SPECIALE / L’UOMO E LA MACCHINA
La produzione è in crescita, ma i lavoratori non partecipano al banchetto.
Giugno 2015
Intervista agli autori di The Second Machine Age
Le macchine, a quanto pare, possono fare praticamente tutto ciò che possono fare gli esseri umani. Persino le automobili stanno imparando a guidarsi da sole. Cosa significa tutto questo per le imprese e per l’occupazione? Resteranno ancora dei lavori per noi esseri umani? Le macchine assorbiranno non solo i compiti ripetitivi ma anche quelli altamente professionali? Se un uomo e una macchina lavoreranno fianco a fianco, chi dei due prenderà le decisioni? Sono alcuni degli interrogativi che si pongono alle aziende, ai settori e alle economie man mano che le tecnologie digitali trasformano il business.
Il progresso tecnologico migliora il nostro mondo ma porta con sé anche nuovi problemi, dicono Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee, membri del corpo docente della MIT Sloan School of Management, che studiano da anni l’impatto della tecnologia sulle economie. Il loro ultimo libro, The Second Machine Age: Work, Progress, and Prosperity in a Time of Brilliant Technologies, è improntato a una visione ottimistica del futuro high-tech. Ma dalla sua pubblicazione, avvenuta nel 2014, i due studiosi sono alle prese con un problema le cui dimensioni sorprendono anche loro: perché le innovazioni digitali contribuiscono alla stagnazione dei redditi medi negli Stati Uniti e alla eliminazione di così tante posizioni di livello intermedio.
In questa intervista rilasciata ad Amy Bernstein e Anand Raman della Harvard Business Review, Brynjolfsson e McAfee spiegano che mentre le tecnologie digitali aiuteranno l’economia a crescere più rapidamente, non tutti ne beneficeranno in ugual misura - come dimostrano già gli ultimi dati disponibili. Rispetto alla rivoluzione industriale, le tecnologie digitali tendono maggiormente a creare dei mercati in cui il vincitore prende tutto. Brynjolfsson e McAfee sono convinti altresì che nonostante il ritmo impetuoso dello sviluppo tecnologico, il dinamismo delle imprese sia calato notevolmente e temono che la risposta della politica sia stata inadeguata. Concludono che, anche se nessuno sa cosa ci riserva il futuro, è ora di cominciare ad affrontare la negatività economica delle nuove tecnologie.
HBR: Ultimamente, il vostro lavoro si è concentrato sui progressi consentiti dalle tecnologie digitali. Ma avete espresso la preoccupazione che possano emergere in tempi brevi anche dei problemi. Cos’è che vi preoccupa così tanto?
McAfee: Mettiamo in chiaro una cosa: le tecnologie digitali stanno facendo per la capacità intellettuale ciò che il motore a vapore e le tecnologie correlate fecero per la forza muscolare degli esseri umani durante la rivoluzione industriale. Ci stanno consentendo di superare rapidamente molti limiti e di aprire nuove frontiere con una velocità senza precedenti. È un progresso straordinario. Ma non si sa esattamente come si realizzerà.
Così come ci vollero decenni per migliorare il motore a vapore al punto da farne il propulsore della rivoluzione industriale, ci vorrà del tempo per affinare ulteriormente le tecnologie digitali. Computer e robot continueranno a evolversi e impareranno a fare nuove cose a un ritmo stupefacente. Ecco perché oggi siamo a un punto di svolta, all’alba di quella che definiamo la seconda era delle macchine.
Questa era sarà migliore per la semplice ragione che, grazie alle nuove tecnologie, saremo in grado di produrre di più: più assistenza sanitaria, più istruzione, più intrattenimento e più di tutti gli altri beni e servizi materiali che apprezziamo. E potremo estendere questo ben di Dio a un numero sempre maggiore di persone, in tutto il mondo, senza depauperare le risorse del pianeta.
Brynjolfsson: Ma la digitalizzazione ha portato con sé dei problemi spinosi. Non dovrebbe essere una sorpresa: in tutto il corso della storia, gli sviluppi economici positivi hanno avuto spesso effetti collaterali spiacevoli. Per esempio, la prima rivoluzione industriale ha creato una grandissima ricchezza, ma anche inquinamento, malattie e sfruttamento del lavoro minorile.
La digitalizzazione sta creando nuovi tipi di disgregazione economica. Più cresce la capacità di elaborazione dei computer, meno le aziende hanno bisogno di certe categorie di lavoratori. Nonostante la sua velocissima avanzata, il progresso tecnologico potrebbe lasciare indietro alcuni, forse molti.
