2000, sotto l'amministrazione Obama, l'approccio divenne in qualche modo più aggressivo, ma ancora non si è capito se le indicazioni volte a promuovere mercati competitivi, emanate nelle ultime fasi del mandato, fossero un gesto puramente simbolico o un tentativo reale di cambiare le cose.
È arrivato il momento che le autorità antitrust rinnovino il proprio modo di esaminare le fusioni tradizionali. Un'analisi comprensiva degli studi retrospettivi effettuati su migliaia di fusioni e joint ventures degli ultimi 25 anni, compiuta da John Kwoka, economista della Northeastern University, conclude che le autorità antitrust siano state troppo tolleranti nel consentire che certi tipi di fusione avvenissero indisturbati e nell'imporre condizioni a fusioni che avevano avuto il via libera. I prezzi derivanti da un sottoinsieme di queste fusioni aumentarono di una media del 4,3%, mantenendo costanti altri fattori. Gli aumenti furono particolarmente elevati nel settore delle linee aeree e della sanità. «La diminuita attenzione nei confronti di fusioni che coinvolgevano quote di mercato e forme di concentrazione più basse sembrano aver comportato l'approvazione di un numero più significativo di fusioni che si rivelano anticompetitive», ha scritto in un libro del 2015.
La meta-analisi di Kwoka suggerisce che le autorità antitrust dovrebbero essere più inclini a bloccare le fusioni per aumentare la competizione. Pensiamo al settore della telefonia wireless. Nel 2011, AT&T intendeva acquisire un concorrente un difficoltà, T-Mobile USA, in un affare da 39 miliardi di dollari che avrebbe abbassato il numero dei competitor rilevanti del settore da quattro a tre. Incapace di superare l'opposizione dell'amministrazione Obama, però, AT&T abbandonò il tentativo cinque mesi dopo averlo annunciato. Dopo che la fusione andò in fumo, alcuni dissero che la T-Mobile era ormai condannata. Come ha raccontato su Forbes l'autore Mark Rogowsky, «Nel giro di un anno, T-Mobile assunse un nuovo CEO, John Legere, che abbandonò il modo tradizionale di fare business. Legere abbandonò le sovvenzioni, abbassò i prezzi, offrì più dati e spesso si prese gioco dei rivali». L'azienda prosperò, acquisendo 4,4 milioni di nuovi abbonati nel 2013. Nel 2017, la concorrenza tra gli operatori wireless era talmente feroce che il presidente della Federal Reserve Janet Yellen citò l'abbassamento dei prezzi nel settore dei cellulari come una causa della bassa inflazione.
Le autorità antitrust devono anche affrontare l'annosa questione di cosa costituisca una forma di pricing illegale di tipo "predatorio" nel mercato attuale. Pensiamo al presunto uso da parte di Amazon di prezzi sottocosto per mettere sotto pressione e, alla fine, acquisire un potenziale concorrente. Dopo che l'azienda di e-commerce Quidsi – proprietaria di Diapers.com – rifiutò nel 2009 una proposta di acquisizione da parte di Amazon, il colosso rispose tagliando fino al 30% i prezzi dei pannolini e di altri prodotti per neonati sul proprio sito e creando Amazon Mom, che offriva sconti e spedizioni gratuite. Quidsi si trovò in difficoltà, flirtò con Walmart, ma alla fine cedette e accettò l'offerta di Amazon. Nel 2012, Amazon iniziò ad alzare i prezzi e ad eliminare i vantaggi di Amazon Mom.
Per rimediare agli effetti dannosi derivanti dal consolidamento di settore e dal declino della concorrenza, un punto ovvio da cui partire è quello delle regole e della loro applicazione nel settore dell'antitrust.
Sono questioni delicate. Nel 2015, ad esempio, la Federal Trade Commission si chiese se la fusione tra le aziende del settore immobiliare Zillow e Trulia avrebbero ridotto la spinta di entrambe a sviluppare nuove formule per i consumatori. La FTC decise che non sarebbe avvenuto e la fusione venne realizzata. Lo stesso anno, però, la FTC cercò di bloccare una fusione tra Steris e Synergy Health, le aziende numero due e tre nel settore della sterilizzazione in campo sanitario. Dato che Synergy al tempo non faceva business negli Stati Uniti – sosteneva la FTC – una fusione avrebbe impedito qualunque concorrenza che sarebbe potuta derivare dall'eventuale ingresso di Synergy sul mercato americano. Un giudice federale non condivise questa lettura e la fusione venne realizzata.
