Conversazione con l'oncologo Pier Paolo Pandolfi

HBR Italia

03 Settembre 2018

CONVERSAZIONE CON L'ONCOLOGO PIER PAOLO PANDOLFI

Basterebbe vedere la lista dei premi che gli sono stati attributi - più di 30 - per qualificarne i meriti scientifici, ma è più opportuno analizzare questi meriti e attribuirli alla persona. Che è poi Pier Paolo Pandolfi, oggi direttore del Cancer Center e del Cancer Research Institute al Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston e Professore di Medicina alla Harvard Medical School, dove con un folto gruppo di collaboratori combatte il male universale della nostra epoca. A poco più di 55 anni Pandolfi è riconosciuto come uno dei principali genetisti e oncologi sulla scena mondiale per avere scoperto la cura a una forma molto aggressiva di leucemia e per i progressi in corso in altre battaglie consimili. Ma nel raccontare di sé non si astiene dal ripercorrere una strada e una carriera che all’inizio puntavano più verso le arti che verso la scienza. Lo confermano i suoi studi iniziali di Filosofia e di pianoforte. Ma anche una passione per lo sport e per la vela che lo ha portato a essere uno degli equipaggi di riserva, alle Olimpiadi di Barcellona. E poi un giorno si è ritrovato sul monticello a tirare una palla da baseball nello stadio dei mitici Red Sox di Boston.


La grande guerra al cancro è ciò che conta di più, ma questa faccenda dei Red Sox….

Già, sembra strano ma è tutto vero. Che ci fa un ricercatore oncologico a lanciar palle davanti a decine di migliaia di spettatori nello stadio di Boston? Non è un’incongruenza. I Red Sox mi hanno onorato del first pitch - come dire, il “calcio d’inizio” - per ben due volte, e questo l’ho messo sul curriculum. La prima volta mi ha terrorizzato perché mi avevano detto che avrei dovuto farlo ad agosto e allora ho passato tutta la vacanza a tirare queste pallette perché non c’è peggio cosa che andare sul campo e tirare troppo basso. E allora per stare sul sicuro ho tirato molto alto, certo che comunque avrebbero fatto fuori campo immediatamente. Comunque sono riuscito ad evitare di fare brutte figure.


Bello, ma questo non spiega perché l’hanno invitata con un gesto onorifico di grande cortesia.

È semplice in fondo, hanno voluto sottolineare l’appoggio di Boston, che è la città della medicina, alla nostra attività. È un grande onore perché oltre a farti dare il calcio di inizio, durante il riscaldamento stai a bordo campo e loro ti mostrano sui loro mega schermi e tutti ti vedono. Pensi a questa cosa prima di una partita importante a San Siro. Ma al di là dell’onore, è un fatto di enorme efficacia perché mentre le squadre si preparano, sui mega schermi compare un documentario di qualche minuto sulla tua carriera e sulla tua attività scientifica. L’intero stadio sta a guardare e poi scoppia un applauso fragoroso, e tu ti inchini, ringrazi e poi la partita ha inizio. Oltre al valore simbolico, questo genera e diffonde conoscenza sulla nostra lotta al cancro e induce molti a dare il proprio supporto.


Una bella testimonianza da parte della città e della sua mitica squadra di baseball. Ma ci parli di come ci è arrivato, partendo da premesse molto lontane dalla medicina.

La mia educazione è stata piuttosto articolata. Come dico sempre, io sono un prodotto ibrido, nel senso che sono stato educato come un’umanista, filosofo e musicista. Praticamente la mia carriera scientifica è nata in un ambiente di umanisti. Mio papà, professore universitario, insegnava francese e mia mamma, professoressa universitaria, insegnava russo serbo-croato. In casa parlavamo francese meglio dell’inglese. Adesso si sono invertite le posizioni. Comunque durante soprattutto il periodo delle elementari e della scuola media ho viaggiato tantissimo: ho vissuto tre anni in Turchia perché i miei avevano deciso in quel periodo di lavorare in ambasciata e consolato e poi insegnare all'Università di riferimento. Poi tre anni in Algeria. Per farla breve, praticamente sono cresciuto a letteratura e musica classica ho studiato chitarra classica e pianoforte e poi all’università mi sono andato a iscrivere a filosofia.