Per altri, tuttavia, le prospettive sono radiose. Non c’è mai stato un momento più favorevole per un lavoratore in possesso di competenze tecnologiche elevate o di una buona formazione scientifica. Queste persone possono creare e acquisire valore. Ma non è un bel momento per chi possiede solo competenze ordinarie. I computer e i robot stanno imparando molte competenze di base a un ritmo straordinario.
McAfee: Nessuna legge economica garantisce che se il progresso tecnologico fa aumentare le dimensioni della torta, il beneficio sarà uguale per tutti. Le tecnologie digitali possono replicare idee, processi e innovazioni di valore a un costo minimo. Ciò crea abbondanza per la società e ricchezza per gli innovatori, ma riduce la domanda di certe figure professionali.
Interrompere il ciclo della prosperità
Stando ai dati, la produttività è in crescita, ma i redditi di molti americani sono fermi o addirittura in calo. Come lo spiegate?
Brynjolfsson: Guardiamo ai quattro indicatori principali della salute di un’economia: Pil pro capite, produttività della manodopera, numero degli occupati e reddito medio delle famiglie. Quando abbiamo studiato i dati americani su tutti e quattro i fronti, ci siamo trovati di fronte a una dinamica intrigante: dopo la Seconda guerra mondiale, tutti e quattro gli indicatori sono saliti costantemente e in sincronia quasi perfetta per più di tre decenni. La crescita dei posti di lavoro e dei salari, in altre parole, teneva il passo con gli incrementi della produzione e della produttività. Oltre a creare più ricchezza, i lavoratori americani acquisivano anche una quota proporzionale dei benefici.
Negli anni Ottanta, tuttavia, la crescita del reddito medio ha cominciato a rallentare. Negli ultimi 15 anni è andata in negativo; oggi, al netto dell’inflazione, una famiglia americana posizionata nel 50º percentile della distribuzione del reddito guadagna meno che nel 1998, pur tenendo conto dei cambiamenti intervenuti nella dimensione dei nuclei familiari. Anche la crescita dei posti di lavoro nel settore privato ha segnato il passo - e non solo per la recessione del 2008. I posti di lavoro sono aumentati col contagocce per tutto il primo decennio degli anni Duemila, anche quando l’economia era in espansione. È quello che chiamiamo il “grande disaccoppiamento”. Le due metà del ciclo della prosperità non sono più abbinate: l’abbondanza economica, esemplificata dal Pil e dalla produttività, è rimasta su un sentiero di crescita, mentre il reddito e le prospettive di occupazione per i lavoratori standard sono diminuiti sensibilmente. [Si veda il box “Quando i lavoratori hanno cominciato a rimanere indietro”].
Non avevamo mai sperimentato nulla di simile. Anche se le macchine hanno preso a fare sempre di più e la popolazione è cresciuta rapidamente per quasi duecento anni, in realtà il valore del lavoro umano è aumentato. Lo si è potuto vedere nel costante incremento dei salari di un operaio medio. Ma un successo di questo tipo non è né automatico né inevitabile. Dipende dalla natura della tecnologia, e dal modo in cui si adattano gli individui, le organizzazioni e le politiche. Siamo di fronte a una grandissima sfida.
Il grande disaccoppiamento si sta verificando solo negli Stati Uniti?
Brynjolfsson: No, trend analoghi si stanno manifestando in quasi tutti i Paesi sviluppati. In Svezia, in Finlandia e in Germania, per esempio, le diseguaglianze dei redditi sono aumentate negli ultimi trent’anni, anche se non nella stessa misura degli Stati Uniti.
Il fatto che la classe media si sia svuotata in tutti questi Paesi indica che il disaccoppiamento non si deve solo ai cambiamenti intervenuti nel contratto sociale. Germania, Svezia Stati Uniti hanno concezioni diverse del capitalismo, di come si dovrebbero trattare le persone e così via. Non stiamo dicendo che le scelte sociali non abbiano alcun effetto e neppure che la globalizzazione non abbia alcun effetto. Ma sembra esserci una forza comune che influenza tutti questi Paesi. Noi pensiamo che sia la tecnologia.
McAfee: Un indicatore attendibile sulle prospettive dei lavoratori è la percentuale del Pil che va in salari e stipendi ogni anno. In America, la quota del Pil detenuta dai lavoratori è rimasta costante per molti decenni, ma a partire dal 2000 è calata sensibilmente. [Si veda il box “Mentre i profitti salgono, i salari crollano”]. Nel contempo, i profitti delle imprese sono saliti rapidamente prima della grande recessione e si sono ricostituiti con straordinaria rapidità al suo indomani; adesso sono ai massimi storici dalla Seconda guerra mondiale.
