LETTURE INTELLIGENTI

Il ruolo del sindacato nell’era della trasformazione digitale

Raoul C. D. Nacamulli

04 Ottobre 2019

Lo sviluppo e la diffusione della robotica, del cloud e dell’intelligenza artificiale generano opportunità di risparmio e fabbisogni di nuove competenze, ma anche rischi di esclusione sociale. In questo contesto ci si deve domandare quale possa e debba essere il contributo e il ruolo dei sindacati riguardo alla gestione dei processi di trasformazione digitale in corso.

Nel mondo della “digital transformation” si parla molto della leadership aziendale e poco di sindacati e probabilmente non si tratta di un caso. Le ragioni possono essere molte. Anzitutto la constatazione che i leader della digital transformation sono gli eroi del nostro tempo mentre le organizzazioni sindacali appaiono globalmente in declino, sia in termini di tasso di adesione sia di attrazione e di prestigio sociale. Poi l’ampiamente diffusa impressione che sia la tecnologia a definire le regole del gioco (la grammatica del cambiamento) mentre le aziende e le istituzioni non possano che fare, volenti o nolenti, da spettatori. Secondo Marco Bentivogli, che di mestiere fa il sindacalista, entrambe queste idee non sono solo discutibili ma anche non adeguate a una

gestione consapevole e positiva delle ristrutturazioni in atto. Non è perciò un caso che il libro Contrordine compagni sostenga la tesi che nell’era della trasformazione digitale i sindacati continuano ad avere una missione importante. Questo avviene almeno su due fronti: la gestione della propria base che risulta spesso confusa e divisa a fronte della rivoluzione digitale; e l’esigenza di fornire un contributo illuminato e propositivo alla risoluzione dei conflitti di lavoro e alla costruzione di politiche industriali all’altezza delle situazioni.

Sul primo versante il sindacato deve tutelare i lavoratori e il benessere sociale sia combattendo la tecnofobia sia co-gestendo una nuova forma di conflitto sociale più ambiguo e sottile e interno alla “classe dei lavoratori”. Il conflitto fra coloro che sono tecnoentusiasti ed emergenti, poiché dispongono delle competenze e dell’entusiasmo per affrontare il cambiamento; e coloro che invece sono tecnofobici e in declino perché non possiedono le competenze necessarie e sono di conseguenza frustrati. Per cui, per parafrasare un’espressione del Censis, fanno parte della “società del rancore”.

Per quanto riguarda la gestione, in senso stretto, dei rapporti fra capitale e lavoro, si tratta poi di promuovere una visione del conflitto istituzionale fra parti sociali che privilegi una vista sistemica capace di mettere assieme l’innovazione dei business model delle imprese, le risorse delle istituzioni a vari livelli, le tecnologie e le competenze delle persone. Il punto di partenza è che anche nell’era della rivoluzione digitale il futuro non è determinato una volta per tutte dalla tecnologia ed esistono, invece, molti futuri possibili frutto delle aspettative e delle esperienze intersoggettive dalle parti sociali. Insomma anche nella nostra epoca vale la visione del sindacalismo riformatore: l’attivazione di dialoghi e lo sviluppo di negoziati con le aziende e le istituzioni che consentano di attivare circoli virtuosi fra performance economica, sviluppo tecnologico e benessere sociale.

Ma andiamo con ordine. Anzitutto la constatazione che la quarta rivoluzione industriale sottende un processo importante di “distruzione creatrice” dirompente per ampiezza e velocità. Questo sia sul versante delle tecnologie e dei modelli strategici e delle forme di organizzazione, sia anche e soprattutto su quello del “mismatch” fra qualità e composizione della domanda e dell’offerta di lavoro. È un dato di fatto che la digital transformation fa sì che ci siano professioni in declino e a rischio di scomparsa e altre emergenti, e ci sia poi una fascia molto ampia di lavoratori che per potere restare in gioco debbono affrontare una ristrutturazione consistente delle loro competenze che chiama in causa i processi di sviluppo organizzativo e di formazione.

Non si tratta di processi facili perché riguardano tanto le skill tecniche dei lavoratori, il loro saper fare, quanto quelle culturali, il loro saper essere. Insomma tutti (o quasi tutti) sono d’accordo che nel lungo periodo la rivoluzione digitale porterà a un innalzamento generalizzato delle condizioni economiche sociali. Questo mentre nel breve e nel medio termine le imprese e le istituzioni si

trovano di fronte a sfide epocali di riconversione della forza lavoro e di ristrutturazione organizzativa che implicano sia processi di crescita sia anche la possibilità di fenomeni di downgrading professionale e di esclusione dal mercato del lavoro. Insomma, in un contesto di forte accelerazione dell’innovazione tecnologica, il rischio che si producano ampi processi di emarginazione sociale risulta elevato.

È in questo quadro che i sindacati debbono riuscire ad andare oltre il ruolo tradizionale di “zavorra necessaria”, ossia di attore orientato a rallentare l’esclusione e ridurre l’emarginazione dei lavoratori privi delle competenze che servono per affrontare la grande trasformazione indotta dal progresso tecnologico. Per fare questo il sindacato deve riuscire a combattere l’orientamento tecnofobico dei lavoratori promuovendo la diffusione di concetti e di strumenti interpretativi capaci di dare un senso al cambiamento.

In questa prospettiva il libro di Bentivogli può costituire un ottimo punto di partenza. Certo la riflessione, la comunicazione e la formazione sono leve necessarie ma non sufficienti per dare un senso compiuto alla grande trasformazione in atto. Per potere trarre vantaggio dal progresso tecnico della nostra era bisogna che le imprese, le istituzioni e i sindacati riescano a tracciare e a co-costruire, nei differenti contesti e nelle diverse situazioni, delle interpretazioni condivise dalle parti sociali capaci di originare delle politiche volte a realizzare dei circoli virtuosi fra investimenti tecnici, sviluppo di nuove competenze e inclusione sociale. Insomma il libro costituisce, nel complesso, uno stimolante contributo di stampo riformista utile per un ripensamento del ruolo del sindacato nell’era digitale. Un’epoca in cui la comunicazione è oltremodo ampia e pervasiva e la classe operaia non c’è più, ma il sindacato continua a essere importante giacché la crescita delle competenze dei lavoratori rimane il motore dello sviluppo economico, tecnico e sociale.

 

IL LIBRO: Marco Bentivogli, Contrordine Compagni: manuale di resistenza alla tecnologia per la riscossa del lavoro e dell’Italia, Rizzoli, 2019, pag. 304, prezzo euro 19,00.

 

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