SISTEMA MONDO

Quello che i sovranisti non dicono

Emilio Rossi

03 Settembre 2018

Il concetto di sovranità si basa sull’esistenza della “Nazione” e si sviluppa con il Romanticismo che a partire dall’unicità del singolo individuo valorizza la Nazione e la singolarità di ogni popolo e della sua cultura. La patria acquista un valore al limite della sacralità: da lì all’elaborazione della supremazia della propria Nazione sulle altre il passo fu breve e venne compiuto all’inizio del XX secolo. Il progetto di cessione progressiva e pacifica della sovranità dei Paesi europei all’Unione Europea nasce come superamento di questo ideale nazionale, dopo che il disastro delle due guerre mondiali ne aveva esplicitato i limiti.

La creazione di un soggetto politico europeo con queste caratteristiche non ha precedenti storici. Il processo è stato peraltro messo a dura prova dalla crisi finanziaria globale del 2008, di cui i Paesi europei hanno fortemente risentito dal punto di vista economico e occupazionale. La governance farraginosa dell’UE determinò una reazione inadeguata alla profondità della crisi, creando una crescente disaffezione al progetto unitario e un ritorno al concetto di sovranità nazionale che, per l’Italia, si espliciterebbe con il ritorno alla lira con conseguenze molto problematiche, di cui molti economisti (incluso chi scrive) hanno sottolineato gli elementi principali: bancarotta dello Stato, crisi acuta del sistema bancario, recessione prolungata, aumento dei costi dei prodotti importati con alta inflazione, scarso impatto sulla competitività di medio-lungo termine, ecc. Altri economisti sostengono invece che il ritorno alla lira consentirebbe l’utilizzo delle politiche monetarie e di bilancio per rilanciare l’economia e che la svalutazione consentirebbe il rilancio dell’export.

In altri termini, il dibattito non solo mediatico ma anche tra tecnici è stato focalizzato sull’impatto più o meno grave o addirittura positivo che il ritorno alla lira avrebbe sui principali aggregati macroeconomici e sulle finanze pubbliche. Quello che i sovranisti non dicono o al massimo sottintendono è che in realtà l’uscita dall’euro renderebbe inevitabile nel giro di pochi anni l’adozione di un modello di sviluppo simile a quello dell’Italia tra gli anni ‘60 e l’inizio degli anni ‘90. Il ritorno alla lira, infatti, significherebbe una forte svalutazione della nuova moneta rispetto all’euro che, liberatosi dell’anello debole del sistema, acquisirebbe una forza simile a quella che aveva a suo tempo il marco (o probabilmente superiore, data l’adozione crescente dell’euro come moneta di riserva internazionale). A questa svalutazione iniziale, che comporterebbe maggiore inflazione importata, si aggiungerebbe una debolezza congenita della valuta italiana 1. In definitiva il ritorno alla lira viene sostenuto dai sovranisti proprio per poter svalutare a piacimento.

Oltre alle molto dibattute implicazioni su inflazione, competitività e finanze pubbliche di una svalutazione significativa e progressiva, un aspetto deleterio viene invece solitamente trascurato: una lira debole significa maggiore facilità di acquisizione di aziende italiane (divenute a buon mercato indipendentemente dalla loro performance) da parte di aziende straniere con capacità di investimento elevate. Difficile immaginare un Governo (soprattutto se “sovranista”) che veda di buon occhio un tale andazzo – non gli resterebbe che intervenire con un ente statale preposto all’acquisizione di asset prossimi a passare in mani straniere (attualmente il maggior candidato sarebbe la Cassa Depositi e Prestiti).

In altri termini, il modello a cui si ispira il “governo del cambiamento” è un modello di Stato interventista e dirigista, proprietario di banche e aziende di ogni tipo, supportato nelle sue necessità finanziarie da una Banca centrale dipendente dal Governo (come riportato nel programma ufficiale M5S e più volte menzionato anche dagli esponenti della Lega). Nella sostanza, il progetto è quindi di ritornare (forse inconsapevolmente) a una forma di struttura economica del Paese in cui l’Esecutivo possa contare su quello che una volta erano l’IRI e le tre BIN (Banche di Interesse Nazionale – Credito Italiano, Banca Commerciale Italiana, Banco di Roma), sul bilancio consolidato Tesoro-Bankitalia, su una capacità di spesa (e spreco) illimitata. Ossia si progetta un’economia protetta dallo Stato, con scarsa capacità di innovazione – in un mondo in cui l’innovazione è sempre più rapida e la cui prossima ondata tecnologica segnerà il discrimine tra Paesi capaci di crescere e Paesi in decrescita (infelice).


Emilio Rossi è Senior Advisor Oxford Economics e Presidente EconPartners.


1Su questo punto si veda Emilio Rossi, “L’Italia sotto il monitoraggio degli investitori”, Aspen Institute, https://www.aspeninstitute.it/aspenia-online/article/l%E2%80%99italia-sotto-il-monitoraggio-degli-investitori, 4.6.2018.

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