Le prospettive dei lavoratori si stanno deteriorando anche nei Paesi in via di sviluppo. Uno studio recente di Loukas Karabarbounis e Brent Neiman ha rivelato che la quota del Pil detenuta dai lavoratori è diminuita in 42 Paesi su 59, tra cui Cina, Messico e India. I due ricercatori hanno concluso che siccome i progressi dell’information technology hanno fatto scendere il prezzo di impianti, macchinari e attrezzature, le aziende hanno spostato investimenti dalla manodopera al capitale.
Brynjolfsson: Negli ultimi trent’anni, poiché le aziende americane hanno trasferito la produzione all’estero per ridurre i costi, l’occupazione industriale negli Stati Uniti è crollata. Il nostro collega del MIT David Autor e i suoi co-ricercatori David Dorn e Gordon Hanson stimano che la concorrenza cinese possa spiegare circa un quarto del declino registrato nell’occupazione industriale degli Stati Uniti. Ma sia gli operai americani sia gli operai cinesi vengono resi più efficienti dall’automazione.
Ma non tutti i tipi di lavoro stanno scomparendo, non è vero? Perché alcuni risentono più degli altri del progresso tecnologico?
McAfee: Tecnologie come il software di elaborazione delle paghe e di controllo delle scorte, l’automazione delle fabbriche, i centri produttivi controllati dal computer e gli strumenti di programmazione hanno sostituito lavoratori in fabbrica, nelle attività di routine e nella processazione meccanica delle informazioni. Per contro, i big data, l’analitica e le comunicazioni ad alta velocità hanno accresciuto l’output dei detentori di competenze ingegneristiche, creative e progettuali e le hanno rese più preziose. L’effetto netto è stato ridurre la domanda di lavoratori delle informazioni a bassa qualificazione e aumentare la domanda di lavoratori delle informazioni ad alta qualificazione.
Brynjolfsson: Questo trend è stato documentato in decine di studi di economisti – Autor, Lawrence Katz, Alan Krueger, Frank Levy, Richard Murnane e Daron Acemoğlu. L’hanno documentato anche gli studi che ho pubblicato insieme a Tim Bresnahan, Lorin Hitt e altri. Gli economisti lo chiamano "cambiamento tecnico orientato alle competenze". Esso favorisce, per definizione, le persone che hanno avuto più istruzione formale, più formazione pratica o più esperienza.
Un rapporto di Autor e Acemoğlu mette in luce gli effetti del cambiamento tecnico orientato alle competenze. Fino al 1973, tutti i lavoratori americani hanno avuto una solida crescita dei salari; la marea montante della produttività ha fatto salire il reddito di tutti, indipendentemente dal livello di formazione scolastica. Poi, la crisi petrolifera del 1973 e la recessione hanno cambiato segno ai guadagni per tutti i gruppi.
A partire da allora, abbiamo cominciato a osservare un divario sempre più profondo. Nei primi anni Ottanta, gli stipendi dei laureati sono tornati a salire. Nel frattempo, quasi tutti i lavoratori non laureati si sono trovati alle prese con un mercato del lavoro meno attrattivo. Il loro salari restavano fermi oppure, se avevano abbandonato le scuole superiori, diminuivano quasi sempre. Non sarà una coincidenza se la rivoluzione del Pc è iniziata proprio nei primi anni Ottanta.
La faccenda diventa ancora più interessante se si tiene conto che il numero delle persone iscritte al college è più che raddoppiato tra il 1960 e il 1980 - passando da circa 750.000 a più di 1,5 milioni. La grandissima disponibilità di laureati avrebbe dovuto abbassarne i salari relativi, ma non è stato così. La combinazione tra retribuzione più elevata e offerta in crescita indica che la domanda relativa di manodopera qualificata è cresciuta più rapidamente dell’offerta.
Nello stesso tempo, anche se il numero di coloro che non avevano completato le medie superiori era in calo, i posti di lavoro a disposizione di queste persone diminuivano ancora più rapidamente. La mancanza di domanda per lavoratori a bassa qualificazione ha contribuito a ridurne ulteriormente i salari. Ciò ha aumentato le diseguaglianze tra i redditi.