La mia carriera era pertanto destinata a studi umanistici, filosofici, sarei potuto diventare uno scrittore o un giornalista o un filosofo. Invece, mentre studiavo Kant e Hegel ho cominciato a riflettere, perché fin dal liceo la scienza mi attraeva molto. E studiando i classici esami che hanno basi filosofiche scientifiche, come epistemologia, filosofia del linguaggio e filosofia della scienza ho cominciato a pensare che forse la scienza mi piaceva al punto che avrei preferito farla più che studiarne il contenuto epistemologico e logico. Così ho deciso che volevo diventare uno scienziato, e guardando indietro, penso che sia dovuto al fatto che all'epoca l’oncologia molecolare cominciava a essere estremamente interessante. L'idea che nel nostro genoma, nel nostro libro della vita ci fossero dei geni che potevano causare il cancro era una cosa assolutamente incredibile, che mi ha colpito. Perciò ho deciso di iscrivermi alla facoltà di medicina per fare lo scienziato. Molti mi chiedono se mi sia stato utile diventare un medico, dato che alla fine ho fatto scienza per tutta la vita, lavorando in laboratorio più che col paziente, e questa laurea in medicina non l'ho usata molto. Ma quell’educazione medica mi è stata e mi è tuttora utilissima, anche nell’attività di ricerca e nel mio ruolo di direttore del Cancer Center.


Quindi ha fin da subito abbracciato la ricerca. In quali campi?

La ricerca l’ho fatta da subito, nel settore oncologico ed ematologico, sin da quando ero studente di medicina. In questa fase opero come direttore del Cancer Center di uno degli ospedali universitari di Harvard, un grande centro di ricerca che conta qualcosa come 300 professori e circa 5.000 persone, fra cui medici, infermieri, chirurghi, radioterapisti etc. e pertanto la mia laurea in medicina, così come il mio PhD, mi sono molto utili per parlare con competenza sia con i colleghi medici sia con gli scienziati. Perciò quando mi chiedono se rifarei gli studi medici, nonostante sia scienziato e ricercatore a tempo pieno, la mia risposta è un sì incondizionato. Perché lo studiare farmacologia ti insegna che cosa è un farmaco, e cos’è una terapia; e studiare la malattia ti insegna cos’è un malato e la sua sofferenza, cose fondamentali che vanno al di là del problema scientifico. In più il cancro l’ho visto in casa perché purtroppo ho perso entrambi i genitori di tumore, nel giro di tre anni. È stato un urto violentissimo e traumatizzante, perché ero già un professionista di punta nel campo oncologico ma, nonostante questo, non ho potuto salvare i miei genitori.


Un’esperienza particolarmente dolorosa.

Certo, mi ha colpito nel profondo. Durante medicina ho cominciato a fare ricerca e poi all'ultimo anno - quello che ha fatto fare un balzo alla mia carriera - insieme a quella che è diventata poi mia moglie, Letizia Longo, abbiamo fatto una scoperta molto importante. Io ero ancora studente all’ultimo anno e mia moglie già era laureata in Scienze Biologiche e si era specializzata in Germania, e abbiamo trovato i geni della leucemia promielocitica acuta (acute promyelocytic leukemia, APL), insieme al gruppo di Pier Giuseppe Pellicci a Perugia. E quando abbiamo fatto questa scoperta, tra il 1988 e il 1990, era come molti altri tipi di tumore praticamente incurabile, mentre invece oggi è curata, guaribile ed eradicata.


Come ci siete arrivati?

Con un approccio innovativo - che spero generi ulteriori progressi perché dobbiamo sconfiggere il cancro nella sua interezza - connotato da una serie di passi che ci hanno portato dalla scoperta dei geni al tentativo di generare modelli animali nel topo, e che alla fine ci hanno permesso di creare un avatar fedele di questa leucemia nel topolino in cui abbiamo testato farmaci poi testati nell'uomo. E sull’uomo sono risultati efficaci per cui, in breve, oggi questa leucemia viene diagnosticata sulla base di un test molecolare e con una combinazione di farmaci si torna a casa dopo un po’ di settimane guariti.

E questo è il sogno di ogni oncologo che, in questo momento, per fortuna si sta avverando perché negli ultimi anni sono successe delle cose molto importanti che hanno portato a una fortissima accelerazione nello sviluppo di nuove cure. Questa vicenda ci ha portato dapprima a Londra, dove abbiamo studiato i geni della leucemia promielocitica acuta, poi dopo tre anni, a New York, perché la scoperta che avevamo fatto era così importante che sia io che mia moglie eravamo diventati improvvisamente molto ricercati, sia in Europa che negli Stati Uniti. È difficile spiegare come invero ci sia una caccia ai talenti scientifici nei Paesi che credono nella scienza. Speriamo avvenga presto anche da noi in Italia. E dunque siamo stati assunti al Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York dove negli anni successivi abbiamo realizzato i modelli avatar testando questa nuova terapia, e la leucemia è stata guarita.

