Aprile 2020

Pandemia Covid-19 ed economia italiana, tra misure immediate e piani post-crisi

Emilio Rossi

09 Aprile 2020

Il dibattito su quali misure adottare per mitigare il diffondersi dell’epidemia del Covid-19 ha prescisso nella fase iniziale dalla valutazione dell’effetto sull’economia italiana di tali misure. Pur rimanendo prioritaria la lotta alla pandemia, con il passare delle settimane è cresciuta nell’opinione pubblica e nel Governo la coscienza della necessità di definire un piano di uscita dall’emergenza sanitaria che ne minimizzasse le conseguenze economiche e finanziarie, potenzialmente altrettanto dirompenti di quelle sanitarie.

Il nostro Paese sta già vivendo un crollo del Pil tra il 10% e il 15% nel primo semestre 2020 e ha di fronte una significativa distruzione di attività imprenditoriali e di occupazione. Questi effetti saranno tanto più gravi nel futuro post-epidemia quanto più prolungate saranno le misure prese per il contenimento della diffusione del virus. Il fenomeno di distruzione immediata delle imprese e delle professionalità rischia di creare danni irreversibili per il tessuto produttivo del Paese post-crisi.

Occore quindi distinguere tra le necessarie misure economiche immediate e le misure economiche post-lockdown. Questa interrelazione temporale è al fondo della contesa tra il governo italiano e le istituzioni europee, contesa che il dibattito nostrano distorce senza peraltro coglierne l’essenza.

I corposi interventi già approvati dalle istituzioni europee consentono all’Italia di adottare da subito tutti quei provvedimenti necessari a far fronte all’emergenza: supporto al sistema sanitario, sostegno ai redditi delle famiglie, all’occupazione, alle imprese (in particolare PMI) e al sistema bancario, evitando allo stesso tempo pericolosi problemi di liquidità alle finanze pubbliche o esplosione dello spread.

La risposta delle istituzioni europee si è concretizzata nel giro di poche settimane con l’adozione di una serie di misure significative, tra cui le più rilevanti:

 

1.     La BCE ha approvato:

a.     un programma di Quantitative Easing (Pandemic Emergency Purchase Programme, PEPP) di oltre mille miliardi, attivo da subito e per tutto il 2020, con possibilità di ampliamento sia temporale che quantitativo, la cui dimensione (tenuto conto della diversa durata) è oltre il doppio del QE implementato da Draghi;

b.     un piano di TLTRO fino ad aprile 2021. Con TLTRO, la BCE finanzia le banche a tassi sotto lo 0%, con lo scopo di finanziare imprese e famiglie.

 

2.     La Commissione Europea ha approvato:

a.     la sospensione del Patto di Stabilità e Crescita, lasciando a ogni Paese la possibilità di effettuare spese per il supporto all’occupazione e alle imprese, anche sforando i parametri del deficit e del debito;

b.     il programma SURE, finalizzato a supportare con 100 miliardi i piani dei singoli Stati membri di supporto a occuapzione e PMI;

c.     l’allentamento delle regole sugli aiuti di stato (in modo che ogni Paese membro possa salvare le imprese in difficoltà a prescindere da considerazioni sulla competizione tra imprese).

 

3.     La BEI (Banca Europea degli Investimenti) ha stanziato alcune decine di miliardi per spese nel settore sanitario.

 

Le misure prese dal governo italiano che prevedono garanzie fino a 750 miliardi di euro e varie altre misure di tipo sanitario sono rese possibili da questo insieme di misure già implementate a livello europeo.

La questione chiave dopo la crisi sanitaria sarà quella di conciliare l’aggiustamento delle finanze pubbliche con il rilancio di attività economica e occupazione. È in questo quadro che si inserisce la querelle sugli Eurobond (o Coronabond) e sul MES (Meccanismo Europeo di Stabilità). La soluzione che verrà approntata nei prossimi mesi renderà più o meno morbido per i Paesi fragili il rientro su un percorso finanziariamente sostenibile di finanza pubblica. A questo proposito alcuni Paesi chiedono a gran voce una qualche forma di solidarietà tra i Paesi dell’eurozona, concretizzabile in emissioni di obbligazioni europee (Eurobond, Coronabond), garantite in solido da tutti i Paesi membri. I Paesi con le finanze pubbliche più solide rimandano invece all’utilizzo del MES, a cui ogni Paese può accedere con condizioni più o meno blande a seconda del piano scelto.

Due considerazioni sfuggono al dibattito politico mediatico italiano (una vera e propria canea dai contorni sovranisti). La prima considerazione è che le tempistiche dell’adozione di uno qualsiasi di questi strumenti sono incompatibili con l’urgenza dell’intervento necessario, tra tempi tecnici e possibili passaggi parlamentari. Fortunatamente, come detto, le istituzioni europee hanno già provveduto (nel silenzio quasi totale dei media e dei politici italiani). La seconda considerazione è che qualsiasi forma di mutualizzazione del debito richiede (per l’emissione delle obbligazioni) una cessione di una parte della sovranità fiscale in favore dell’UE da parte di tutti gli Stati (si legga in proposito Lorenzo Bini Smaghi, https://voxeu.org/article/corona-bonds-great-idea-complicated-reality, 28 marzo 2020). Ma questo non sembra accettabile proprio da quei gruppi e partiti sovranisti che spingono per gli Eurobond…

 

Emilio Rossi è Senior Advisor di Oxford Economics e Presidente di EconPartners.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Hbr Italia

Caratteri rimanenti: 2500

Temi più seguiti