OLTRE LA CRISI

I nuovi scenari della globalizzazione

Antonio Acunzo

Agosto 2022

I nuovi scenari della globalizzazione

Negli ultimi due-tre anni, la pandemia globale, la disruption nelle supply-chain e l’invasione russa dell’Ucraina sono tra i principali fattori che hanno fortemente contribuito a ridisegnare le mappa delle relazioni geopolitiche ed economiche a livello globale, modificando le priorità sia di tipo geopolitico che di tipo geoeconomico.

La globalizzazione non è più, infatti, un fenomeno guidato solo dall’economia, ma si inserisce in un contesto nuovo dove domina il rischio politico: “Freedom is more important than free trade”, ha dichiarato Jens Stoltenberg, segretario della NATO, e con questo principio si riconfigura la nuova globalizzazione sulla base di nuove relazioni tra Paesi percepiti come "amici" e di nuove alleanze politiche, economiche e militari come conseguenza della complessa frattura che contrappone oggi il fronte dei Paesi occidentali al fronte della nuova alleanza russo-cinese.

 

Reshoring e nearshoring

Una prima reazione, nel confronto tra le due principali potenze economiche, USA e Cina, è stata quella del reshoring da parte delle imprese americane in Cina che hanno progressivamente limitato o sospeso espansione e investimenti sia ri-trasferito la propria capacità produttiva negli USA, più che compensando gli iniziali costi con la proiezione di benefici di lungo periodo, quali ridotto lead time, abbattimento delle tariffe doganali, miglior qualità del prodotto made in USA, più efficace logistica distributiva.

Una seconda reazione è stata quella del nearshoring, diversificando la produzione sulla scia del precedente modello detto “Cina+1”, che prevedeva di non concentrare gli investimenti solo in Cina, ma di valutare soluzioni alternative in mercati dove, a fronte di costi ridotti di produzione, si potesse contare anche sul forte mercato interno dei consumi (come nel caso di Vietnam e Malaysia). E di considerare un modello simile denominato “USA+1” che, però, in questo caso fa riferimento non a uno, ma a tre mercati vicini agli Stati Uniti: Messico (che con USA e Canada fa parte dell’accordo di free trade USMCA, nuova versione del precedente NAFTA), Repubblica Dominicana e Puerto Rico (che è unincorporated territory degli Stati Uniti). La globalizzazione rimane, quindi, come funzione essenziale della crescita economica ma cambiano la geografia e le modalità di sviluppo.

 

Nuove confronti, nuove alleanze

Oggi il nuovo scenario globale, di fatto il confine del nuovo marketplace filoccidentale, vede un asse atlantico guidato dagli USA con Gran Bretagna e Unione Europea che si rafforza nell’ambito dei Paesi legati alla NATO, ma anche a quelli considerati amici e filoccidentali (dato che hanno applicato le sanzioni economiche alla Russia) e che include Australia, Nuova Zelanda, Giappone, Sud Corea, Singapore e Taiwan.

La Russia tende a tramontare come mercato di interesse per le imprese occidentali (oltre 300 aziende estere hanno sospeso ogni attività e sospeso i collegamenti aerei con la Russia), mentre rimane solo il vincolo della dipendenza energetica, vincolo che si punta a rimuovere gradualmente.

Si forgiano, così, nuove alleanze tra blocchi di Paesi accomunati da interessi e principi comuni condivisi. Il presidente americano Biden ha lanciato nel maggio scorso l’IPEF (Indo-Pacific Economic Framework), una partnership strategica tra USA e 13 Paesi che rappresentano complessivamente il 40% del PIL mondiale (7 dell'ASEAN marketplace + Australia, Nuova Zelanda, India, Japan, Sud Corea e Fiji). Il primo obiettivo è la diversificazione delle fonti di approvvigionamento per ridurre la dipendenza dalla Cina, avvalendosi delle risorse dei 7 paesi ASEAN (Brunei, Indonesia, Malaysia, Filippine, Singapore, Thailandia e Vietnam), il nuovo hub manufatturiero sviluppato dal reshoring dalla mainland China e dal riposizionamento della supply-chain.

Questo consentirà anche di ripristinare produzione e logistica efficienti secondo la strategia JIT (Just In Time) drammaticamente penalizzata dalle disruption della supply chain negli ultimi 2 anni e che porterà al nuovo modello BDT (Best Delivery Time).

L’accordo IPEF ha come obiettivo soprattutto quello di ridefinire le regole della nuova economia globale del 21° secolo, basate su quattro temi fondamentali per l’avanzamento degli standard legati al mondo del lavoro e alla sostenibilità ambientale:

- commercio equo e resiliente e corretta conduzione degli scambi tra i Paesi membri;

- resilienza nella supply chain (la cui funzionalità implica aspetti di sicurezza nazionale per i Paesi che necessitano di superare le dipendenze di approvvigionamento);

- connettività digitale, infrastrutture, energie rinnovabili e decarbonizzazione;

- fiscalità e lotta alla corruzione.