A quel punto, nel 2007, è successo un po’ come nello sport, e Harvard ha detto: “Ok, ora ci compriamo questo scienziato di successo perchè fa tanti goal”. Così sono andato ad Harvard che, come l’università di Milano, ha vari ospedali e inoltre conta su diversi Cancer Center; dapprima mi hanno affidato la direzione scientifica del centro e poi, cinque anni fa, la direzione di tutto il centro, sia clinico che di ricerca, con finanziamenti e risorse notevoli.


Questa cura per la leucemia promielocitica acuta può riguardare in generale la leucemia?

No, solo questa forma che rappresenta il 10% delle leucemie. Ma forse abbiamo trovato il modo di curarle tutte e speriamo anche altri tipi di tumore. Dopo la storia della leucemia promielocitica acuta, il mio gruppo è diventato molto più grande e abbiamo cominciato a pensare che forse avremmo potuto usare lo stesso approccio per curare altri tipi di cancro.


Ci può spiegare l’approccio?

Il punto di partenza è capire quali sono i geni che causano la leucemia e modellizzare il tumore. Quando ho cominciato l’idea era di creare un modello animale della stessa malattia dell’uomo provocando nei geni dei topi le stesse alterazioni che avevamo scoperto in quelli dei malati. Allora non lo sapevamo ancora, ma poi abbiamo dimostrato che se a un topo viene introdotta la stessa mutazione, insorge la leucemia promielocitica acuta e questo ci ha permesso di concludere che si poteva usare per curare il topolino e poi curarla l’APL nell’uomo. Così è venuto fuori il concetto di avatar, che significa creare un modello surrogato. Questo è molto importante perché ora sappiamo come ci siano tantissimi tipi di cancro: del solo tumore alla prostata, per esempio, ne esistono almeno sessanta tipi diversi, per cui se si vuole fare il trial clinico in maniera mirata e personalizzata - la medicina della precisione o dell’ultra precisione - occorrerebbe inserire in questi trial clinici migliaia di pazienti. Se invece si ha un avatar, un modello che rappresenta il tumore del signor X o del signor Y, si possono testare questi farmaci molto più velocemente.


I topolini sono il vostro avatar? Perché?

Perché di topolini con la malattia possiamo crearne molti e rapidamente, onde testare molti nuovi farmaci in tempi brevi, e perché sono incredibilmente simili a noi, perché se non lo fossero non gli verrebbe la leucemia mettendogli dentro i geni mutati nell’uomo. Ma questo non si sapeva e, quando ce ne siamo resi conto, abbiamo deciso di renderlo piattaforma di scoperta e abbiamo lanciato il concetto di ospedale del topo, cioè l’idea che potremmo avere un ospedale dove questi pazienti vengono ospitati e trattati con farmaci che, quando se ne dimostra l’efficacia, vengono poi portati nel trial clinico e studiati nell'uomo. Questo ormai lo chiamiamo co-clinico, perché siamo arrivati a un tale livello di eccellenza nell'ospedale del topo che possiamo fare anche un’altra cosa: possiamo allineare il trial clinico nell’uomo. Immagini ci sia un farmaco nuovo che viene testato nell'uomo per il tumore alla prostata e intanto noi facciamo lo stesso nell’ospedale del topo, con tutti i modelli di tumore alla prostata, e diciamo all’oncologo in tempo reale: “Guarda che il farmaco sta funzionando solo nel tipo di tumore A e non nel tipo di tumore B, perciò torna a vedere se il signor X e il signor Y, che hanno lo stesso tipo di difetto genetico, rispondono o meno”. E abbiamo verificato che c'è una concordanza enorme. Pertanto l’ospedale del topo diventa predittivo di quello che funzionerà o non funzionerà in clinica, tagliando tempi e costi. Perché, per capirci, per quanto riguarda i costi la differenza tra un trial clinico nell'ospedale del topo e uno nell’ospedale umano è di 1 a 100 o a volte a 1000, cioè 100.000 euro rispetto a 10.000.000 milioni con tempi di un anno invece che di 3-4 anni. Dunque, un crollo sia nei costi che nei tempi.


Quali altre caratteristiche possiede questo approccio innovativo?

