INNOVAZIONE

Focus – È l’ora della space economy

Raffaele Mauro, Matt Weinzierl, Mehak Sarang

Settembre 2021

Focus – È l’ora della space economy

Lo sviluppo della space economy

La nuova frontiera di mercati, tecnologie e investimenti e l’esperienza di Primo Space in Italia.

 

Raffaele Mauro

 

I mercati e le tecnologie legate allo spazio esercitano oggi un’attrattiva crescente nel mondo delle start-up e del venture capital. Negli ultimi anni, una combinazione peculiare di nuove applicazioni a terra, riduzione di costi, interconnessione con l’economia di Internet, applicazione di metodi di produzione agili e fattori geopolitici hanno infatti portato a uno sviluppo significativo della space economy e a un’evoluzione della sua logica interna.

Quello che oggi viene chiamato “spazio 2.0” o “new space economy” parla sempre di più il linguaggio delle imprese private, della tecnologia digitale e degli imprenditori ambiziosi come Elon Musk. Nuovi soggetti specializzati sono nati negli ultimi anni con l’obiettivo di investire nel settore come, ad esempio, Space Capital negli Stati Uniti, Seraphim Capital nel Regno Unito, Orbital Ventures in Lussemburgo e Primo Space in Italia.

La space economy come ambito specializzato ha una dimensione complessiva che va dai 350 ai 450 miliardi di dollari a seconda del perimetro di stima adottato, circa 420 miliardi di dollari secondo la Space Foundation, dei quali l’80% di natura prettamente commerciale. Secondo la banca d’investimento Morgan Stanley, nel suo report Space: Investing in the Final Frontier (luglio 2020), il settore dell’economia legato allo spazio nei prossimi anni raggiungerà la dimensione complessiva di mille miliardi di dollari.

Non è sempre stato così. Il mondo del venture capital è stato storicamente distante dall’industria spaziale: la combinazione di requisiti di capitale elevati, il peso preponderante delle iniziative di matrice pubblica e il significativo livello di rischio non consentivano l’agilità operativa tipicamente richiesta dagli investitori specializzati nel mondo delle start-up e delle scale-up. Inoltre, negli anni passati, l’agenda spaziale era passata in secondo piano: le speranze e le energie dedicate al settore si erano affievolite in seguito alla fine della Guerra fredda e la riduzione dei budget delle agenzie spaziali, ai due incidenti mortali dello Shuttle Challenger nel 1986 e dello Shuttle Columbia nel 2003, al fallimento di progetti commerciali come la versione iniziale della costellazione Iridium negli anni ’90 e al cambiamento di priorità legato all’11 settembre del 2001.

 

La nuova spinta

Nei due decenni successivi al volgere del millennio, la situazione è mutata notevolmente. Una prima generazione di imprenditori come Jeff Bezos ed Elon Musk, dopo aver fatto fortuna con l’economia di Internet, si sono impegnati nell’industria spaziale con imprese come Blue Origin e SpaceX. A essi è seguita una nuova generazione di astropreneurs che hanno sempre di più adottato metodi di design e produzione manifatturiera di natura agile, con cicli di sviluppo rapidi, che hanno sviluppato un mindset internazionale e che hanno iniziato a finanziarsi tramite il canale del venture capital, prima noto prevalentemente in ambiti come l’economia digitale e le biotecnologie.

Si è verificata inoltre una riduzione costante dei costi, sia per quanto riguarda l’hardware spaziale che per quanto riguarda i costi di lancio. Il primo aspetto ha portato al fenomeno dei micro e nanosatelliti, che oggi sono sempre di più lanciati in grandi sciami o “costellazioni” in bassa orbita terrestre e il cui esempio più iconico è il “cubesat”, piccolo oggetto standardizzato di 10 cm di lato, forma cubica e poco più di 1 kg di peso. Strumenti di questo tipo consentono a start-up, università ed enti di ricerca con relativamente pochi fondi di sviluppare esperimenti e testare nuove applicazioni. Il secondo aspetto della riduzione dei costi riguarda il portare persone e cose in orbita, una delle barriere fondamentali per lo sviluppo di un’economia privata dello spazio. Oggi, grazie ai lanciatori riutilizzabili, come ad esempio il Falcon 9 di SpaceX, è possibile ripensare la struttura dei costi per interi ordini di grandezza, catalizzando nuove applicazioni e democratizzando l’accesso allo spazio.

