EDITORIALE

La rivoluzione del capitalismo degli stakeholder

Enrico Sassoon

Settembre 2021

La rivoluzione del capitalismo degli stakeholder

Le parole hanno un peso. Hubert Joly, nel suo articolo sul capitalismo degli stakeholder – nello Speciale di questo numero – presenta una “Dichiarazione di interdipendenza” in cui enuncia alcuni principi che vorrebbe vedere al centro di un nuovo tipo di economia e di impresa capitalistiche in un prossimo futuro. L’espressione potrebbe avere successo. Richiama, nella forma, la dichiarazione d’indipendenza americana del 1776. Ma nella sostanza emula il manifesto della Business Roundtable dell’agosto 2019 firmato da quasi 200 big company di tutto il mondo sotto la guida di Larry Fink, Ceo di BlackRock. Un manifesto che per molti rappresenta una cesura nel modo di intendere gli obiettivi d’impresa nel passaggio da un capitalismo degli shareholder a uno degli stakeholder, dagli interessi specifici degli azionisti a quelli di altri legittimi portatori di interesse: dipendenti, clienti, fornitori, ambiente, salute, territori.

Ma il capitalismo delle imprese nel quadro delle economie di mercato sta realmente cambiando? Che valenza reale hanno cose come il purpose, il valore condiviso, la corporate social responsibility, l’inclusione, l’attenzione alle persone, la sostenibilità e altri nobili obiettivi oggi sulla bocca di tutti?

La risposta è articolata e chi segue questa rivista sa che in quegli obiettivi ci identifichiamo, con buona pace di Milton Friedman e del primato della creazione di valore per gli azionisti. In molte occasioni abbiamo presentato e proposto visioni che indicano la strada dell’impresa impegnata a rispettare gli interessi dei portatori d’interesse contemperandoli con l’esigenza primaria dell’equilibrio reddituale dell’impresa e del riconoscimento dell’iniziativa dell’imprenditore e dei detentori di capitale di rischio. E da questo osservatorio rileviamo che purpose, valore condiviso e obiettivi di inclusione sono presenti in modo decisivo nell’agenda di un numero crescente di aziende e costituiscono una porzione sempre più importate dell’impegno professionale dei manager e degli imprenditori di aziende di ogni tipo e dimensione. Certo, non tutte, ma sempre di più.

Ma forse oggi, dopo l’esperienza scioccante della pandemia, le cose stanno ulteriormente cambiando. Vedremo nei prossimi mesi e anni cosa sarà il new normal della gestione d’impresa e riteniamo che probabilmente si tratterà di un never normal all’insegna del cambiamento continuo. Ciò che ormai però appare chiaro è che i grandi eventi del nostro tempo, ossia i fenomeni globali di una crisi sanitaria o di un cambiamento climatico non meno che epocali, stanno generando uno spostamento di percezione importantissimo: sempre di più ci rendiamo conto che in questi ambiti non si può fare da soli, né come individui, né come imprese, né come Stati. La collaborazione è l’unica formula possibile, mentre le soluzioni individualistiche sono una buona premessa per il fallimento.

Vale la pena di citare dall’eccellente articolo di Joly: «Adesso che così tante aziende tentano di riemergere dalla crisi sanitaria e di risollevarsi dalle sue conseguenze economiche, le imprese e i loro leader abbandoneranno quei principi che guardano al di là del prezzo dell'azione? Io spero di no. Non è il momento di arretrare. È il momento di accelerare. La profonda e articolata crisi che abbiamo di fronte ha reso ancora più evidente che il business e la società non possono prosperare se i dipendenti, i clienti e le comunità non sono soddisfatti, se il nostro pianeta è in preda alle fiamme e se la nostra società è frammentata».

Sempre dallo Speciale, il pensiero di Mariana Mazzuccato chiarisce la natura del cambiamento possibile: «ll capitalismo degli azionisti parte dall'idea che solo le imprese creino valore e che lo facciano nel migliore dei modi quando massimizzano i prezzi delle azioni e il valore per gli azionisti. Il capitalismo degli stakeholder parte dall'idea che in realtà la ricchezza sia creata collettivamente da vari tipi di organizzazione, non solo all'interno del business».

La transizione verso un capitalismo degli stakeholder potrebbe avere dunque connotati radicali, verrebbe da dire rivoluzionari, una rivoluzione incruenta che non era certamente parte del pensiero del socialismo rivoluzionario né degli utopisti ottocenteschi, né del teorico massimo Karl Marx, né degli epigoni del Novecento da Lenin a Trotsky e da Mao a Castro. Una rivoluzione ben lontana anche dal pensiero liberale del ‘900 che in molte occasioni ha esaltato acriticamente la libertà d’intrapresa come se non dovesse avere limiti e ha descritto l’ingerenza dello Stato sempre in termini di perdita di efficienza e di iniqua redistribuzione del reddito.

Siamo però in mezzo al guado ed, effettivamente, se pure una ragionevole transizione verso l’economia degli stakeholder appare auspicabile, il rischio di una caduta verso forme di statalismo ingessante e incongrue non è comunque mai da ignorare né, tantomeno, da sottovalutare. Per il sistema delle imprese, una sfida comunque ineludibile con cui ormai occorre costantemente fare i conti.

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