Vi sono altre tre cose che riteniamo dirompenti e che ci portano alla capacità di creare una cura specifica per ogni paziente, e qui entriamo nel concetto della medicina della precisione, o di come diciamo noi della “ultraprecisione”.

Come è ormai noto, ogni paziente ha bisogno di un trattamento diverso e quello che si può fare oggi è utilizzare con efficacia la biopsia che viene usata per fare diagnosi in genere, che ci dicono, ad esempio, se il tumore della prostata analizzato è di grado A, B, C. Ma dalla biopsia è ora possibile fare da pochissime cellule e in tempi veloci quelli che chiamiamo “organoidi”, che sono dei piccoli tumori che crescono molto velocemente, che possiamo crescere in colture cellulari in laboratorio. Il processo può avvenire così: il signor X va all'istituto tumori di Milano, gli si fa la biopsia, si mettono in coltura gli organoidi dal suo tumore. Nello stesso tempo, comincia la terapia standard, quella offerta in questo momento nel 2018 per quel tipo di tumore e mentre il paziente fa la terapia, in parallelo, noi nei suoi specifici organoidi – nei suoi, non quelli dell’umanità intera - incominciamo a testare tutti i farmaci approvati. Quando dico farmaci approvati non dico farmaci oncologici, ma farmaci per l’ipertensione o per l'infiammazione o per il diabete. E, dato che i farmaci approvati non sono tantissimi, circa 1.500, li testiamo tutti e poi incominciamo a vedere se l’organoide del signor X risponde a un antipertensivo e magari anche all’aspirina, e poi all’antipertensivo e all'aspirina insieme, perché lo possiamo fare se vediamo che in combinazione funzionano ancora meglio. Intanto che il signor X fa la chemioterapia, la radioterapia e se guarisce tutto finisce lì. Ma in caso contrario, noi sappiamo già che il suo tumore risponde all'aspirina e all’antipertensivo e possiamo dire all'oncologo che nel caso le cose vadano male si produca una recidiva, di provare questa nuova terapia.


Sembra molto costoso.

Però è molto meno costoso paradossalmente che l'ospedale del topo. Perché praticamente il processo di rigenerazione degli organoidi si può quantificare in alcune migliaia di euro, non centinaia di migliaia. Cioè per fare un organoide al signor X sono due o tremila euro. Quasi un esame del sangue. Il tempo? Quattro/otto settimane. Perché il problema per chi ha il tumore alla prostata, che facevo come esempio, è relativo perché in genere se è fatale lo è in cinque-dieci anni e c’è dunque molto tempo per provvedere. Ma nel caso del tumore del pancreas il tempo è poco, perciò avere il risultato in quattro settimane è molto importante.


Questa metodologia viene applicata anche altrove o solo da voi?

La praticano anche altrove, ma non necessariamente testando farmaci approvati all’uso clinico per altra indicazione. In gergo si chiama drug repositioning (il riposizionamento dei farmaci). Inoltre abbiamo inventato un modo unico di coltivare questi organoidi che li mantiene nella loro natura in maniera molto più stabile, molto più duratura. Tutto ciò però è esportabile si potrebbe tranquillamente fare in quel di Milano, all'Istituto dei Tumori, o altrove, dove ancora non si usa.

Noi al Cancer Center lo offriamo a tutti i pazienti, quando possibile. Lo stiamo cominciando a usare come piattaforma non solo di ricerca, ma anche di cura e ormai siamo al punto da poter sviluppare nuovi farmaci e dei veri e propri vaccini usando gli organoidi.

Infatti l’altro elemento rivoluzionario di questi ultimi anni è la terapia immunologica del tumore. Finalmente, da quattro-cinque anni, abbiamo imparato ad attivare il sistema immunitario contro il cancro. Non si riusciva a capire per quale motivo il cancro non venisse riconosciuto dal sistema immunitario, perché come si sa il cancro è diverso, perché è il risultato di mutazioni che prima non si vedevano. Ci siamo resi conto che il cancro è molto abile a mimetizzarsi, come le shield technology degli aerei, si nasconde ai radar del sistema immunitario. Perciò una delle linee di ricerca è andata nel cercare di farlo passare dallo schermo del radar ed essere “visto”, bloccando il sistema di shield del cancro.