McAfee: Intanto, la tecnologia continuava a evolversi. Un altro studio di Autor e Dorn concludeva che tra il 1980 il 2005, l’informatizzazione ha avuto un ruolo determinante nel ridisegno delle mansioni e dei salari. Notava inoltre che le mansioni ad alta intensità di compiti facilmente informatizzabili erano quasi sempre appannaggio della classe media. L’assottigliamento della classe media è una delle ragioni principali che spiegano il crollo del reddito medio. La seconda era delle macchine sta assumendo una connotazione diversa da quella della prima era, nel senso che prosegue il trend di lungo termine dell’abbondanza materiale, ma senza più accompagnarsi a una crescita nella domanda di manodopera.
Vincitori e vinti
Le tecnologie digitali creano economie in cui il vincitore prende tutto?
Brynjolfsson: Le tecnologie digitali permettono di fare copie praticamente a costo zero. Ogni copia è una replica perfetta e si può trasmettere pressoché istantaneamente in quasi tutti i punti del pianeta. Non erano caratteristiche della prima era delle macchine, ma sono standard per i prodotti digitali, il che produce dei risultati inusuali, come dei mercati in cui il vincitore prende tutto.
In molti settori, il gap sempre più ampio tra laureati e non laureati è stato relegato in secondo piano da cambiamenti più sostanziali intervenuti ai livelli più elevati della curva di distribuzione del reddito. Tra il 2002 e il 2007, l’1% dei percettori a più alto reddito ha intascato due terzi di tutti i benefici derivanti dalla crescita dell’economia americana.
Dove si trovano i componenti di quell’1%? Beh, non stanno tutti a Wall Street. L’economista della University of Chicago Steve Kaplan ha scoperto che sono anche imprenditori, alti dirigenti e le icone dei media, dell’intrattenimento dello sport e del diritto. Se l’1% meglio pagato è composto da star, queste persone hanno sopra di sé delle superstar che hanno beneficiato di incrementi ancora maggiori. Mentre l’1% dei più fortunati ha incamerato circa il 19% del reddito nazionale degli Stati Uniti, lo 0,01% dei superfortunati ha visto la propria quota del reddito nazionale raddoppiare, dal 3% al 6%, tra il 1995 e il 2007. È difficile ottenere dati affidabili su livelli di reddito ancora più elevati, ma le evidenze empiriche indicano che il divario tra i redditi continua a crescere con una logica simile a quella dei frattali, per cui ogni insieme di superstar ha sopra di sé un gruppo ancora più ristretto di ultra-superstar che si allontana rapidamente.
Pare che dietro questo fenomeno ci siano diversi fattori, tra cui l’ascesa di aziende enormi che strapagano i loro top manager, nonché i tagli fiscali introdotti negli Stati Uniti e in altri Paesi che consentono ai percettori di redditi più elevati di trattenerne una quota maggiore. Anche il settore dell’alta tecnologia ha creato molti ricchi tra gli imprenditori e gli investitori. La ricerca che ho condotto insieme a Heekyung Kim ha rivelato come le aziende che usano più intensamente l’IT tendano anche a pagare di più i loro Ceo, forse perché la tecnologia amplifica gli effetti delle loro decisioni. Il cambiamento tecnologico che crea delle superstar sembra essere un trend sempre più importante.
Cosa direste agli economisti che dubitano della capacità delle tecnologie digitali di far crescere la produttività?
Brynjolfsson: A metà degli anni Novanta, quando gli Stati Uniti hanno fatto registrare un salto della crescita della produttività della manodopera, gli studi economici che abbiamo fatto noi e altri sono giunti alla conclusione che sia stata l’IT ad alimentare quella crescita. Ma non è durata a lungo; a metà degli anni Duemila la crescita della produttività del lavoro era tornata a livelli pre-1996, e da allora è rimasta relativamente bassa.
Per venire a tempi più recenti, ovviamente la recessione del 2008 ha avuto il suo peso. Dopotutto, la produttività è sostanzialmente il rapporto tra Pil e ore lavorate; perciò, quando il Pil cala sensibilmente, anche la produttività tende a calare.
Ma un’altra tessera del mosaico è che molti aspetti del progresso digitale non vengono calcolati nel Pil. Per esempio, Wikipedia, diversamente dalla vecchia versione cartacea della Enciclopedia Britannica, è gratuita. Significa che diversamente dalla Britannica, non viene inclusa nel calcolo del Pil, anche se crea valore aggiunto per un numero molto maggiore di persone.