L'evoluzione dell'economia farà emergere questioni ancora più complesse. Come dovrebbero comportarsi le autorità di fronte alla capacità senza precedenti dei nuovi giganti digitali di schiacciare la concorrenza? Dovrebbero essere più scettiche di fronte a fusioni che potrebbero diminure la "competizione potenziale", situazione che si verifica quando un'azienda ne acquista un'altra che opera in un mercato adiacente (pensiamo all'acquisizione da parte di Google di Youtube o a Microsoft che acquista LinkedIn)? E cosa fare quando una grande azienda ne ingoia una piccola che sarebbe potuta crescere in modo significativo?
Le spinte a riesaminare le attuali linee guida in materia di fusioni (e, laddove è appropriato, a mettere in discussione il diritto giurisprudenziale, che pare alla base della riluttanza del Dipartimento di Giustizia e della FTC ad aprire nuovi casi) sono molto forti. Gli elementi che mostrano come ci sia troppo poca concorrenza si stanno accumulando. Acquisizioni che in passato erano troppo piccole per attirare l'attenzione dell'antitrust possono eliminare una concorrenza potenziale, soprattutto in un mondo in cui un'azienda come WhatsApp può crescere in pochi anni fino ad avere un miliardo di utilizzatori all'anno. In effetti, la capacità dei nuovi giganti del settore tecnologico di utilizzare le proprie potenti reti e l'enorme quantità di dati che raccolgono per schiacciare la concorrenza rappresenta una delle più grandi sfide che le autorità antitrust si trovano oggi ad affrontare.
RIPENSARE LE REGOLE
Gli aspetti preoccupanti che porta con sé un maggiore consolidamento di settore non possono essere affrontati unicamente attraverso l'intervento dell'antitrust. Anche chi definisce le policy dovrebbe riconsiderare le regole che restringno la competizione all'interno dell'economia. In parte a causa dell'influenza delle aziende più forti nel plasmare le policy, allo scopo di mantenere le proprie posizioni a spese delle start-up e di altri potenziali concorrenti, gli Stati Uniti non vengono più considerati un esempio di libero mercato e di equilibrio in materia di regole. In effetti, con un netto cambiamento rispetto alla fine degli anni '90, l'Organizzazione per la Cooperazione e per lo Sviluppo Economico dice che, ormai, gli Stati Uniti regolano i mercati dei prodotti in modo più pesante di molte economie avanzate come Australia, Canada, Francia, Germania e Giappone.
Prendiamo, ad esempio, l'industria farmaceutica. Anche se gli Stati Uniti non regolano il prezzo dei prodotti farmaceutici, come fa la maggior parte dei Paesi ricchi, offrono ai farmaci creati dalle aziende protezione sui brevetti, periodi di esclusiva e altri modi per rientrare dagli investimenti in costose ricerche necessarie a produrre nuovi tipi di farmaco. Una volta che queste garanzie scadono, comunque, i prezzi dovrebbero in teoria scendere, con l'ingresso sul mercato di produttori di farmaci generici. E questo accade, qualche volta.
Secondo Fiona Scott Morton, economista di Yale, però, nel corso degli ultimi 10-15 anni «gli attori del settore sono riusciti a superare molti di questi meccanismi competitivi e a creare nicchie in cui i farmaci possono essere venduti in condizioni di concorrenza minima o inesistente». Per esempio, la vendita di alcuni farmaci dagli effetti collaterali particolarmente gravi è ora strettamente controllata tramite la Risk Evaluation and Mitigation Strategy della FDA (REMS). I produttori di tali farmaci, in alcuni casi, citano le restrizioni come il motivo per cui non forniscono alle aziende che producono i generici un campione per ricreare i farmaci. Per esempio, alla Hikma Pharmaceuticals, ci sono voluti quasi sette anni di scontri per ottenere quello che serviva per produrre, in linea con le restrizioni della REMS, una versione generica di uno dei prodotti principali della Jazz Pharmaceutical, lo Xyrem, un farmaco da un miliardo di dollari l'anno, utilizzato per curare la narcolessia. L'accordo raggiunto nel 2017 permette a Hikma di iniziare a vendere la versione generica solo dopo il 1° gennaio 2023. All'inizio del suo mandato come commissario della FDA nell'amministrazione Trump, Scott Gottlieb ha promesso di cambiare le regole della REMS per evitare che i produttori di farmaci le utilizzino per schiacciare la concorrenza dei generici e a novembre ha annunciato un progetto preliminare che va in questa direzione.
