Maggio 2021

Il valore del fallimento

Valentina Pelliccia

Maggio 2021

Il valore del fallimento

«Ho provato. Ho fallito», scrisse Samuel Beckett. «Non discutere. Prova ancora. Fallisci ancora, fallisci meglio». Il concetto di fallimento nei Paesi anglosassoni e nordamericani viene considerato come aspetto insito nel loro tipo di cultura, necessario nell’imprenditoria e nel mercato: infatti, non si può immaginare di creare un’azienda di successo senza sbagliare.

Negli Stati Uniti, la cultura è ricca di esempi di persone che sono state in grado di raggiungere il successo professionale dopo clamorosi fallimenti. Thomas Alva Edison affermò: «Io non ho fallito 5.000 esperimenti. Ho avuto successo 5.000 volte, gli insuccessi mi hanno insegnato che quei materiali non funzionavano». I fallimenti contribuirono ad aiutarlo a correggere gli errori.

Il risultato? Oltre ad aver brevettato nel 1879 una lampadina con un filamento sottile e ad alta resistenza elettrica, Edison fondò la General Electric Company, la multinazionale statunitense, 26° compagnia al mondo per fatturato, secondo la classifica Fortune Global 500.

A tal proposito, è importante ricordare anche Henry Ford, il quale affermò: «Il fallimento è una possibilità di ricominciare in modo più intelligente». Questa consapevolezza era nata in lui grazie agli ostacoli iniziali. Affrontò due crac, poi fondò la Ford Motor Company, una delle maggiori società produttrici di automobili negli Stati Uniti e nel mondo.

Anche Steve Jobs vide sfumare un suo obiettivo. Eppure, come ha evidenziato Mario Mancini, cofondatore di Thèsis, nell’ebook Gli anni di Next. Tributo a Steve Jobs, questi ultimi, nonostante il fallimento del progetto, hanno rappresentato per l’imprenditore l’esperienza più formativa, che consentì a Jobs di porre in essere le basi di tutto ciò che venne dopo, dal successo della società dell’Iphone e dell’Ipad.

Il rapporto con il fallimento si rivela come una sorta di spartiacque tra la mentalità europea e quella nordamericana. Infatti, in Europa e soprattutto in Italia, competitività e successo sono elementi connaturati nella società e il fallimento viene concepito in modo totalmente negativo.

In base al Global Entrepreneurship Monitor 2018, l’indice di attivazione imprenditoriale italiano risulta essere tra i più bassi d’Europa. Le cause sono la burocrazia e il timore di fallire (Randstad Workmonitor, 2017). Sociologi ed economisti usano spiegare il fenomeno mettendo in evidenza il diverso modo di concepire la vita economica tra la cultura cattolica e quella protestante.

In realtà, è sufficiente osservare il processo storico di formazione del capitalismo in America che, basandosi più sull'individuo che sullo Stato, ha contribuito a sviluppare il concetto di fallimento come elemento insito nella normalità del processo e non come stigma sociale.

Anche in ambito giuridico, in caso di fallimento di un’impresa, il modello procedurale degli Stati Uniti rispecchia un approccio risolutivo. Il Chapter 11 del Bankruptcy Code statunitense prevede un iter di riorganizzazione e non di liquidazione, al fine di risanare l’impresa e consente alle aziende di proteggersi dai creditori perché durante la procedura non possano aggredire i beni del debitore.

