INNOVAZIONE

Le piattaforme stanno affossando la quarta rivoluzione industriale?

Mark Esposito

Settembre 2021

Le piattaforme stanno affossando la quarta rivoluzione industriale?

La “piattaformizzazione” dell'economia ha rappresentato negli ultimi mesi un fenomeno audace, in seguito alla nascita di numerosi marketplace digitali che hanno contribuito ad allargare il divario tra l'economia reale e quella digitale. Il rischio che stiamo correndo è che, mentre assistiamo all'ascesa di complessi industriali digitali capaci di far deragliare l'efficienza dei mercati, si impongono insostenibili rendite digitali su ogni aspetto dell'economia reale che ancora richieda l'accesso a soluzioni tecnologiche di uso quotidiano.

Le premesse della quarta rivoluzione industriale si basano in gran parte sulla capacità dei poli tangibile e intangibile dell'economia di coesistere e appoggiarsi simbioticamente l'uno all'altro. Il lato tangibile dell'economia fornisce l'infrastruttura richiesta dall'automazione, dalla produzione e dalla complessa rete di scambi e produzione condivisi. Questa infrastruttura fisica è la base su cui possono essere costruiti gli abilitatori di efficienza come la logistica, la comunicazione, l'energia e il lavoro.

L'economia tangibile è spesso un prerequisito per l'economia intangibile: è da lì che nasce l'infrastruttura ibrida dove possono coesistere interfacce fisiche e digitali: la digitalizzazione fornisce l'accelerazione necessaria perché ciò che è “tangibile” diventi “intangibile” così da superare i limiti spostando grandi porzioni della creazione di valore economico nella datasfera digitale. Questo processo non è stato finora particolarmente drammatico. Pur essendo fortemente transazionale e ad alta intensità di capitale, costituisce, infatti, ancora un meccanismo positivo di crescita capace di garantire una certa equità di opportunità ai Paesi piccoli come ai grandi.

Quello che questa storia non fa vedere è che negli ultimi anni, e soprattutto nel 2020, il settore digitale dell'economia si è spesso disaccoppiato dall'economia reale e le imprese native digitali, nate da un uso depotenziato dei fattori produttivi tradizionali, stanno oggi crescendo a un ritmo che dal settembre 2020 ha superato i livelli del periodo pre-Covid-19, e da allora ha continuato a crescere. In quel momento, i prezzi delle azioni di Facebook, Amazon e Apple erano più che raddoppiati rispetto al punto peggiore della pandemia. Apple ha raggiunto la surreale soglia dei 2 trilioni di dollari di valutazione - una prima assoluta nella storia della nostra economia globale. Le azioni di Netflix e Alphabet (Google), le altre cosiddette aziende FAANG, non sono proprio raddoppiate, ma sono state a loro volta scambiate ai valori massimi di tutti i tempi. Nel frattempo, il membro più vecchio e più iconico dell'S&P 500 dal 1928 - ExxonMobil - ha lasciato l'indice il 31 agosto, spinto fuori dalla decisione di Apple di splittare le sue azioni. Coloro che possiedono e gestiscono i giganti tecnologici fanno sempre più soldi, mentre il resto del mondo soffre di devastazione economica.

Questa tendenza estraniante e parzialmente de-normalizzante posiziona gli asset dell'economia reale molto al di sotto degli asset finanziari digitali e sembra emergere una chiara forma a K: si prospera e si cresce se si è digitali, si soffoca e si declina se si è parte di un'economia reale dove la crescita è proporzionale alle dimensioni finite del sistema. Questa tendenza non solo sta mettendo in discussione alcuni assunti economici neoliberisti sulla creazione di valore, ma ci sta anche spingendo verso uno scenario complesso in cui le politiche pubbliche o la redistribuzione del valore non saranno più opzioni plausibili, data l'ampiezza di un divario che appare già insormontabile.

I Governi e il settore privato hanno già escogitato rimedi plausibili, ma, mentre alcuni Governi contemplano la tassazione degli asset digitali per ridistribuire un po' di valore all'economia reale, gli oppositori continuano a credere che qualsiasi forma di intervento sul mercato crei una distorsione ancora maggiore e considerano la deregolamentazione e il laissez-faire come uniche vie accettabili. Temiamo che nessuno dei due approcci abbia dato prove soddisfacenti di successo. La frammentazione e l'inefficienza continuano a regnare. Le opzioni correttive devono essere consolidate in un modo più sistematico attraverso tre possibili vie d'azione:

Sovvenzioni e aiuti pubblici per promuovere la diffusione della tecnologia, in modo da colmare il divario tecnologico tra le piattaforme e le PMI che necessitano di tecnologia. Piuttosto che aspettare che il mercato fornisca l'accesso alle tecnologie attraverso il meccanismo delle economie di scala, i finanziamenti pubblici possono accelerare l'accesso permettendo a milioni di piccole imprese di utilizzare le meraviglie della tecnologia. Anche se questi fondi andrebbero ad aumentare il debito pubblico, una distribuzione più equilibrata del potere può fare molto per rafforzare la capacità di un Paese di aumentare la produttività.

Un modello di governance agile e di collaborazione multi-stakeholder, in grado di conciliare il ritmo veloce dell'innovazione tecnologica con l'imperativo dell'inclusione e della rappresentanza di tutte le parti per risultati efficaci che beneficino il maggior numero di persone senza scoraggiare l’innovazione. Questo aiuterà anche a riconciliare le tensioni tra vincitori e perdenti tra gli stakeholder della catena del valore. Diversi casi d'uso esistenti hanno dimostrato che una rappresentanza equa degli interessi favorisce una governance che funziona nella maggior parte dei casi.

Protezionismo digitale: così come le tariffe commerciali sono utilizzate nelle economie in via di sviluppo per incentivare l'ascesa della nascente produzione locale, l'introduzione di tariffe digitali può aiutare lo sviluppo di ecosistemi di innovazione locale nei Paesi in cui la soglia tecnologica è abbastanza forte da creare un hub e dove l'organizzazione popolare e spontanea della gestione della tecnologia può alimentare l'ecosistema stesso e l'afflusso di capitali. Questo darebbe potere a chi sa stare in piedi da solo e ridurrebbe selettivamente la dipendenza dalle grandi multinazionali, che attualmente operano su grande scala.

IL MONDO POST-PANDEMIA non ci presenterà solo un'economia zoppicante, uno stato generalizzato di paura per il futuro e la percezione che il carattere dell'economia globale è stato profondamente cambiato. Ci troveremo anche ad affrontare una delle più acute crisi di opportunità e di accesso alla tecnologia di tutti i tempi, guidata da un modello economico digitalmente invasivo che è incapace di costruire equità per tutti o almeno per la maggior parte. I tempi sono critici e la posta in gioco è alta, ma questo è anche il momento di abbandonare definitivamente la promessa fallimentare della teoria dell'efficienza del mercato e semplicemente sforzarsi di sistemare la situazione. Dobbiamo farlo ora, perché non potremo farlo domani.

 

Mark Esposito è Professore di Economia con incarichi presso Hult International Business School e Harvard University.

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