Infine, è importante sottolineare il numero crescente di applicazioni a terra catalizzate dall’industria spaziale: un’area molto vasta che va dalle telecomunicazioni alla logistica, dall’agricoltura alla tutela dell’ambiente, dal supporto alle transazioni finanziarie all’accesso a Internet. Quest’ultimo punto è particolarmente significativo dato che le cosiddette GAFA, o big four, vale a dire Google, Amazon, Facebook e Apple, stanno investendo sempre di più nel settore. Si va da Microsoft con il suo programma di cloud computing legato allo spazio, Azure Space, ad Amazon con il suo servizio di ground station legato ad Amazon Web Services, fino a imprese come Google e Apple che hanno effettuato operazioni di M&A su imprese del settore, rispettivamente con l’acquisizione di Terra Bella e MapSense. Facebook ha lanciato il suo satellite per l’accesso a Internet chiamato “Athena” ed Elon Musk, sempre con l’obiettivo di incrementare l’accesso alla rete Internet, ha lanciato ben 1360 satelliti tramite il progetto Starlink, creando la costellazione di satelliti più ampia della storia e destinata a espandersi ulteriormente in futuro.  

Oltre ai soggetti che tradizionalmente hanno investito in questo ambito, come Governi, agenzie spaziali, strutture militari, grandi aziende e contractor del settore, oggi attori di nuova natura si stanno unendo alla corsa per la space economy. Si va dai fondi sovrani di Abu Dhabi e dell’Arabia Saudita a investitori high-tech come la Softbank di Masaioshi Son, passando per i principali fondi di venture capital americani come Founders Fund, Sequoia Capital, Draper Fisher Jurvetson, First Round Capital e Bessember.

Il volume di investimenti nel 2019 è stato di 4 miliardi di dollari, con un importo raddoppiato rispetto al 2018 e a valle di un incremento decennale sia nell’importo che nel numero delle operazioni di capitale di rischio. I primi dati relativi al 2020, nonostante il rallentamento dell’economia mondiale dovuto alla pandemia, sembrano confermare questa tendenza di crescita. Il contributo dei fondi di fondi di venture capital non è solo di natura economica, ma va a modificare la logica in cui operano le imprese: per loro natura, i fondi di capitale di rischio premiano l’accelerazione dei cicli di sviluppo, la costruzione di organizzazioni scalabili, l’investimento in capitale umano e la realizzazione di business model efficaci. La loro entrata rappresenta quindi un pilastro importante per lo sviluppo della space economy.

 

Programmi rilevanti

Uno dei primi soggetti specializzati in Europa è stato il fondo di venture capital italiano Primo Space. Si tratta di una nuova iniziativa nata nel luglio 2020, all’interno dell’asset management company Primo Ventures, che investirà in tutti i settori legati all’industria dello spazio. Il fondo ha una dimensione target di più di 80 milioni di euro e ha già investito in due realtà. La prima si chiama AIKO, deriva dalle competenze sviluppate nel Politecnico di Torino, è specializzata nella creazione di software di intelligenza artificiale per il supporto alla navigazione satellitare e all’osservazione della Terra. La seconda si chiama Leaf Space, basata a Lomazzo (Como), e si occupa di sviluppare l’infrastruttura delle cosiddette ground station (antenne e stazioni di telecomunicazione a terra) specializzata per la nuova generazione di micro e nanosatelliti.

La finanziarizzazione dell’industria spaziale ha aggiunto una nuova dimensione, ma non ha ridotto l’impatto dei programmi e degli investimenti governativi sul settore, che rimangono tuttora molto rilevanti. In particolare, assistiamo oggi a un’onda di programmi di esplorazione spaziale di natura ambiziosa da parte non solo degli Stati Uniti, ma anche di blocchi geo-economici rilevanti come Europa, Cina, India, Russia, Giappone e, sempre di più, anche da parte di piccole nazioni come Israele ed Emirati Arabi Uniti.

In alcuni casi, le motivazioni non sono solo di natura commerciale, ma riguardano anche l’orgoglio nazionale o l’interesse militare diretto. Nel caso specifico degli Stati Uniti e della Cina, che stanno vivendo tensioni geopolitiche di natura crescente, assistiamo ormai a un testa a testa che ricorda gli anni della Guerra fredda. La Cina sta lanciando la sua stazione spaziale modulare indipendente, chiamata Tiangong, è attiva in campi di frontiera come la costruzione di satelliti per le telecomunicazioni quantistiche e ha un ambizioso programma di esplorazione spaziale sia robotica sia umana che potrebbe culminare con la costruzione di una base lunare.