E cosa ancora più importante, c’è uno stacco temporale tra lo sviluppo di nuove tecnologie e il momento in cui i relativi benefici cominciano ad apparire nelle statistiche. Vuol dire che le recenti innovazioni tecnologiche non hanno ancora avuto pieno impatto sulla produttività. È un andamento che abbiamo già visto. La crescita della produttività del lavoro negli Stati Uniti è stata bassa dal 1906 al 1928, proprio quando le aziende hanno cominciato ad adottare nuove tecnologie rivoluzionarie, come l’energia elettrica e il motore a combustione interna. Nei decenni successivi, quando abbiamo imparato a usare più efficacemente queste tecnologie, la produttività è aumentata enormemente.
McAfee: Non abbiamo ancora visto quello che possono fare le innovazioni tecnologiche più recenti. Teniamo presente che prodotti come l’iPhone hanno solo otto anni di vita. Le prime vetture autoguidate sono apparse sulle autostrade americane cinque anni fa. E solo da poco, i sistemi di intelligenza artificiale hanno dimostrato di poter padroneggiare compiti poco familiari - come la classificazione delle immagini o l’uso dei videogame - senza farsi impartire delle regole dai programmatori. Solo l’anno scorso il Baylor College of Medicine ha annunciato di aver usato la tecnologia Watson di IBM per generare ipotesi sulle proteine e lo sviluppo dei tumori, molte delle quali si sono dimostrate esatte.
Sono tutti i progressi significativi, ma nessuno di essi investirà separatamente l’economia. Si combineranno e ricombineranno tutti, tra di loro e con tecnologie di generazioni precedenti. A quel punto, la crescita della produttività farà registrare un’impennata. In effetti, siamo convinti entrambi che le tecnologie digitali produrranno una prosperità superiore a quella che crearono i motori della prima era delle macchine.
Brynjolfsson: Si potrebbe suddividere la seconda era delle macchine in più fasi. Nella fase II-A, gli esseri umani insegnano meticolosamente alle macchine ciò che sappiamo, passo dopo passo. È così che funziona la programmazione software tradizionale. La fase II-B subentra quando le macchine imparano da sé, sviluppando conoscenze e competenze che non siamo nemmeno in grado di spiegare. Le tecniche di apprendimento automatico hanno avuto un certo successo facendo questo lavoro in aree estremamente diversificate come la comprensione del discorso, la rilevazione delle frodi e l’uso dei videogame.
Ci sarà una terza fase?
Brynjolfsson: Forse, quando le macchine impareranno a capire le emozioni e le reazioni interpersonali, un’area di cui gli esseri umani sono ancora padroni incontrastati. Ma se andrete a trovare i ricercatori del MIT Media Lab, scoprirete che stanno già lavorando su un robot in grado di identificare le emozioni, analizzando in alcuni casi le espressioni facciali meglio di quanto non possiamo fare voi e io.
Con il progredire della seconda era delle macchine, ci saranno ancora dei lavori per gli esseri umani?
McAfee: Sì, perché gli esseri umani sono ancora molto superiori in tre aree di competenze. Una è la creatività di alto livello che genera cose come grandi idee commerciali, scoperte scientifiche, romanzi appassionanti e così via. La tecnologia non farà altro che amplificare le capacità di chi sa fare queste cose.
La seconda categoria inattaccabile è quella delle emozioni, delle relazioni interpersonali, dell’assistenza, del supporto psicologico, del coaching, della motivazione, della leadership e così via. Attraverso un processo evolutivo che va avanti da milioni di anni, siamo diventati bravi a decifrare il linguaggio non verbale degli altri …
Bynjolfsson: … E i loro segnali, nonché a finire le frasi che hanno cominciato. Da questo punto di vista le macchine sono molto indietro.
La terza categoria è la destrezza, la mobilità. È incredibilmente difficile insegnare a un robot ad attraversare un ristorante affollato, sparecchiare una tavola, riportare i piatti in cucina e metterli nel lavandino senza romperli, il tutto senza terrorizzare i clienti. La percezione sensoriale e la manipolazione sono complicate per i robot.
Ma non sono santuari inaccessibili; le macchine stanno già cominciando a entrare in ognuna di queste aree.
McAfee: Continueremo a vedere una classe media in riduzione, mentre la crescita si concentrerà agli estremi inferiore e superiore della scala sociale. I dirigenti, gli imprenditori, gli investitori e i romanzieri più bravi guadagneranno moltissimo. Yo-Yo Ma non verrà sostituito, nel futuro prevedibile, da un robot; ma dal punto di vista finanziario non vorrei essere il centesimo violoncellista del mondo.