Le regole del mercato del lavoro, assieme a certe pratiche dei datori di lavoro, possono rappresentare elementi ulteriori che stanno alla base del blocco della concorrenza, limitando la capacità dei lavoratori di trovare lavori meglio pagati. Come aveva messo in guardia il celebre economista Adam Smith, le aziende continuano a operare in modi che cercano «sempre e ovunque, in una sorta di tacita, ma costante e uniforme combinazione, di non far aumentare il costo del lavoro». Un modo con cui le aziende lo fanno è quello di chiedere alle persone accordi di non concorrenza. Quando vengono imposti, questi accordi incidono negativamente sulla capacità del lavoratore di cambiare lavoro e limitano la possibilità da parte delle aziende di acquisire talenti dall'esterno. Gli ingegneri softwaristi e i CEO non sono i soli ad essere toccati da queste limitazioni: tra i dipendenti che guadagnano 40.000 dollari o meno, circa uno su sette (il 13,5%) è vincolato da accordi di questo tipo. Da un soprendente studio del 2017, condotto da Alan Krueger e Orley Ashenfelter di Princeton, è emerso che il 58% delle catene principali (Burger King, Jiffy Lube, H&R Block e dozzine di altre) limita e talvolta proibisce l'assunzione delle persone da un franchise all'altro, a detrimento, ovviamente, delle persone che cercano di cambiare lavoro.
Anche l'esplosione delle regole di abilitazione professionale a livello di stati danneggia sia i lavoratori che quelli che cercano di entrare nel mercato. Negli anni '60, solo il 10% dei lavoratori degli Stati Uniti aveva un'abilitazione professionale. All'ultimo conteggio, risulta che ora ce l'abbia il 22%. Buona parte di questo incremento è dovuto al fatto che i singoli stati hanno aumentato il numero di occupazioni per cui è necessaria l'abilitazione. Alcuni dei requisiti sono motivati dalla necessità di proteggere i consumatori, ma altri sono stati chiaramente orchestrati attraverso attività di lobbying da parte di associazioni di settore desiderose di limitare il numero di attori presenti nella loro professione (e di alzare i prezzi). La Lousiana chiede che i fioristi ce l'abbiano. Il Michigan richiede 1.460 giorni di formazione per gli allenatori sportivi, ma solo 26 giorni per i tecnici sanitari. Il Board of Barbering and Cosmetology della California richiede 1.600 ore di formazione e di training sul campo prima che una persona possa accedere all'esame per conseguire l'abilitazione e altre 3.200 ora di apprendistato e 220 di training relativo per ottenere l'abilitazione vera e propria. Gli stati, generalmente, non riconoscono gli attestati emesse da altri stati, rendendo difficile alle persone già in possesso di un'abilitazione muoversi tra uno stato e l'altro e tutelando all'interno di ciascun stato chi già svolge una professione.
Questi limiti normativi alla concorrenza vengono analizzati con attenzione sempre maggiore. La Federal Trade Commission ha condotto una lunga battaglia contro le associazioni dei dentisti riguardo vari regolamenti presenti negli stati, che limitano i servizi che igienisti e cliniche che sbiancano i denti possono offrire. Creare una categoria di "terapisti dentali" per fornire alcuni servizi di routine «potrebbe portare benefici ai consumatori aumentando la possibilità di scelta, la competizione e l'accesso alle cure, soprattutto per chi non ha grandi possibilità», ha detto la FTC. I dentisti non sono felici.
Nel 2014, sotto le pressioni della Federal Communications Commission, il settore della telefonia wireless ha finalmente accettato di consentire ai consumatori di sbloccare i loro cellulari se volevano cambiare provider. E con entusiasmo bipartisan e la benedizione della Food and Drug Administration, nel 2017 il Congresso ha incaricato la FDA di rendere più semplice per i consumatori acquistare apparecchi acustici da Costco e altri retailer, così come possono comprare occhiali da lettura in negozi non specializzati, come CVS. L'idea era quella di stimolare la competizione e abbassare i prezzi, scoraggiando la pratica, portata avanti da alcuni audiologi, di abbinare a un esame l'acquisto di un apparecchio acustico.
È un inizio, ma chi si occupa di definire le regole e le policy ha ancora del lavoro da fare.