L’Italia sta iniziando a muovere i primi passi verso un nuovo approccio al fallimento d’impresa. Negli ultimi anni è nata una querelle interna alla dottrina e alla giurisprudenza finalizzata a modificarne gli schemi, come emerge dalla lettura dell’ordinanza del Tribunale di Vicenza del 13 giugno 2014: «L’inadeguatezza dell’uso del termine fallito, per colui la cui impresa sia in stato di insolvenza, deriva dal fatto che il termine fallito non è solo un termine tecnico giuridico, ma anche, e soprattutto, un termine di portata ben più ampia, che coinvolge la persona nella sua globalità, in tutte le sue sfere e relazioni sociali, e nel suo più intimo sentire ed amor proprio. Colui la cui impresa non abbia funzionato, e che viene dichiarato fallito, può sentirsi per questo, ed essere considerato dagli altri, un fallito? Così possono pensare le persone con cui viene a contatto il fallito nella vita di relazione, dalla famiglia (figli, coniuge, parenti) in poi (amici, colleghi). Non si può dichiarare il fallimento di una persona, la quale non si riduce ad essere solo un’impresa. Non è modernamente più tollerabile che una persona possa rinunciare al bene della vita (cosa che, purtroppo, attualmente, talvolta, succede) per non subire l’onta di sentirsi chiamare fallito davanti a tutti. Nel nostro sistema, sulla scorta dell’espressione decoctor ergo fraudator, il fallimento è concepito aprioristicamente come conseguenza della condotta della persona, infatti, proprio per questo, tuttora fallisce l’imprenditore, e non l’impresa, mentre i limiti di fallibilità si riferiscono macroscopicamente all’impresa (ricavi lordi, investimenti, passivo) e non alla persona fisica».

Il Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, la cui entrata in vigore è stata differita al primo settembre 2021, ha sostituito i termini “fallimento”, “procedura fallimentare”, “fallito”, con le espressioni “liquidazione giudiziale”, “procedura di liquidazione giudiziale” e “debitore assoggettato a liquidazione giudiziale”.

Questo diverso approccio lessicale nasce dalla volontà «di abbandonare la pur tradizionale espressione di fallimento (e quelle da essa derivate) in conformità a una tendenza già manifestatasi nei principali ordinamenti europei di civil law (tra cui quelli di Francia, Germania e Spagna), volta a evitare l’aura di negatività e di discredito, anche personale, che storicamente a quella parola si accompagna; negatività e discredito non necessariamente giustificati dal mero fatto che un’attività d’impresa, cui sempre inerisce un corrispondente rischio, abbia avuto un esito sfortunato. Anche un diverso approccio lessicale può, quindi, meglio esprimere una nuova cultura del superamento dell’insolvenza, vista come evenienza fisiologica nel ciclo vitale di un’impresa, da prevenire ed eventualmente regolare nel modo migliore, ma non da esorcizzare».

Il magistrato Stanislao De Matteis ha affermato: «È evidente l’intenzione del legislatore, già palesata con la riforma del 2006/2007, di eliminare ogni valenza stigmatizzante nei confronti del debitore che storicamente a quella parola si accompagna. Le più recenti legislazioni di civil law, ispirate da quelle di common law  (tradizionalmente debtor oriented), tendono infatti ad attenuare il carattere sanzionatorio delle procedure concorsuali, da un lato, perché è stata abbandonata la concezione in base alla quale l’impresa insolvente è necessariamente “una pianta malata nell’hortus dell’economia” e, dall’altro, perché la crisi è vista oggi come una situazione oggettiva di difficoltà in cui l’imprenditore si è venuto a trovare e non più come un fatto colpevole da sanzionare» (“Prime riflessioni sulla legge delega n. 155/2017 di riforma delle procedure concorsuali”).

Il rapporto con il fallimento non riguarda solo l’ambito imprenditoriale e lavorativo in senso lato, ma anche l’aspetto scolastico e universitario. Harvard, per esempio, ha ideato il “Success Failure Project”, con la finalità di insegnare agli studenti come accettare e affrontare il fallimento, considerando quest'ultimo non come motivo per abbandonare i propri progetti, ma come occasione utile di apprendimento.