La Russia recentemente ha annunciato che si sgancerà nei prossimi anni dalla Stazione Spaziale Internazionale, uno dei progetti di cooperazione spaziale internazionale di maggiore ambizione negli ultimi decenni, per aggregarsi ad alcune iniziative cinesi, oltre a sviluppare un proprio programma indipendente. Con l’iniziativa chiamata Artemis, Stati Uniti, Europa, Canada, Giappone, Australia, Regno Unito ed Emirati Arabi Uniti intendono riavviare il programma di esplorazione, con l’obiettivo di costruire una stazione spaziale in orbita lunare, chiamata Lunar Gateway, e portare di nuovo nei prossimi anni degli esseri umani sulla Luna.

In generale, buona parte dei blocchi geopolitici intende avere capacità indipendenti e autonomia per quanto riguarda i sistemi di telecomunicazione, posizionamento e osservazione della Terra, così come per quanto riguarda la capacità di lancio. Sia in tempo di pace che in caso di conflitto l’infrastruttura spaziale diventa infatti essenziale per diversi ambiti della vita civile, così come per i sistemi di sicurezza militare. Questo è uno dei motivi per cui negli Stati Uniti nel 2019 è stata creata una forza armata indipendente, la Space Force, con 16 mila addetti e 15 miliardi di dollari di budget annuale dedicato alla raccolta di informazioni, alla logistica, alla sicurezza e alla proiezione della forza nello spazio.

 

L’industria italiana

L’Italia ha nel corso del tempo preservato alcune capacità industriali rilevanti in ambito spaziale. Sono presenti grandi attori come Avio e Leonardo nei suoi due rami legati alla space economy Thales Alenia Space e Telespazio, così come medie imprese come SITAEL e Argotec nell’ambito delle tecnologie satellitari e Altec per quanto riguarda i servizi logistici di supporto alla Stazione Spaziale Internazionale.

Ci sono oggi numerose PMI, scale-up e start-up che si innervano in questo tessuto, oltre alle già citate AIKO Space e Leaf Space. A titolo esemplificativo e non esaustivo, si possono menzionare T4I, basata a Padova, per quanto riguarda le tecnologie di propulsione, D-Orbit, basata a Como, per quanto riguarda il commissioning e decommissioning di satelliti, Picosats, basata a Trieste, per quanto riguarda lo sviluppo di tecnologie per microsatelliti, Latitudo 40, basata a Napoli per quanto riguarda l’utilizzo dei dati geospaziali o Sidereus Space Dynamics, sempre basata a Napoli, per quanto riguarda lo sviluppo di lanciatori di nuova generazione.

Un ruolo di primo piano è costituito dall’ASI (Agenzia Spaziale Italiana), istituzione che con un miliardo di euro all’anno di budget e con un approccio sistemico contribuisce allo sviluppo di capacità per la ricerca e l’esplorazione spaziale, l’osservazione della Terra, le telecomunicazioni lo sviluppo di lanciatori e in generale l’abilitazione della space economy. In generale, l’Italia è il terzo contributore rilevante per l’ESA (European Space Agency), il secondo in Europa come budget spaziale in proporzione al PIL e che, per via della sua storia economica, oggi riesce a contribuire allo sviluppo di alcune tecnologie fondamentali come i moduli pressurizzati e i lanciatori.

Si sono inoltre sviluppate associazioni specializzate che promuovono lo sviluppo di questa industria come l’AIPAS (Associazione delle Imprese per le Attività Spaziali), l’ASAS (Associazione per i Servizi, le Applicazioni e le Tecnologie ICT per lo Spazio) e l’AIAD (Federazione delle Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza). Istituzioni pubbliche di investimento, come Cassa Depositi e Prestiti assieme al Fondo Europeo degli Investimenti, stanno assistendo lo sviluppo del settore privato in questo ambito. Nuove iniziative, come ad esempio la fondazione ENEA Tech, si stanno inoltre muovendo per poter contribuire al trasferimento tecnologico e agli investimenti in ambito deep tech, ovvero in imprese che fanno leva sulla ricerca scientifica di punta, inclusa anche la space economy.

