Luglio 2020

L’internazionalizzazione post Covid-19

Antonio Acunzo

Luglio 2020

L’internazionalizzazione post Covid-19

La pandemia di Covid-19 ha contaminato tutti i sistemi globali economici, sociali, politici, accademici e sanitari con il risultato di generare rischi sistemici. È tempo quindi di gestire il cambiamento generato da questi rischi e reagire creando quel senso di urgenza e quella visione per il cambiamento, incorporando di conseguenza il cambiamento all’interno della cultura aziendale. Infatti, quale migliore opportunità di una crisi per testare la capacità di leadership di imprenditori e manager che, di fronte alla sfida, hanno solo due possibili comportamenti: dare la colpa al Covid e aspettare, oppure rimboccarsi le maniche per innovare e disegnare un nuovo modo per sviluppare new business. Occorre comprendere innanzitutto i nuovi comportamenti dei consumatori e i cambiamenti in atto nei mercati, le relative conseguenze su business model, vantaggio competitivo e value proposition. In breve, la strategia deve puntare alla capacità di reazione e di adattamento ai nuovi cambiamenti al fine di sopravvivere nel nuovo scenario globale del business.

Il business riprenderà alle condizioni di una nuova rinnovata normalità, ma solo per quelle aziende che saranno pronte e preparate a cavalcare il cambiamento e a trasformare la cultura aziendale per le nuove esigenze dei mercati, per affrontare mercati che risulteranno essere più competitivi e selettivi. L’internazionalizzazione riprende così il suo ruolo di driver dello sviluppo, specie nei mercati più dinamici dell’Asia e in alcuni stati degli USA.

 

Giappone

Il Giappone ha rivisto il modello classico di capitalismo dove aziende e consumatori puntano rispettivamente all’ottimizzazione di profitti e utilità. Il Governo ha varato un nuovo tipo di business lifestyle basato sull’evitare ciò che è stato, definito come le 3C: spazi chiusi (closed), posti affollati (crowded) e incontri ravvicinati (close) allo scopo di ridurre al minimo l’interazione tra persone e la diffusione del virus. Di fatto le 3C tendono a modificare la condotta delle persone (limitati viaggi all’estero, minor utilizzo di bar e ristoranti) e il comportamento delle aziende (incremento dell’utilizzo del remote working e di riunioni via Zoom/Skype) riducendo l’interazione fisica in sede tra dirigenti, dipendenti e clienti.

In Giappone è già ripreso il mercato del lusso (unico Paese in Asia). Le previsioni indicano già da questo trimestre il passaggio da un declino a una stabilizzazione dei consumi luxury rispetto al generale calo negli altri mercati per tutto il 2020. Per esempio, Louis Vuitton ha aperto in questi giorni a Tokyo il primo flagship store interamente dedicato al fashion maschile e con una esclusiva agenda di prenotazioni anticipate per tutelare il social distancing, ma soprattutto rendere più esclusiva l’esperienza di shopping per i clienti più fedeli.

 

Cina

Un ambito di preoccupazione per molte aziende è stato, durante l’emergenza, quello della supply-chain e della delocalizzazione produttiva, soprattutto con fornitori e partner cinesi, viste le non poche disruption occorse in molteplici settori. Ne emerge un luogo comune: il costo del lavoro in Cina non è più così competitivo rispetto ad altri mercati in Asia e quindi è più facile chiudere per poi riaprire altrove, oppure spostare la produzione/fornitura in altro Paese.

Nella realtà, il minor costo è sì reale, ma limitato all’ambito della produzione non specializzata. Per esempio nel settore tessile, per il quale la Cina non nutre oggi più particolare interesse viste le ambizioni e gli investimenti protesi verso industrie ad alto contenuto tecnologico, alla digitalizzazione e alle nuove infrastrutture a sostegno del piano Made in China 2025. Inoltre uscire dal mercato Cina solo sulla base di una scelta “politica” (es., il decoupling tanto ambìto dall’attuale Presidente USA) piuttosto che di un conto economico può risultare estremamente costoso. Può essere, invece, molto più strategica la formula China+1, ossia mantenere la capacità produttiva in Cina e dedicare un successivo investimento a un nuovo mercato (nei mercati ASEAN di Vietnam, Malaysia o Cambogia, oppure in quelli emergenti di Bangladesh e Sri Lanka) dove ottimizzare i costi di una nuova supply-chain. In effetti, le aziende cinesi si stanno già orientando da tempo in questo senso, così come molte imprese globali occidentali.

 

Vietnam

Il Vietnam è in target per raggiungere a fine 2020 una crescita del PIL del 5% (+7% nel 2019), evento significativo per ogni mercato post-Covid, anche perché circa il doppio della crescita del 2,7% prevista dal FMI, ma in linea con i piani di sviluppo dell’economia che cresce più velocemente degli altri Paesi del Sud-Est Asiatico. Il Vietnam si riconferma così come la nuova “factory of the world”. Quali le ragioni del successo? Il pronto controattacco del governo al Covid (solo 352 casi, nessun deceduto) che ha subito chiuso il Paese in un drastico lockdown settimane prima che altrove, sospendendo ogni collegamento aereo internazionale, chiudendo il confine di terra con la Cina, creando campi di quarantena e mantenendo un’eccellente comunicazione con la popolazione.

Il Vietnam si è così guadagnato la fiducia di molti investitori esteri che guardano al Paese come al nuovo mercato di riferimento per supply-chain e delocalizzazioni produttive al posto della Cina. La sudcoreana Samsung, oggi il principale investitore estero in Vietnam, ha investito ben 17 miliardi di dollari spostando le linee di produzione degli smartphone dalla Cina al Vietnam (che diventa così il secondo maggiore esportatore di smartphone al mondo dopo la Cina con il 13% di global share) e sta costruendo a Hanoi il nuovo centro di R&D per AI e 5G che ospiterà una workforce di 3,000 persone e sarà pronto per il 2022 con un investimento di 220 milioni di dollari.

Dal primo luglio il Vietnam, che con la Nuova Zelanda è praticamente Covid-free, riapre al turismo internazionale reintroducendo l’e-visa applicabile a viaggiatori di 80 Paesi (Italia compresa), e sono già 26.000 i voli programmati per il mese di luglio 2020 e 5 milioni i visitatori previsti in arrivo, rispettivamente un +16% e +24% rispetto allo stesso periodo del 2019.

Questo articolo gratuito fa parte di una serie realizzata allo scopo di contribuire allo sforzo di far fronte alle conseguenze della pandemia. Se avete apprezzato questi articoli, considerate un abbonamento a Harvard Business Review Italia. È il modo migliore per aiutarci a rafforzare l’iniziativa.

Antonio Acunzo è CEO di MTW GROUP-Foreign Market Entry Advisors, società di International Business Advisory fondata nel 2005 con sede a Miami, Florida e a Singapore che offre consulenza e servizi di Strategia per l’Internazionalizzazione, Brand Marketing e Corporate ad aziende PMI e Mid-Market con potenziale di crescita in selezionati mercati negli USA e in Asia (www.marketingthatworks.us).

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