Le trasformazioni nel mondo HR / 2

Il ruolo cruciale dell’apprendimento

Ornella Chinotti, Andrea Granelli

Maggio 2021

Iniziamo il nostro dialogo insieme ai progettisti del “future normal” con Donatella Pinto, recentemente nominata Consultancy & Education Solutions and Services Business Leader di Comau dopo molti anni nel ruolo di VP Head of Human Resources.

 

Quali sono le principali sfide della digitalizzazione?

La digitalizzazione sta rimodellando tutti i settori e impone un ripensamento su come il business evolve, su come stare sul mercato e di conseguenza come l’organizzazione si struttura. La portata della digitalizzazione e il suo impatto non hanno precedenti e costituiscono una priorità per tutte le organizzazioni e per la società intera. Per rimanere competitivi risulta necessario avere una profonda conoscenza del cliente e dei suoi bisogni, e ciò determina un radicale cambiamento nell’operatività e nel ridisegno dei processi aziendali. Si tratta di una trasformazione fondamentale che determina un cambiamento non solo di tipo tecnologico ma soprattutto nella cultura e nel modo di pensare.

Sono necessari nuovi modelli in cui i confini tradizionali vengono scardinati, le aziende vivono in un habitat più ampio in cui la comunità e il contesto esterno costituiscono parte essenziale del purpose aziendale che al tempo stesso deve trovare un allineamento con quello della singola persona.

La digitalizzazione, infatti, ha a che fare con il problema occupazionale. Non si può voltare le spalle e ignorare cosa questo significa per la forza lavoro meno professionalizzata. Ma qui le organizzazioni possono generare valore non solo per i clienti ma anche per la comunità, insegnando a come usare la tecnologia e come gli strumenti digitali creano opportunità per lavorare in modo diverso attraverso processi più agili e semplificati. Stiamo dicendo che il 90% del successo di un progetto di digitalizzazione dipende da quelle che vengono chiamate le soft skill: l’apprendimento e l’innovazione continua, la capacità di applicare il ragionamento analitico, la collaborazione e la creazione di una rete di relazione che facilita lo scambio di esperienze.

 

Ma i giovani arrivano pronti per affrontare queste sfide? La scuola prepara a sufficienza?

Tutto ciò non viene insegnato nelle scuole e spesso le aziende che assumono giovani che devono partire da zero nel costruire le basi della cultura del lavoro e dei comportamenti organizzativi. Per questo in Comau negli ultimi anni abbiamo investito molto nell’aprire la nostra Academy all’esterno, offrendo i nostri servizi di formazione alle scuole e in genere al territorio. Quando facciamo questo creiamo sempre dei percorsi formativi che insegnino tecnologia, materie scolastiche, ma anche i comportamenti sia di relazione con gli altri sia di tipo organizzativi.

Abbiamo usato il nostro robot per l’education E.Do come il miele per attirare i bambini e i ragazzi e insegnare loro anche tutto il resto, offrendo inoltre agli insegnanti un supporto concreto per spiegare matematica, geometria e coding e far così appassionare gli studenti alle materie scientifiche. Ci piace pensare che in futuro il brand Comau verrà riconosciuto, oltre che per le performance tecnologiche nel business, anche perché i bambini e i ragazzi delle scuole del territorio in cui Comau opera avranno voti nelle materie scientifiche più alti della media nazionale, e che i ragazzi delle superiori e dell’Università sapranno cosa significa lavorare in un contesto organizzativo, con l’abilità di interagire parimenti con uomini e macchine. Inoltre Comau, grazie all’attività svolta nelle scuole insieme a Pearson, ha formato più di 8.000 ragazzi degli ultimi anni delle superiori, rilasciando loro un attestato professionale di Conduttore di Robot e quindi dando loro la possibilità di affacciarsi nel mondo del lavoro già un po’ più preparati alle sfide professionali.  