 

Ricadute positive

L’economia legata allo spazio è rilevante anche per le sue esternalità positive, sia materiali che immateriali. Nel primo ambito, possiamo citare la sua rilevanza per la lotta al cambiamento climatico, la creazione di posti di lavoro di qualità e l’abilitazione di tecnologie ad alta performance che avranno un impatto anche in altri settori (si pensi a nuovi materiali o alle tecnologie mediche). In secondo luogo, da un punto di vista immateriale, il settore spaziale, per via del suo fascino intrinseco, crea un potente incentivo per incuriosire le giovani generazioni allo studio delle materie STEM e, a valle di mesi difficili per via della pandemia, per costruire speranza e immaginario per il futuro. Oggi astronauti come Paolo Nespoli o Samantha Cristoforetti continuano a ispirare e comunicare la loro esperienza, mentre si espandono anche le possibilità per contribuire “dal basso”, come nel caso di influencer come Adrian Fartade o Kellie Gerardi, o di contribuire direttamente tramite i progetti di citizen science.

I prossimi anni presentano molte opportunità e incognite. Alcuni sostengono che potrebbero svilupparsi intere nuove industrie, come ad esempio il turismo spaziale e la manifattura spaziale, e che il livello di ambizione dell’esplorazione potrebbe raggiungere nuove vette tramite un’ipotetica missione umana su Marte. Non è possibile sapere se queste speranze si avvereranno, ma è plausibile pensare che il processo di fusione tra infrastruttura spaziale, economia di Internet ed economia civile continuerà a proseguire, così come la riduzione dei costi e la democratizzazione delle applicazioni e dell’accesso allo spazio. Quello che è certo è che l’economia e l’esplorazione spaziale continueranno a catalizzare applicazioni determinanti per la vita sulla Terra, così come il pensiero di lungo termine e la speranza nel futuro.

 

 

La sfida di Primo Space

Primo Space è un fondo di venture capital italiano focalizzato sulla space economy e sulle tecnologie correlate. Nasce nel luglio del 2020 sotto l'ombrello di Primo Ventures (Primomiglio SGR), con un primo closing a 58 milioni di euro e una dimensione target di 80 milioni. Il fondo investe in imprese ad alta tecnologia e alta crescita in ambito seed ed early stage, con ticket che vanno da 100.000 a 5 milioni di euro. Il fondo focalizza la maggior parte della sua allocazione di capitale in Italia, ma ha anche la possibilità di investire all’estero in tutti gli stati Europei, Svizzera, Regno Unito, Israele e Stati Uniti. Le imprese target per Primo Ventures appartengono sia al cosiddetto segmento “upstream”, come ad esempio i sistemi di lancio e l’hardware spaziale, che a quello “downstream”, che include dati, servizi e applicazioni a terra.

Si tratta di tecnologie che possono abilitare diverse industrie come, a titolo esemplificativo, i trasporti, la logistica, l’agricoltura, le assicurazioni, il monitoraggio ambientale e i servizi legati a Internet. Inoltre, il fondo ha la possibilità di investire anche in tutte le imprese che fungono da abilitatori per la space economy, in settori quali la manifattura additiva, la robotica, le nanotecnologie e le tecnologie mediche correlate con l’industria spaziale.

Primo Ventures ha già effettuato due investimenti in Italia, in AIKO Space, società torinese che si occupa di sistemi di intelligenza artificiale per il supporto alle missioni satellitari per l’osservazione della Terra, e in Leaf Space, impresa che si occupa di servizi di telecomunicazioni e antenne a terra per la gestione delle nuove costellazioni di microsatelliti. Il fondo si appresta a supportare nuove imprese high tech che vanno dai sistemi di lancio ai servizi per l’economia reale, dalle tecnologie satellitari al software specializzato, interfacciandosi con l’ecosistema di imprese operative in Italia e contribuendo alla crescita di un settore rilevante per il Paese.

 

Raffaele Mauro è General Partner di Primo Space, fondo di venture capital specializzato nella new space economy. In passato è stato Managing Director di Endeavor Italia, organizzazione che supporta le imprese ad alta crescita su scala internazionale, si è occupato di investimenti e sviluppo di iniziative per l’imprenditorialità innovativa presso il gruppo Intesa Sanpaolo e in fondi di venture capital come United Ventures (prima Annapurna Ventures) e P101. Membro della Kauffman Society of Fellows, ha ottenuto l’MPA ad Harvard con specializzazione in finanza internazionale, il dottorato di ricerca in Bocconi e il GSP presso la Singularity University nel campus NASA Ames. Young Leader presso lo US-Italy Council, è stato Junior Fellow presso l’Aspen Institute, fa parte del gruppo “Young European Leaders - 40under40” e del gruppo Future Leaders dell’ISPI. È autore dei libri Hacking Finance e Quantum Computing.