La risposta delle imprese
Secondo voi, come stanno reagendo le imprese a questi rapidi progressi della tecnologia?
Brynjolfsson: Le tecnologie continuano a progredire, ma purtroppo il dinamismo delle imprese è calato. Oggi gli imprenditori hanno l’opportunità di immaginare delle soluzioni per impiegare esseri umani in nuove applicazioni, combinandoli con la tecnologia. Noi parliamo di “correre con le macchine” anziché “contro le macchine”. Per qualche ragione, le imprese non hanno creato nuovi posti di lavoro con la stessa efficacia del passato.
McAfee: Il modo migliore per rispondere al cambiamento è puntare sulla flessibilità e sulla fluidità - seguire l’onda. Invece stiamo assistendo a questo calo nel dinamismo delle imprese e nella fluidità della manodopera. È un trend preoccupante, e ci impedirà di rispondere adeguatamente al nuovo boom tecnologico.
Brynjolfsson: La sclerosi sembra essere largamente diffusa. In media, i tassi di imprenditorialità, nonostante quello che vediamo nella Silicon Valley, sono in diminuzione negli Stati Uniti.
Dal punto di vista intellettuale, la cosa più semplice da fare è esaminare il processo preesistente e chiedersi: “Come posso meccanizzare una parte di quel lavoro?” Per farlo ci vogliono una certa creatività e un minimo di lavoro, e si crea valore. Ma ci vuole una creatività molto maggiore per dire: “Come posso mettere a lavorare insieme questa macchina e questo essere umano per fare qualcosa che non è mai stato fatto prima e creare qualcosa che sarà più apprezzato dal mercato?”
Che tipo di ambiente economico farebbe il miglior uso delle nuove tecnologie digitali?
McAfee: Un ambiente favorevole all’innovazione, alla formazione di nuove imprese e alla crescita economica. Per crearlo, dobbiamo focalizzarci su cinque cose.
La prima è l’istruzione. I sistemi scolastici primari e secondari dovrebbero insegnare competenze pertinenti e preziose, ossia cose che i computer non sanno fare bene. Esse includono la creatività, le competenze relazionali e il problem solving.
La seconda è l’infrastruttura. Strade, aeroporti e reti di collegamento di prim’ordine sono investimenti sul futuro e costituiscono le basi della crescita.
Terzo, abbiamo bisogno di una maggiore imprenditorialità. Le giovani imprese, specie quelli in rapida crescita, sono una fonte primaria di nuovi posti di lavoro. Ma in quasi tutti i settori e in quasi tutte le regioni nascono meno imprese rispetto a trent’anni fa.
Il quarto elemento critico è l’immigrazione. Molte delle persone più qualificate e creative del mondo vengono in America per costruirsi una vita e una carriera ed è chiaramente dimostrato che le aziende fondate dagli immigrati sono state grandi motori dell’occupazione. Le politiche in atto in questo campo sono decisamente troppo restrittive e le nostre procedure sono mostruosamente burocratiche.
La quinta cosa è la ricerca di base. Le aziende tendono a concentrarsi sulla ricerca applicata, il che significa che il Governo ha un ruolo da giocare nel sostegno alla ricerca “pura”. Quasi tutte le grandi innovazioni tecnologiche di oggi, da Internet allo smartphone, hanno alle spalle un programma finanziato dal Governo. Ma in America il finanziamento della ricerca di base è in declino: sia la spesa totale, sia la spesa federale non-militare in R&S, in percentuale sul Pil, sono diminuite di oltre un terzo a partire dal 1980. È un trend che va invertito.
Brynjolfsson: L’unica previsione che possiamo fare con una certa sicurezza è che le tecnologie digitali porteranno il mondo in un’era caratterizzata da più ricchezza e più abbondanza, a cui faranno riscontro meno monotonia e meno fatica. Ma non c’è garanzia che tutti possano partecipare al banchetto, il che crea in molti una comprensibile apprensione. Il risultato - una prosperità condivisa o diseguaglianze sempre maggiori - non sarà determinato dalle tecnologie ma dalle scelte che faremo come individui, come organizzazioni e come società. Se non sapremo creare quel futuro - se costruiremo economie e società che escludono molti del ciclo della prosperità - avremo tutte le ragioni per vergognarci.
Il progresso tecnologico è una forza potentissima, ma non è il destino. Non ci porterà nell’utopia né in un futuro indesiderato. La capacità di farlo resta saldamente nelle nostre mani: le tecnologie sono semplicemente degli strumenti.