LETTURE INTELLIGENTI

Come inventarsi il lavoro nell'era della trasformazione digitale

Raoul C. D. Nacamulli

03 Settembre 2018

Il lavoro può essere inventato da ciascuno di noi oppure deve essere trovato? Il mercato del lavoro oggi, nell’era della trasformazione digitale, è più che mai una costruzione sociale per cui appare legittimo, così come sostiene Jacopo Perfetti nel suo libro Inventati il lavoro, supporre che ciascuno possa oggi inventarsi il proprio lavoro per diventare un “self made man”. Ovvero che chicchessia possa risultare in grado di acquisire un proprio posto al sole nel mondo del lavoro, adeguato alla propria creatività e alle proprie competenze personali. Tutto questo non in virtù del caso o di rapporti di familismo amorale ma grazie alla potenzialità e allo sviluppo delle proprie doti personali d’imprenditore.

Ma è proprio vero che questa tesi radicale, che assegna i maggiori onori e oneri ai lavoratori, possa essere sempre e comunque un passe-partout valido da solo per aprire qualsiasi porta? Non è invece più plausibile che la verità stia nel mezzo e che le occasioni concrete di lavoro, anche oggi nell’era della quarta rivoluzione industriale, possano scaturire solo da un matching appropriato fra domanda e offerta di lavoro e da un gioco di squadra fra una pluralità di attori del mondo del lavoro? Non si dà il caso che, nella partita giocata dai “lavoratori–imprenditori”, debbano avere un ruolo importante anche le istituzioni dello Stato e private che producono servizi come la formazione, le informazioni, il monitoraggio e altro ancora?

Ma andiamo con ordine. Per Perfetti, un poliedrico “startuppista seriale”, esperto di street art e docente di management alla SDA-Bocconi, non solo è possibile sopravvivere alla fine del posto fisso ma anche, all’insegna del pensare positivo, svegliarsi ogni mattina con un sorriso. Un fatto è certo: nell’era della grande trasformazione digitale dominata dall’intelligenza artificiale e dai big data, anche gli italiani hanno finito per non credere più a quello che nel Bel Paese pareva essere diventato un mito fondativo e incrollabile: il posto fisso, per l’appunto. Questo stato di cose risulta certificato, tra l’altro, da una ricerca di quest’anno che conferma che il 74% della popolazione si è ormai convinta che il posto fisso costituisca oggi solo un miraggio mentre si assiste a una forte crescita delle occasioni di lavoro a tempo determinato (Randstad Workmonitor ed Economic Outlook, 2018).

Certo, elaborare il lutto per la scomparsa di un mondo che non c’è più non è facile per tutti. Infatti malgrado sia chiaro alla maggioranza delle persone che il mercato del lavoro non possa più oggi funzionare come avveniva un tempo, permane forte la tentazione di reagire a questo stato di cose più di pancia che con il ragionamento. Non è quindi un caso che una sindrome oltremodo frequente sia quella del lavoratore scoraggiato che cessa di lavorare e di studiare per rinchiudersi nel proprio guscio dominato dal pessimismo e dall’autoreferenzialità e che siano divenuti sempre di maggiore attualità i tratti della “società del rancore” richiamata dall’ultimo rapporto del Censis (Rapporto sulla situazione del Paese, 2017) .

Ecco secondo l’autore del libro Inventati il lavoro, questi modi di vedere le cose sono tutti accomunati da un difetto di fondo: il non rendersi conto che oggi i tempi sono mutati radicalmente per cui “il lavoro non si trova, il lavoro non si perde, il lavoro s’inventa”. Infatti, oggi e in prospettiva, non si assiste solo all’invasione dei robot e delle macchine intelligenti, ma anche all’emergere del fabbisogno complementare di nuovi ruoli di professionisti della conoscenza e di competenze propositive che siano capaci di dare un senso strategico alle potenzialità dirompenti della tecnologia. Insomma, quello a cui stiamo assistendo è il passaggio dal capitalismo burocratico al capitalismo imprenditoriale. Lo spirito del tempo mette al centro l’affermazione di una società a imprenditorialità diffusa basata sulla creatività delle persone, i processi collaborativi, i modelli di mobilità organizzativa e di carriera e pone in discussione le forme tradizionali di contratto sociale.

È in questo contesto che nasce un libro che prima di essere un manuale è l’autobiografia ragionata di un millenial classe 1981, entusiasta e capace di non mollare di fronte alle avversità, e anche un pamphlet all’insegna della massima di Thomas Jefferson: “Ogni generazione deve fare la propria rivoluzione”. Questa volta essere rivoluzionari significa non stare ad aspettare passivamente che la venga buona ma seguire la massima “aiutati che Dio t’aiuta”. Tuttavia è ovvio che solamente il darsi da fare non basta. Bisogna anche, sottolinea il libro fin dal primo capitolo, imparare a coltivare il proprio approccio imprenditoriale. Anche se essere imprenditori con la “i maiuscola” non è da tutti, la maggioranza di noi può sviluppare un approccio imprenditivo e strategico al mercato del lavoro.

Questo però a patto che si creda in almeno due concetti tutt’altro che scontati: l’idea che la capacità di riconoscere e di valorizzare le proprie competenze costituisca una risorsa strategica chiave e quella che la realtà non sia semplicemente un dato di fatto ma che siano le persone a costruire il mondo. Ecco, tutto il libro poggia su questi due pilastri per arrivare al messaggio conclusivo in cui si sostiene, attraverso un gioco di parole, che oggi il lavoro non si perde (you are not fired) ma si può inventare. Questo per divenire più liberi (Free), più indipendenti (Indipendent), più ricchi (Richer), coinvolti (Engaged) e dinamici (Dynamic): ancora “F.I. R. E. D.”, per l’appunto, ma con un significato ben diverso.

Nel complesso il libro di Jacopo Perfetti fornisce una metodologia semplice e accattivante, ma non banale, all’imprenditorialità di se stessi nel mercato del lavoro. Si tratta non solo di una lettura utile ma anche di una provocazione interessante. Certo l’imprenditorialità individuale non sempre basta a superare gli ostacoli dell’esistenza e anche a trovare lavoro. Per così dire, l’imprenditorialità non guasta ma soprattutto oggi ci vogliono anche le politiche attive delle istituzioni così come autorevolmente ribadisce l’OCSE nello Skills Strategy Diagnostic Report Italy della fine dello scorso anno.


Raoul C. D. Nacamulli è professore ordinario di Organizzazione Aziendale nell’Università di Milano-Bicocca e direttore scientifico del Bicocca Training and Development Centre.

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