 

 

I numeri della space economy

 

•   La dimensione complessiva della space economy è di 431 miliardi di dollari, di cui 336 di natura propriamente commerciale.

•   Tra il primo trimestre 2020 e il primo trimestre 2021, gli investimenti nella space economy sono ammontati a 8,7 miliardi di dollari worldwide, un raddoppio rispetto al periodo precedente

•   Sono 11 le SPAC relative alla space economy annunciate nei primi mesi del 2021, con un valore aggregato di 7 miliardi di dollari.

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È iniziata l’era commerciale dello spazio

I viaggi privati sono solo l’inizio.

 

Matt Weinzierl e Mehak Sarang

 

L'industria spaziale commerciale non manca di sollevare un grande interesse. Ma mentre i leader tecnologici ci promettono basi lunari e insediamenti su Marte, l’economia dello spazio è rimasta finora decisamente locale ­– almeno in senso cosmico. L’anno scorso, tuttavia, abbiamo attraversato una soglia importante: per la prima volta nella storia dell’umanità, gli esseri umani hanno avuto accesso allo spazio tramite un veicolo costruito e posseduto non da un Governo, ma da una società privata, con l’obiettivo di un insediamento spaziale a prezzi accessibili. È stato il primo passo significativo verso la costruzione di un’economia nello spazio e per lo spazio. È difficile sopravvalutarne le implicazioni – per il business, la politica e la società in generale.

Nel 2019, il 95% dei 366 miliardi di dollari di entrate stimate del settore spaziale provenivano dall’economia spazio-vs-terra: cioè, beni o servizi prodotti nello spazio per essere utilizzati sulla Terra. L’economia spazio-vs-terra comprende le infrastrutture di telecomunicazione e internet, le capacità di osservazione della terra, i satelliti per la sicurezza nazionale e altro ancora. Si tratta di un’economia in piena espansione e, anche se la ricerca mostra che deve affrontare le sfide relative a un certo sovraffollamento e alla creazione di monopoli che tendono a sorgere quando le aziende competono per una risorsa naturale scarsa, le proiezioni per il suo futuro sono ottimistiche. Il marcato calo dei costi per il lancio e per l’hardware spaziale in generale ha attirato nuovi operatori in questo mercato e le aziende, in una varietà di settori, hanno già iniziato a sfruttare la tecnologia satellitare e l’accesso allo spazio per portare innovazione ed efficienza nei loro prodotti e servizi terrestri.

Al contrario, l’economia spazio-per-spazio, cioè beni e servizi prodotti nello spazio per l’uso nello spazio, come l’estrazione mineraria dalla Luna o dagli asteroidi per ottenere materiale con cui costruire habitat nello spazio o rifornire depositi di carburante – ha faticato a decollare. Già negli anni ‘70, una ricerca commissionata dalla NASA prevedeva l’ascesa di un’economia spaziale che avrebbe soddisfatto le richieste di centinaia, migliaia, persino milioni di esseri umani che vivono nello spazio, sovrastando l’economia spazio-terrestre (e, alla fine, anche l’intera economia terrestre). La realizzazione di una tale visione cambierebbe il modo in cui tutti noi facciamo business, viviamo le nostre vite e governiamo le nostre società – ma a oggi, non abbiamo mai avuto più di 13 persone nello spazio contemporaneamente, rendendo quel sogno poco più che fantascienza.

Oggi, tuttavia, c’è motivo di pensare che potremmo finalmente raggiungere le prime fasi di una vera economia dello spazio per lo spazio. I recenti risultati di SpaceX (in collaborazione con la NASA), così come i prossimi sforzi di Boeing, Blue Origin e Virgin Galactic per portare le persone nello spazio in modo sostenibile e su larga scala, segnano l’apertura di un nuovo capitolo del volo spaziale guidato da aziende private. Queste aziende hanno sia l’intenzione che la capacità di portare i cittadini privati nello spazio come passeggeri, turisti e – eventualmente – coloni, aprendo la porta alle aziende per iniziare a soddisfare la domanda che queste persone creeranno nei prossimi decenni con una serie di beni e servizi spazio-per-spazio.