Nel 2008 la scrittrice J.K. Rowling, durante il suo discorso rivolto ai neolaureati di Harvard sui “benefici del fallimento”, affermò: «Fallire ha voluto dire spogliarsi dell’inessenziale. È impossibile vivere senza fallire in qualcosa, a meno che non viviate in modo così prudente da non vivere del tutto – in quel caso, avrete fallito in partenza. Il sapere che vi rialzate più saggi e più forti dalle cadute significa che sarete, da allora in poi, sicuri nella vostra capacità di sopravvivere. Non conoscerete mai voi stessi, e la forza dei vostri legami, fino a quando entrambi non saranno provati dalle avversità. Una tale conoscenza è un vero dono, per tutto ciò che avrete vinto nella sofferenza, e per me ha più valore di ogni altra qualifica abbia mai guadagnato. Avendo una macchina del tempo o un giratempo, direi alla me stessa di 21 anni che la felicità personale si trova nel sapere che la vita non è una lista di cose da raggiungere o in cui avere successo. Le vostre qualifiche, il vostro CV, non sono la vostra vita, sebbene possiate incontrare molte persone della mia età e oltre che confondono le due cose. La vita è difficile, è complicata, è oltre la possibilità di essere totalmente sotto controllo, è l’umiltà di sapere che sarete capaci di sopravvivere alle sue sfide».

In Italia, solo negli ultimi anni si stanno formando scuole di pensiero e gruppi di supporto al fine di educare all'insuccesso e concepire il fallimento come fase possibile e importante per la formazione e l’accrescimento della persona. Durante gli Open Day dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, la domanda più frequente da parte dei genitori è: «Come posso supportare le scelte dei miei figli senza fare errori?». «La prima cosa che diciamo è di dare consigli senza sostituirsi a loro», ha affermato la professoressa Elisabetta Camussi. «L’idea onnipotente di poter cancellare il fallimento dalla vita è illusoria, perché il controllo sulla realtà è molto basso in questa fase storica. Ma è anche un atteggiamento dannoso, perché così si negano ai ragazzi esperienze di vita utili». Così, al momento dell’immatricolazione in Bicocca e durante il percorso di studio, i professori preparano i genitori e gli studenti alla “normalità” del fallimento come una delle possibilità della vita privata e professionale.

Nei servizi di orientamento dell’Università Bicocca si lavora, attraverso colloqui individuali e di gruppo, su quattro capacità: resilienza, pensiero sul futuro, ottimismo non irrealistico e coraggio.

Nella nostra cultura italiana, possiamo riscontrare tentativi di cambiare il concetto di fallimento sotto un’ottica positiva da parte di psicanalisti, intellettuali, coach.

Lo scrittore, filosofo e psicoterapeuta Massimo Recalcati nel suo Elogio del fallimento ha evidenziato l'importanza dell'incontro con il limite. Solamente il vuoto rende possibile il gesto creativo, lo slancio vitale. «Ci vuole tempo per darsi una forma, ci vuole il tempo del fallimento, del disorientamento, del perdersi per ritrovarsi.  Il fallimento è la vita che si smarrisce in una nuova possibilità».

E Moustapha Safouan, psicanalista egiziano allievo di Jacques Lacan, racconta della necessità dei piccoli fallimenti. Dice, infatti, che un bravo maestro si distingue da come reagisce quando entrando in aula, prima di salire in cattedra, inciampa. La prima reazione è quella di ricomporsi immediatamente e far finta che non sia accaduto niente. Questo non è interessante. La seconda è ricomporsi e, mentre si ricompone, getta uno sguardo nella classe per vedere chi ha osato deriderlo e poi prendere provvedimenti disciplinari. Nemmeno questa è la posizione auspicabile. «Il bravo maestro – dice Safouan – è quello che inciampa e fa dell'inciampo il tema della lezione. I bravi maestri sanno inciampare. Non temono il limite del sapere. La lezione è un rischio ogni volta, ma i bravi maestri non temono la caduta».

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Valentina Pelliccia, Consulente Legale presso la Banca del Fucino S.p.A. e giornalista, specializzata in Communication, Media Relations, Legal & Institutional Affairs. valentina.pelliccia@cert.odg.roma.it

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