Noi abbiamo però adottato un altro approccio che per il cancro si sta rivelando devastante: abbiamo cioè pensato alla possibilità di creare un sistema immunitario ibrido. Il punto di partenza è che nel sistema immunitario vi sono delle cellule che presentano l’antigene al linfocita che va poi ad ammazzare il cancro. Il linfocita è quello che andrebbe poi ad ammazzare il batterio, e noi abbiamo nel nostro corpo delle cellule per attaccare e distruggere tutto ciò che è diverso, un virus, un batterio, una cellula attaccata dal cancro. Se non lo fanno è perché non vedono l’antigene e non riescono a vedere la diversità. Allora l’idea che è venuta ad uno dei nostri ricercatori, e che stiamo mettendo in campo insieme agli organoidi, è che se si fonde la cellula del tumore con la cellula che presenta l’antigene la diversità si manifesta. Una volta congiunte, queste cellule hanno tutti gli antigeni dentro di sé, e quindi fanno vedere gli antigeni del cancro ai nostri linfociti.

Per riassumere in modo molto concreto, il percorso di cura è che quando si presenta il signor X gli facciamo la biopsia, quindi mettiamo gli organoidi in coltura mentre si fa la chemioterapia, la radioterapia o la chirurgia, intanto sviluppiamo gli organoidi e facciamo il vaccino. Cioè prendiamo le cellule tumorali del signor X dal tumore e le fondiamo alle cellule del sistema immunitario. Dopo che ha fatto la chemioterapia o la chirurgia, che riducono per definizione la massa tumorale, abbiamo due opzioni: o abbiamo un gran numero di informazioni che vengono dall’organoide o possiamo riniettargli queste cellule immunitarie smart che sono in grado di presentare l’antigene. È proprio facendo così che, tornando alle leucemie, abbiamo fatto un primo trial clinico sulle leucemie mieloidi dell'altro tipo e l’abbiamo curata. Ma ne restano altri tipi che non abbiamo ancora compreso.


La cura è applicabile a tutti i pazienti?

Abbiamo all’inizio arruolato pazienti che hanno più di 60 anni, perché è l’età che pone dei limiti per fare il trapianto di midollo osseo e a volte l'unica opzione è la chemioterapia, se tollerata. Allora abbiamo deciso di testare ciò che chiamiamo “vaccino” in pazienti con leucemia mieloide del tipo incurabile. Per farla breve, il 70-80% di questi pazienti sono a tutt'oggi in remissione completa e, dato che questo trial clinico è cominciato cinque anni fa, ciò significa che in assenza di recidiva il paziente è forse guarito. Sulla base di questo successo, stiamo facendo un trial molto più ampio, utilizzando lo stesso approccio in leucemia e in un altro tipo di tumore, il melanoma multiplo, e poi proveremo in altri tumori solidi. Abbiamo iniziato dal tumore liquido perché è più facile prelevare le cellule leucemiche. Il sangue è sempre stato il primo l’incubatore, perché è il tumore più fatale e allo stesso tempo più facile da maneggiare. Adesso stiamo provando lo stesso approccio con il tumore alla prostata, al pancreas, il neoblastoma, il melanoma, con lo stesso concetto ma usando gli organoidi: prendi le cellule dagli organoidi, le fondi in quest’altra cellula e le reimpianti. E questo potrebbe diventare un farmaco vero e proprio: una terapia del tumore a base di cellule o “cell therapy” come si dice qui.


Siete pronti per avviare queste cure anche in Italia?

Certamente. Possiamo creare un ponte con l’Italia. Questo vaccino lo possiamo fare a Milano in un ospedale interessato a farlo, o altrove. Siamo in grado di spiegare i vari step della produzione del vaccino. Chiaramente poi quando verrà approvato dall’FDA, o dall’associazione farmaci in Italia, il vaccino potrebbe anche essere commercializzato come si fa per lo sviluppo di nuovi farmaci.


C’è un interesse delle aziende farmaceutiche a questi sviluppi?

Ovviamente sì. Ma in modo diverso dai farmaci convenzionali. Si tratta di avviare una produzione sulla base di un brevetto. È come per fare le macchine. Io ho il progetto della macchina ibrida, me la costruisci?


È un problema di rischio economico e costi eccessivi?

Certo questi approcci sono personalizzati per cui potenzialmente costosi. Ogni paziente deve avere il suo vaccino personalizzato. Ma c’è un paradigma business che si chiama Juno e che ha funzionato. Juno è una company che è stata lanciata a Philadelphia su un altro tipo di successo in oncologia, un'altra “cell therapy”, che consistite nel prendere i linfociti direttamente e usarli come soldati per sparare su un certo antigene, mentre noi ci siamo rivolti a colui che presenta l’antigene, cioè colui che incita i soldati. La linea di produzione di Juno adesso è stata comprata da Celgene, una big pharma, per 9 miliardi di dollari. Un business enorme. Ma alla fine, se questi approcci cureranno il cancro e verranno usati di routine, anche i costi scenderanno.