I giovani vivono l’esperienza della precarietà del lavoro della necessità di imparare continuamente attraverso modelli di apprendimento diversi, meno teorici e più esperienziali. Portare le aziende nelle scuole, con il loro bagaglio di esperienza, di relazioni umane e di “lavoro sul campo”, serve proprio a questo. L’accademia non è più sufficiente da sola ad assolvere a questo compito.

 

Ma, anche nel caso del digitale, non sono tutte rose e fiori …

La trasformazione digitale, infatti, porta con sé comportamenti non sempre costruttivi: abbiamo sperimentato spesso in questi mesi di distanziamento sociale quanto la tecnologia da sola non basta a garantirci di vivere sereni. Dobbiamo imparare a usare questi strumenti di cui non possiamo più fare a meno convivendoci ma senza lasciarci sopraffare o, peggio, impaurire, e apprezzare ancora di più l’aspetto umano della nostra vita. Questo è possibile solo riconoscendo i limiti della tecnologia e dell’umano. Pensiamo, ad esempio, al rapporto che abbiamo ora con la scienza, la medicina in particolare. In questi mesi di pandemia sono crollate alcune certezze e il senso di sicurezza dato dal progresso, ma nel contempo è emerso quanto l’essere umano, con la sua determinazione e intelligenza, faccia la differenza, imparando velocemente dall’esperienza e traslando competenze da contesti differenti, scientifici e organizzativi, per sviluppare un vaccino e per vaccinare milioni di persone in tempi record. La scienza ha le sue certezze ma spesso la dimensione umana prevale e allora occorre rileggere e valorizzarne la capacità di pensiero e la comprensione profonda del vissuto. Esercitare il pensiero critico, secondo me, significa proprio ricavare dall’esperienza concreta la rilettura di temi che sembravano “certi”, senza mettere in discussione il tutto ma evolvendo verso un diverso concetto di sé stessi. Lo stesso è per l’uso della tecnologia, non risolve, non dà certezza assoluta ma dà una possibilità di lettura, di re-interpretazione di quello che facciamo. Come sempre la vera differenza la fanno gli uomini e le donne con i loro successi e fallimenti!

Di conseguenza il ruolo del HR in azienda cambia profondamente in quanto deve facilitare la trasformazione verso il digitale valorizzando le capacità degli individui ad adattarsi e rinnovarsi con l’apprendimento attraverso, per tornare alla scienza medica, il ciclo esperienziale del quick win, fast fail. In questo modo utilizzando i piccoli successi per rinforzare l’esperienza e non drammatizzando gli errori, ma incoraggiandone la veloce individuazione e comprensione, si facilita e si sostiene il cambiamento culturale e l’utilizzo delle opportunità offerte dalle tecnologie.

 

In che modo le persone stanno vivendo lo smart working?

Occorre considerare come è cambiato improvvisamente il vissuto lavorativo di ognuno di noi in conseguenza dello smart working. Accanto agli indubbi benefici nella sicurezza personale, questa modalità di lavoro ha creato anche pesanti conseguenze psicologiche ed emotive. Efficienza sovrastimata a svantaggio di una vita personale oramai saccheggiata. Logorio emotivo che deve fare i conti con un periodo pandemico dalle molteplici implicazioni, personali, famigliari, organizzative. Lo smart working impone una riflessione sul significato del senso di appartenenza all’azienda. In particolare, questa deve diventare una esperienza bella, positiva, una scelta. Mixare il lavoro a distanza con quello in presenza deve significare tornare in un ambiente lavorativo in cui stare con gli altri, imparare, scambiare conoscenze e relazioni rappresentano i nuovi valori guida. Emerge una nuova appartenenza aziendale basata sul senso di comunità e di cura delle persone. In particolar modo laddove sia necessario, come in questo momento, lavorare in un’azienda che deve andare a due velocità, con un piede nel passato tradizionale e uno nel presente/futuro dinamico, tecnologico, incerto e a volte irrazionale.

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