LA STRADA FUTURA
In definitiva, curare i mali dell'economia americana richiede l’impegno politico e la determinazione necessaria per proteggere quella sana concorrenza che spinge la crescita della produttività e migliora gli standard di vita dei cittadini, anche quando interessi molto potenti si oppongono.
Se siamo lenti ad agire per sostenere la competizione (magari perché le aziende consolidate esercitano la loro forza o a causa di un'avversione nei confronti di qualunque forma di meccanismo regolativo) rischiamo di annacquare il dinamismo dell'economia e di restringere il flusso di innovazioni e nuove idee, compromettendo le prospettive dei nostri figli e dei nostri nipoti.
DAVID WESSEL è senior fellow di studi economici alla Brookings Institution e direttore dell'Hutchins Center on Fiscal and Monetary Policy.
LA COMMON OWNERSHIP INDEBOLISCE LA CONCORRENZA?
Gli investitori istituzionali e gli index fund hanno vissuto una crescita spettacolare negli ultimi decenni. L'effetto economico di questa crescita è che grandi investitori possiedono interessi sostanziali in tutti i principali competitor di un settore. Nel 1980, solo il 10% delle aziende quotate degli Stati Uniti avevano investitori istituzionali che possedevano il 5% o più delle loro azioni e, in contemporanea, azioni di aziende rivali nello stesso settore. Nel 2014, sono salite al 60%.
In che modo questa crescita di proprietà incrociata da parte di investitori istituzionali incide sulla concorrenza? Una recente ricerca di Martin Schmalz e altri colleghi dell'Università del Michigan sostiene che questo fenomeno scoraggerebbe le grandi aziende dal competere in modo aggressivo le une con le altre. Prendiamo il caso delle linee aeree. Nel primo trimestre del 2017, Berkshire Hathaway, BlackRock, Vanguard e Primecap possedevano una quota combinata del 23% di Delta, il 29% di United, il 31% di American e il 38% di Southwest. La ricerca del team di Schmalz stima che i prezzi dei voli siano, in media, dal 3% al 7% più alti di quanto sarebbero senza questa forma di sovapposizione di possesso da parte degli investitori istituzionali. Hanno scoperto un trend simile anche nel settore bancario.
Schmalz e i suoi colleghi non sostengono che si tratti di una vera e propria collusione quanto piuttosto che la common ownership riduce l'incentivo a competere. I settori in cui questo fenomeno è più diffuso tendono ad avere pacchetti di compensation aziendale che offrono meno premi per aver battuto la concorrenza di quanto accada in settori con meno proprietà incrociata. La ricerca suggerisce, inoltre, che quando gli index fund e altri investitori istituzionali possiedono quote in tutte le grandi aziende di un settore, tendono a non essere degli azionisti attivi, portando i manager delle aziende più forti a trincerarsi e facendo aumentare le inefficienze.
Questa linea di pensiero è controversa. I critici sostengono che gli index fund possiedono per loro natura quote di un gran numero di aziende, alcune delle quali competono le une con le altre, mentre altre si trovano in una relazione cliente-fornitore. Ed è difficile dire che BlackRock sia la reincarnazione di John D. Rockfeller: l'azienda gestisce i soldi di altri. I critici contestano anche i metodi usati da Schmalz, sottolineando come la ricerca si basi sul modo in cui i gestori di denaro sono costretti a rendere conto delle proprietà, che combina quote detenute da clienti di tutti i generi. E citano prove aneddotiche che mettono in discussione l'idea che i soggetti istituzionali tendano a non agire: nel 2017, per esempio, nel confronto tra Procter & Gamble e l'investitore Nelson Peltz, Vanguard si è schierato con P&G, mentre State Street e BlackRock hanno dato quasi tutte le loro quote a Peltz.Le ricerche sull'impatto di questa forma di proprietà sulla concorrenza possono portare a risultati non definitivi, ma il lavoro è ancora più importante nel momento in cui le quote di grandi aziende, possedute da grandi investitori istituzionali, continuano ad aumentare in modo significativo. Se dovessero crescere le prove a favore dell'idea che la concorrenza sta soffrendo a causa di questa tendenza, la proprietà incrociata da parte degli investitori istituzionali dovrebbe entrare a far parte, accanto all'antitrust e ai vincoli normativi, delle leve che possono consentire di gestire il preoccupante declino della concorrenza nell'economia degli Stati Uniti.