Occupazione e disoccupazione dopo la pandemia

Bruno Lamborghini

Luglio 2021

Occupazione e disoccupazione dopo la pandemia

La ripresa dell’attività economica, specie della produzione industriale e dei servizi all’industria negli Usa e in Europa a metà del 2021, mostra un netto divario tra andamento della produzione e crescita dell’occupazione. L’aumento dell’attività produttiva, dopo il picco della crisi pandemica tra il 2020 e il 2021, sta avvenendo con minori effetti sull’occupazione. Le imprese faticano a trovare le competenze necessarie a processi industriali che si sono innovati grazie alla maggiore disponibilità di nuove tecnologie, robot intelligenti 4.0 e algoritmi di Intelligenza artificiale, a fronte dei quali non hanno ancora saputo rispondere adeguatamente la formazione professionale e la formazione universitaria.

Forti sono le richieste inevase di data scientist e di data analyst in grado di affrontare i grandi flussi di big data prodotti dalle macchine, divenuti determinanti per la gestione delle piattaforme aziendali e dei processi decisionali in un contesto di crescente complessità. I pochi professionisti informatici che escono dalle università trovano subito posto e vengono anzi letteralmente strappati tra le aziende. Vi è da considerare che le imprese industriali, ma anche quelle dei servizi high tech, durante il lockdown e il lavoro a distanza hanno investito in processi di automazione in sostituzione di parte del lavoro non più direttamente disponibile a causa della pandemia.

C’è quindi da chiedersi, se questo processo di crescente automazione, resa più accessibile e disponibile dal boom di offerta di nuove tecnologie digitali a costi decrescenti, proseguirà anche dopo la fase pandemica più critica e diverrà strutturale, accelerando soprattutto la sostituzione di personale a ridotta qualificazione.

La crisi pandemica sembra quindi aver accelerato la riduzione di occupazione non qualificata nel nuovo scenario delle tecnologie digitali con effetti sull’esclusione di intere fasce di persone dal mercato del lavoro. Negli Usa si parla anche di effetti riduttivi sulla offerta di lavoro a causa dell’alternativa determinata dai rilevanti sussidi diffusi a pioggia dalle politiche pubbliche nella pandemia. Ma certamente questo riguarda principalmente attività meno qualificate e non la domanda di competenze professionali che presenta, invece, limitata risposta a causa di carente preparazione di tali competenze da parte dei sistemi formativi.

Le prospettive occupazionali in Europa, pur considerando la ripresa in atto e nei prossimi anni, sostenuta anche dagli investimenti del Next Generation EU, considerano sia gli effetti positivi e negativi della diffusione di tecnologie di automazione sia le trasformazioni in atto nei settori industriali. Il caso più evidente riguarda la trasformazione dell’industria automobilistica con l’aumento di elettronica rispetto alla meccanica e, soprattutto, la sostituzione di auto con motori a scoppio con auto elettriche, per le quali si prevede una riduzione delle ore lavorate per unità di prodotto con impatto sull’occupazione.

Non vi è dubbio che contemporaneamente nasceranno nuove aree produttive sia nella manifattura che nei servizi, e queste apriranno nuove opportunità di occupazione. Ma ciò sarà possibile solo se si opereranno profonde trasformazioni nel lavoro e nelle competenze, grazie alla possibilità di sviluppare processi di formazione permanente di competenze professionali a tutti i livelli. Non si parlerà più di lavoro in genere, ma di specifiche competenze professionali e di professionalità in qualsiasi attività lavorativa.   

Il trend di modifica del mercato del lavoro dovuto all’impatto della pandemia ha riguardato anche l’Italia dove, peraltro, gli effetti sono stati in parte attenuati dalla estensione della Cassa integrazione (che ha consentito alle imprese di mantenere l’occupazione, pur riducendo le ore lavorate) e dal blocco dei licenziamenti. Ma possibili effetti strutturali potranno essere valutati solo al termine di tali provvedimenti, in relazione anche alle crisi aziendali sopravvenienti. Va inoltre sottolineato che, durante la pandemia, alcuni lavoratori hanno deciso di uscire dal mercato del lavoro, aumentando il numero di inattivi, già elevato in Italia rispetto agli altri paesi europei.

La più recente analisi di Prometeia ha previsto un aumento del tasso di disoccupazione dal 9,3% del 2020 al 10,7% del 2021, all’11,2% del 2022-23 (in Germania la disoccupazione è attorno al 4%, in Usa al 5%, in Francia all’8%), pur con un tasso di occupazione (rapporto tra occupati e persone in età lavorativa) in aumento dal 58,9% del 2021 (59,3% del 2020) al 59,9% del 2022 e al 61% del 2023, ma si tratta peraltro di livelli nettamente inferiori rispetto a quelli dì altri paesi europei.

Gli elementi di maggiore debolezza dell’Italia rispetto alla media europea sono i livelli di NEET e di donne nel mercato del lavoro. I NEET, cioè i giovani tra 15 e 34 anni che non studiano e non lavorano, sono aumentati dal 23,8% del 2019 al 25,1% del 2020 (media Eurozona pari al 14%). In particolare, la percentuale sale al 35,8% al Sud contro il 15,5% al Nord. La partecipazione femminile al lavoro è scesa tra il 2019 (56,5%) ed il 2020 (54,7%) a fronte di una media europea pari al 68,5%, quindi con un divario di quasi 14 punti. Tra maschi e femmine il divario della partecipazione al lavoro è di circa 19 punti ed è questo un tema molto importante che dovrà essere affrontato dal Governo anche in ambito PNRR.

Un paese come l’Italia, a decrescente andamento demografico, per poter mantenere un sufficiente livello economico deve assolutamente recuperare al lavoro i giovani NEET e accrescere la partecipazione femminile al lavoro adeguando l’Italia ai livelli europei. Si tratta di seguire quanto stanno facendo Francia e paesi scandinavi. La Francia da sempre sostiene fiscalmente la crescita demografica e soprattutto favorisce la partecipazione femminile al lavoro con la diffusione degli asili nido pubblici e con il sostegno alla formazione STEM e tecnica delle donne, consentendo così l’estensione della formazione per le nuove competenze tecniche e manageriali richieste dalle aziende, a cui il mondo femminile può contribuire in modo particolarmente innovativo.

La crescita dei NEET è attribuibile in gran parte a errori di scelte formative non adeguate a rispondere alle esigenze del mercato del lavoro. Per questo appare necessario promuovere e sostenere modalità di upskilling e formazione delle nuove competenze on the job rivolte a queste fasce di giovani attraverso programmi sostenuti con il PNRR assieme alle aziende industriali e alle amministrazioni pubbliche. La recente insufficiente risposta ai bandi per l’assunzione di personale qualificato nella pubblica amministrazione italiana conferma la carenza di giovani formati con competenze digitali e manageriali adeguate e questo richiede di promuovere urgentemente, attraverso il potenziamento degli ITS e il riorientamento delle università, la formazione delle competenze necessarie.

Occorre un grande sforzo nella formazione di nuove competenze se si vuole ottenere risultati concreti anche dagli investimenti europei. Va considerato che tale sforzo di reskilling e upskilling va rivolto, in particolare, alle persone già occupate nelle aziende e nelle amministrazioni, la cui preparazione digitale e tecnico-manageriale rischia di essere inadeguata, con gravi rischi di obsolescenza e di mancato apporto allo sviluppo.

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