 

Benvenuti nell’era spaziale (commerciale)

Nella nostra recente ricerca, abbiamo esaminato come il modello di attività spaziale umana centralizzata e diretta da un Governo, nato negli anni ‘60, abbia lasciato spazio, negli ultimi due decenni, a un nuovo modello in cui le iniziative pubbliche nello spazio condividono sempre più la scena con le priorità private. I programmi spaziali centralizzati e gestiti da un Governo si concentreranno inevitabilmente sulle attività spazio-terra che sono di interesse pubblico, come la sicurezza nazionale, la scienza di base e l’orgoglio nazionale. Questo è naturale, poiché le spese per questi programmi devono essere giustificate dimostrandone i benefici per i cittadini – e i cittadini che questi Governi rappresentano sono (quasi) tutti sulla Terra.

Diversamente dai Governi, il settore privato è ansioso di mettere le persone nello spazio per perseguire i propri interessi e non quelli dello Stato – e poi soddisfare la domanda che crea. Questa è la visione che guida SpaceX che, nei suoi primi venti anni, ha completamente sconvolto l’industria del lancio dei razzi, assicurandosi il 60% del mercato globale dei lanci commerciali e costruendo veicoli spaziali sempre più grandi, progettati per traghettare i passeggeri non solo verso la Stazione Spaziale Internazionale (ISS), ma anche verso il proprio insediamento promesso su Marte.

Oggi, il mercato dello spazio per lo spazio si limita a rifornire le persone che sono già nello spazio: cioè, la manciata di astronauti impiegati dalla NASA e da altri programmi governativi. Mentre SpaceX ha grandi visioni per servire un gran numero di viaggiatori spaziali privati, le sue attuali attività spazio-per-spazio sono state tutte in risposta alla domanda del cliente rappresentato dal Governo (cioè la NASA). Ma poiché la diminuzione dei costi di lancio permette a compagnie come SpaceX di sfruttare le economie di scala e portare più persone nello spazio, la crescente domanda del settore privato (cioè turisti e coloni, piuttosto che dipendenti del Governo) potrebbe trasformare queste iniziative di prova in un’industria sostenibile su larga scala.

Questo modello – vendere alla NASA con la speranza di creare ed espandere alla fine un mercato privato più ampio – è esemplificato da SpaceX, ma l’azienda non è affatto l’unico attore che adotta questo approccio. Per esempio, mentre SpaceX si concentra sul trasporto spazio-per-spazio, un’altra componente chiave di questa fiorente industria sarà la produzione.

Made In Space, Inc. è stata in prima linea nella produzione nello spazio, per lo spazio dal 2014, quando ha stampato in 3D una chiave inglese a bordo della ISS. Oggi, l’azienda sta esplorando altri prodotti, come il cavo in fibra ottica di alta qualità, che i clienti terrestri potrebbero essere disposti a pagare perché siano prodotti a gravità zero. Ma l’azienda ha anche recentemente ricevuto un contratto da 74 milioni di dollari per stampare in 3D grandi travi di metallo nello spazio per l’uso su veicoli spaziali della NASA e i futuri veicoli spaziali del settore privato avranno certamente esigenze di produzione simili che Made In Space spera di essere ben posizionata per soddisfare. Proprio come SpaceX ha iniziato a rifornire la NASA, ma spera di servire alla fine un mercato del settore privato molto più ampio, l’attuale lavoro di Made In Space con la NASA potrebbe essere il primo passo lungo un percorso verso il supporto di una varietà di applicazioni di produzione del settore privato per le quali i costi di produzione sulla Terra e il trasporto nello spazio sarebbero proibitivi.

Un’altra importante area di investimento nello spazio per lo spazio è la costruzione e la gestione del funzionamento di infrastrutture spaziali come habitat, laboratori e fabbriche. Axiom Space, oggi leader in questo campo, ha recentemente annunciato che farà volare la “prima missione commerciale completamente privata nello spazio” nel 2022 a bordo della capsula Crew Dragon di SpaceX. Axiom si è anche aggiudicata un contratto per l’accesso esclusivo a un modulo della ISS così da facilitare i suoi piani di sviluppo di moduli per attività commerciali sulla stazione (ed eventualmente, oltre essa).