A differenza del mai decollato TPP (Trans Pacific Partnership), fortemente voluto dal presidente Obama e poi cassato nel 2017 dalla presidenza Trump, e che si è evoluto autonomamente e senza gli USA nel 2018 nell’accordo di libero scambio CPTPP (Comprehensive and Progressive Agreement for Trans Pacific Partnership) tra 11 paesi (Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malaysia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam), l’IPEF non prevede al momento una riduzione/liberalizzazione delle tariffe doganali né è inteso essere un accordo di libero scambio. Ma l’elemento differenziale e qualitativo di questo accordo pone le basi per regolamentare principalmente gli interessi di sicurezza degli USA e dei suoi alleati. Ed è proprio su questa base che si distingue dal RCEP, l’iniziativa di free trade voluta dalla Cina, centralizzato sui 10 paesi ASEAN e allargato a Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda, che di fatto si basa solo sul libero scambio escludendo in toto le tematiche IPEF e che di base funge da base di lancio per l’espansionismo coloniale cinese.

 

Nuovi sviluppi

Dopo l’IPEF, lo stesso Biden ha lanciato l’I2U2, a Gerusalemme nel luglio scorso, la nuova cooperazione di investimenti e iniziative tra India, Israele, UAE e USA, per collaborare nelle iniziative in campo energetico, di sicurezza, di approvvigionamento di risorse alimentari, trasporti, spazio, salute e acqua. Si prevede anche una futura possibile espansione, l’I2U2 Plus, che includerebbe Egitto e Arabia Saudita, al fine di un bilanciamento di potere per il mantenimento di pace e sicurezza in Medio Oriente, oltre che per ri-energizzare e rivitalizzare le alleanze americane principalmente con l’India. Allo scopo di contrastare l’influenza cinese in un Paese che rappresenta un primario mercato di consumo in chiara rivalità con la Cina.

La multinazionale americana Apple ha delocalizzato in India la produzione del nuovo smartphone Iphone14 e in Vietnam la produzione dei nuovi tablet iPad e dei nuovi auricolari AirPod, ridimensionando così la dipendenza dalla Cina e ottimizzando approvvigionamenti, assemblaggio e logistica (non senza ovviamente considerare l’India come il prossimo principale driver di crescita, considerando il mercato interno indiano in termini di valore e volume, che è il secondo mercato mondiale per smartphone dopo la Cina e prima degli USA, e favorire anche il Made in India, l’iniziativa del governo indiano di incoraggiare e incentivare le aziende che producono e assemblano in India).

A oggi la produzione di iPhone in India non può ancora competere numericamente con quella in Cina ma la Foxconn, il contract manufacturer taiwanese di Apple, sta ampliando l’investimento allargando gli impianti produttivi nello stato indiano meridionale del Tamil Nadu e l’India punta anche a sviluppare nel prossimo biennio la produzione di chips, semiconduttori e circuiti integrati.

Non da ultimo, la scelta di puntare sull’India è quella di molti altri contract manufacturers che forniscono prodotti ai brand americani e, seguendo la necessità di ridurre la dipendenza dalla Cina, vede in 3 Paesi la nuova “factory of the world”: India, Vietnam e Mexico.

IPEF e I2U2 rispondono alle esigenze della nuova globalizzazione perché includono, finalmente, regole di condotta, il senso di responsabilità, la realizzazione della necessità di contenimento di sprechi e rifiuti, l’ottimizzazione delle risorse energetiche, lo stimolo al cambiamento verso le energie rinnovabili, e l’applicazione di una politica di lunga visione prospettica nel gestire relazioni di trade e di business tra paesi alleati e partner.

Gli accordi di Free Trade rimangono in essere ma non sono più una priorità proprio per questa nuova necessità di senso di responsabilità e di sustainability del business. Possiamo chiamare questa nuova fase Globalizzazione Responsabile o Globalizzazione Sostenibile oppure, come definita dall’economista austriaco Karl Aiginger, “the end of fast-track globalization”.

L’Occidente deve confrontarsi con le bizzarrie di una Russia che nutre l’ambizione di ricostruire la vecchia Unione Sovietica, e con le mire espansionistiche di un colonialismo economico guidato dalla Cina che è in bilico tra le ambizioni del piano Made in China 2025 e il rallentamento reale della sua crescita economica.

Da cui la necessità, per le economia occidentali, di ridisegnare la mappa globale delle alleanze e di tessere un dialogo strutturato principalmente con quei Paesi dove si rafforza l’alleanza globale.

 

 

Antonio Acunzo è CEO di MTW GROUP e Chairman di ITALYUS™. MTW GROUP è una società di advisory di international business con sede a Miami in Florida dal 2005 che offre consulenza manageriale strategica per l’Internazionalizzazione nel mercato USA integrata con servizi di Marketing Communication, Brand Marketing, Business Development e Corporate, e ITALYUS™ è la divisione di MTW GROUP dedicata alle aziende PMI e Mid-Market del Made-in-Italy che guardano al mercato U.S.A. per la propria crescita ed espansione attraverso piani di internazionalizzazione strutturata come Joint-Venture, M&A, FDI e Direct Export (antonio@marketingthatworks.us * www.marketingthatworks.us)

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