Abbiamo parlato di tre dei quattro pilastri. Qual è il quarto?

L’ultimo punto rivoluzionario è il fatto che ci siamo resi conto negli ultimi cinque anni di un fatto sconvolgente, ossia che il nostro libro della vita, il nostro genoma, è molto più complesso di quanto pensassimo. È come se, per analogia, avessimo letto ossessivamente un solo volume di tutta l’enciclopedia Treccani. Abbiamo studiato i geni nel genoma perché è quello che codifica le proteine. Perciò il dogma era un gene, un DNA e una proteina. Quando abbiamo sequenziato il genoma umano ci siamo accorti che c’erano “solo” 20.000 geni. Perché dico “solo”? Perché il pomodoro ha 40.000 geni che codificano per il pomodoro. Allora la domanda è diventata: come è possibile che noi siamo così complessi e così sofisticati, eppure abbiamo la metà dei geni del pomodoro? Ciò che è emerso è che questi 20.000 geni sono solo la punta dell’iceberg perché il genoma umano, l’altro 98% che non avevamo studiato, codifica per RNA, cioè fa RNA ma non fa proteina. Ma questi RNA sono altrettanto importanti e funzionali e questo DNA, che chiamiamo oscuro, non lo abbiamo studiato per niente. Perciò adesso nel nostro Cancer Center stiamo studiando nel cancro tutta l’enciclopedia Treccani, e non solo nel cancro, nell’Alzheimer, nel diabete e altro.


Scienza, filosofia, musica e sport. Si considera un buon esempio di equilibrio realizzato tra vita personale e lavoro?

Certamente ci provo. Lo sport è sempre stato un impegno profondo: ho fatto vela seriamente allenandomi due o tre volte a settimana, e sono riuscito ad arrivare a essere equipaggio di riserva federale alle Olimpiadi di Barcellona. Ho studiato musica – pianoforte, chitarra e composizione – che costituisce un altro aspetto fondamentale della mia vita. Tutto si compone in una sintesi con la professione, un lavoro che mi appassiona in maniera totale perché è stimolante a livello intellettuale, ma per me è anche una missione perché dopo aver perso i genitori lo sento come un imperativo categorico. Perciò penso che continuerò a lavorare finché riesco e finché non abbiamo compiuto la missione. Non so se riuscirò a vedere completata, ma sono sicuro che vedremo passi da gigante perché li stiamo avendo già ora.

D’altra parte, l’oncologia negli ultimi anni è cambiata perché la diagnosi di cancro è molto meno devastante. Di tumore si muore ancora, ma meno di quando ho cominciato. Allora la diagnosi di cancro era così sconvolgente che la gente la nascondeva, mentre oggi, tranne che per i tumori più aggressivi, ce la si può giocare e con questi approcci della terapia immunologica, con queste nuove tecnologie vediamo veramente risposte enormi in termini di tumori che non avremmo mai pensato di poter contrastare.

Ho la fortuna di avere una moglie scienziata che lavora con me. Siamo colleghi e partner, perciò quando io sono in missione lei ancora segue da vicino le nostre due figlie già abbastanza grandi. Una studia da medico alla Medical School, l’altra invece è ancora al College. Facciamo un lavoro estremo e bellissimo, ed è difficile conciliare la vita personale e il lavoro, ma ci proviamo sempre anche alla luce del nostro passato in cui altre cose importanti ci arricchivano e stimolavano.


Un ponte tra Harvard e l’Italia

La prima volta della Harvard Medical School in Italia è stata in giugno a Cernobbio, dove grazie alla sponsorizzazione del Dr. Maurizio Tamagnini, amministratore delegato del Fondo Strategico Italiano, si è tenuta la prima riunione del Comitato Strategico del Cancer Center fuori dagli Stati Uniti. L’obiettivo dichiarato da Tamagnini è di arrivare a mettere una bandierina italiana sul Cancer Center, costruendo un ponte che metta l’Italia al centro delle relazioni fra l’istituto di Pandolfi e l’Europa, a beneficio degli ammalati di tumore grazie alle medicine di frontiera. In seconda istanza, c’è anche la speranza di arrivare a sviluppare alcune delle molecole necessarie per i nuovi farmaci, realizzando nuove iniziative con il supporto di Pandolfi e della stessa FSI.

 

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