Questa infrastruttura probabilmente stimolerà gli investimenti in una vasta gamma di servizi complementari atti a soddisfare la domanda delle persone che vivono e lavorano al suo interno. Per esempio, nel febbraio 2020, Maxar Technologies si è aggiudicata un contratto da 142 milioni di dollari dalla NASA per sviluppare uno strumento di costruzione robotica che verrebbe assemblato nello spazio per essere utilizzato su veicoli spaziali in orbita bassa. I veicoli spaziali o gli insediamenti del settore privato avranno senza dubbio bisogno di una varietà di strumenti di costruzione e riparazione simili.

E, naturalmente, il settore privato non riguarda solo i prodotti industriali. Anche i fattori di comfort promettono di essere un’area di rapida crescita, dato che le aziende si sforzano di sostenere il lato umano della vita nel duro ambiente dello spazio. Nel 2015, per esempio, Argotec e Lavazza hanno collaborato per costruire una macchina da caffè espresso che possa funzionare nell’ambiente a gravità zero della ISS, offrendo un po’ di lusso quotidiano all’equipaggio.

Di fatto, nell’ultimo mezzo secolo, molti hanno sognato di usare il vuoto e l’assenza di peso dello spazio per procurarsi o fare cose che non possono essere fatte sulla terra, ma in nessun caso il business case ha avuto successo. Lo scetticismo è dunque naturale. Questi fallimenti, tuttavia, sono stati nelle applicazioni spazio-vs-terra. Per esempio, due start-up degli anni 2010, Planetary Resources, Inc. e Deep Space Industries, hanno visto fin dall’inizio il potenziale dell’estrazione mineraria spaziale. Per entrambe le aziende, tuttavia, la mancanza di un’economia spazio-per-spazio significava che la loro sopravvivenza a breve termine dipendeva dalla vendita di materiale estratto – metalli preziosi o elementi rari – ai clienti sulla Terra. Quando è diventato chiaro che la domanda non era sufficiente a giustificare gli alti costi, i finanziamenti si sono prosciugati ed entrambe le compagnie sono passate ad altre iniziative.

Sono stati fallimenti di modelli di business spazio-vs-terra, ma la domanda per l’estrazione nello spazio di materiale da costruzione grezzo, metalli e acqua sarà enorme una volta che gli esseri umani vivranno nello spazio (e saranno quindi molto più economici da fornire). In altre parole, quando le persone vivranno e lavoreranno nello spazio, probabilmente guarderemo a queste prime compagnie minerarie di asteroidi meno come a fallimenti e più come semplicemente in anticipo sui tempi.

 

Cogliere l’opportunità dello spazio per lo spazio

Le opportunità che si presentano in relazione all’economia dello spazio per lo spazio sono enormi, ma potrebbero essere facilmente perse. Per cogliere questo momento, i politici devono mettere a punto un quadro normativo e istituzionale che consenta l’assunzione di rischi e l’innovazione necessaria per un’economia spaziale decentralizzata e guidata dal settore privato. Ci sono tre aree politiche specifiche che saranno particolarmente importanti:

 

1. Consentire ai privati di assumersi un rischio maggiore di quello che sarebbe tollerabile per gli astronauti impiegati da un Governo.

In primo luogo, come parte di uno spostamento generale verso un settore spaziale più decentralizzato e orientato al mercato, i politici dovrebbero considerare la possibilità di permettere ai turisti spaziali privati e ai coloni di assumersi volontariamente più rischi di quelli che gli Stati tollererebbero per gli astronauti impiegati dal Governo. A lungo termine, garantire alti livelli di sicurezza sarà essenziale per convincere un maggior numero di persone a viaggiare o vivere nello spazio, ma nei primi anni dell’esplorazione, un’eccessiva avversione al rischio fermerebbe il progresso prima che inizi.

Un’analogia istruttiva può essere trovata nel modo in cui la NASA lavora con i suoi appaltatori: a metà degli anni 2000, la NASA è passata dall’uso di contratti cost-plus (in cui la NASA si assumeva tutto il rischio economico di investire nello spazio) a contratti a prezzo fisso (in cui il rischio era distribuito tra la NASA e i suoi appaltatori). A causa della maggiore tolleranza al rischio da parte delle aziende private, questo cambiamento ha catalizzato un’esplosione di attività nel settore – a volte indicato come “New Space”. Un simile cambiamento nell’approccio all’assunzione volontaria del rischio da parte degli astronauti del settore privato potrebbe essere necessario per lanciare l’economia dello spazio per lo spazio.

