SISTEMA ITALIA

La tentazione giustizialista

Renato Mannheimer

04 Ottobre 2019

La situazione della giustizia in Italia continua a ricoprire grande spazio sui media e, anche, nel dibattito pubblico. Se ne parla sui giornali, in televisione, sui social media, ma anche in molte conversazioni private. I giudizi sono spesso contrastanti: c’è chi esprime scarsa (o talvolta nulla) fiducia nei magistrati e nel loro ruolo e c’è chi, al contrario, reputa centrale (e cruciale) il ruolo dei giudici per raddrizzare in qualche modo le sorti malandate del Paese.

Ancora, c’è discussione sulla effettiva capacità della Giustizia di valutare correttamente (e in tempi umanamente accettabili) i diversi casi e le diverse situazioni che si trova di fronte: alcuni sottolineano al riguardo i casi, relativamente frequenti, di “mala giustizia” in cui persone poi risultate innocenti si sono trovate ad affrontare, con gravi sofferenze, valanghe di accuse sui media (e magari periodi di detenzione) rivelatesi poi ingiustificate. Altri obbiettano che si tratta di episodi deprecabili, ma, malgrado la larga eco mediatica, sono numericamente circoscritti e che, invece, la Giustizia nella maggior parte dei casi funziona bene e decide con equità.

Al riguardo circola spesso un detto, che in modo un po’ grossolano, riassume sinteticamente i dilemmi dei giudici e offre un principio da molti condiviso: “meglio un colpevole fuori dalla galera che un innocente dentro”. Vale a dire, nel dubbio è meglio assolvere piuttosto che condannare. Tra i magistrati vi sono al riguardo giudizi difformi: vi è chi è sostanzialmente d’accordo e chi, al contrario, ritiene che (sono le parole di un giudice famoso) “tutti gli imputati sono di solito colpevoli e da condannare, basta trovare le prove”.

Ma che ne pensano gli italiani? In un recente sondaggio (realizzato dall’istituto EumetraMR su di un campione rappresentativo dei cittadini al di sopra dei 17 anni di età, per conto della trasmissione “Quarta Repubblica” condotta da Nicola Porro) il detto in questione è stato sottoposto agli intervistati, chiedendo se fossero o meno d’accordo.

Con mia grande sorpresa (ritenevo infatti ovvio, ma sbagliando come spesso mi accade, che la netta maggioranza avrebbe condiviso il contenuto del detto), il campione degli intervistati si è spaccato a metà: il 46%, quindi la (lieve) maggioranza relativa, dichiara di essere d’accordo, ma una parte assai consistente e sostanzialmente simile per dimensioni (il 43%), è del parere esattamente opposto e ritiene quindi che sia meglio rischiare di condannare un innocente, piuttosto che trovarsi un possibile colpevole fuori dalla prigione.

Quest’ultimo parere (che potremmo, molto sommariamente, definire “giustizialista”) non dipende tanto dall’orientamento politico (è presente tra gli elettori di tutti i partiti, con solo un’accentuazione tra chi dichiara di essere indeciso sul voto o di volersi astenere), quanto dalle caratteristiche sociali: l’opinione “giustizialista” è infatti assai più diffusa tra le persone con bassi titoli di studio e tra le classi di età più anziane, specie tra i residenti al Sud.

Si tratta, in altre parole, dei settori relativamente più “deboli” della società. Che, anche a causa della loro condizione di maggior fragilità, sentono la necessità di una più diffusa protezione. Oltre, naturalmente, a essere connotati da un più intenso “rancore” sociale.

Alcuni colleghi, osservando questi risultati, hanno concluso che “L’Italia è un paese con una metà almeno di “manettari”. Forse è così. Più probabilmente, però, viviamo in un

contesto dove una parte consistente della popolazione si sente insicura. E insegue, di conseguenza, le soluzioni (e le forze politiche) che sembrano apparentemente offrire una maggior protezione.

 

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