 

2. Gestire in modo attento la normativa e il sostegno pubblico.

In secondo luogo, come per la maggior parte dei mercati, lo sviluppo di un’economia spaziale dinamica dipenderà da una appropriata regolamentazione e dal sostegno da parte del Governo. Il recente impegno della NASA e dei Dipartimenti del Commercio e degli Esteri degli Stati Uniti a “creare un ambiente normativo, per attività in orbita terrestre bassa, che consenta alle attività commerciali di prosperare” è un buon segnale che indica che il Governo è sulla strada di una continua collaborazione con l’industria, ma c'è ancora molta strada da fare.

I Governi dovrebbero iniziare a chiarire come saranno regolati i diritti di proprietà su risorse limitate come l’acqua su Marte, il ghiaccio sulla Luna, o gli slot orbitali (cioè i “posti auto” nello spazio). Passi recenti – tra cui l’offerta della NASA di acquistare suolo e rocce lunari, l’ordine esecutivo dello scorso aprile sulla governance delle risorse spaziali e il Commercial Space Launch Competitiveness Act del 2015 – indicano che il Governo degli Stati Uniti è interessato a stabilire una qualche forma di quadro normativo per sostenere lo sviluppo economico dello spazio.

Nel 2017, il Lussemburgo è diventato il primo Paese europeo a stabilire un quadro giuridico che garantisce i diritti privati sulle risorse estratte nello spazio e passi simili sono stati fatti a livello nazionale in Giappone e negli Emirati Arabi Uniti. Inoltre, nove Paesi (anche se non Russia e Cina) hanno firmato gli accordi di Artemis, che delineano una visione per lo sviluppo sostenibile e internazionale della Luna, di Marte e degli asteroidi. Questi sono primi passi importanti, ma devono ancora essere chiaramente tradotti in trattati completi che governino l’uso equo e l’allocazione delle scarse risorse spaziali tra tutte le principali nazioni spaziali.

Inoltre, i Governi dovrebbero continuare a colmare le lacune finanziarie nell’ecosistema economico spazio-per-spazio ancora in fase di maturazione, finanziando la ricerca scientifica di base a sostegno dell’invio di esseri umani nello spazio e fornendo contratti alle start-up spaziali. Allo stesso modo, mentre un’eccessiva regolamentazione soffocherebbe l’industria, alcuni incentivi governativi, come le politiche per ridurre i detriti spaziali, possono contribuire a ridurre i costi di funzionamento nello spazio per tutti in modi che sarebbero difficili da coordinare in modo indipendente.

 

3. Andare oltre le rivalità geopolitiche.

Infine, lo sviluppo dell’economia spazio-per-spazio non deve essere minato da rivalità geopolitiche terrestri, come quella tra Stati Uniti e Cina. Questi conflitti si estenderebbero inevitabilmente allo spazio, almeno in una certa misura, e la domanda militare è stata a lungo un’importante fonte di finanziamento per le aziende aerospaziali. Ma se non vengono tenute sotto controllo, queste rivalità non solo distrarranno l’attenzione e le risorse dalle attività commerciali senza confini, ma creeranno anche barriere e rischi che ostacoleranno gli investimenti privati.

Sulla Terra, l’attività economica privata ha creato per molto tempo legami tra persone i cui Stati erano in contrasto. La crescente economia spazio-per-spazio offre un potenziale eccezionale per rappresentare una tale forza unitaria, ma è compito dei Governi del mondo non frapporsi a tali iniziative. Un approccio collaborativo internazionale per stabilire – e far rispettare – lo stato di diritto nello spazio sarà essenziale per incoraggiare una sana economia dello spazio nello spazio.

 

LE VISIONI DI UN'ECONOMIA spazio-per-spazio esistono fin dall’alba dell’era spaziale negli anni ‘60. Finora, quelle speranze sono rimaste in gran parte disattese – ma oggi viviamo un momento diverso. Per la prima volta nella storia, il capitale del settore privato, la tolleranza al rischio e la motivazione del profitto vengono incanalati per portare le persone nello spazio. Se cogliamo questa opportunità, ricorderemo il 2020 come l’anno in cui abbiamo iniziato il vero progetto di trasformazione di costruire un’economia e una società nello spazio, per lo spazio.

 

 

Matt Weinzierl è Professore di Business Administration alla Harvard Business School e ricercatore associato al NBER. La sua ricerca e il suo insegnamento si concentrano su progetti di politica economica e sull’economia e il business dello spazio.

Mehak Sarang è ricercatore associato presso la Harvard Business School e direttore del Lunar Exploration Projects per la MIT Space Exploration Initiative.

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