EDITORIALE

Gli obiettivi di un’azienda

03 Ottobre 2019

Gli obiettivi di un’azienda

A metà agosto la Business Roundtable ha reso noto un manifesto dal titolo The Purpose of a Corporation, “lo scopo di un’azienda”, firmato da 181 CEO delle più importanti aziende del mondo impegnati a creare valore e benefici per i loro stakeholder. Dato il periodo, non tutti in Italia se ne sono accorti e i media hanno riportato i contenuti del manifesto quasi sempre senza sottolinearne la rilevanza. Si tratta invece di una presa di posizione “rivoluzionaria”, frutto di una lenta evoluzione maturata negli ultimi anni in ambiti diversi.

Perché una rivoluzione? Perché dal 1997 a oggi la Business Roundtable aveva sempre messo al primo posto degli obiettivi di un’impresa e del suo leader la massimizzazione del valore per gli azionisti, con scarsa attenzione agli interessi esterni all’azienda. Un mantra ampiamente condiviso, anche perché fortemente sostenuto da teorici importanti come Milton Friedman e come i creatori della teoria dell’agenzia, Jensen e Meckling, e altri ancora, secondo i quali scopo (purpose) dell’azienda e dei suoi manager è produrre profitti per gli azionisti con le maggiori ricadute possibili per i loro leader, in quanto “agenti” dell’imprenditore o proprietario o azionista.

Questa visione aveva però iniziato a sgretolarsi negli anni passati, con l’emergere dell’idea della Corporate Social Responsibility, abbracciata da un numero crescente di aziende, e con la successiva proposta di Michael Porter di introdurre l’obiettivo della creazione di “valore condiviso” che, per inciso, è stata avanzata attraverso questa rivista e continuamente sostenuta. Sempre negli anni scorsi, hanno generato interesse e crescente condivisione le lettere annuali ai risparmiatori di Larry Fink, CEO di BlackRock, che ha sostenuto senza ambiguità l’esigenza per le società di ogni tipo di proporsi obiettivi di creazione di valore nel lungo termine non solo per gli azionisti ma per tutti gli stakeholder: dipendenti, clienti, comunità, territorio, ambiente.

La Business Roundtable ha dunque capovolto un principio per molti anni intoccabile e afferma oggi che “il lavoro di un CEO è di generare profitti e restituire valore agli azionisti, ma le aziende meglio gestite fanno di più: mettono al primo posto i clienti e investono nei loro dipendenti e nelle comunità. È, in definitiva, la via più promettente per creare valore nel lungo termine”.

L’insistenza sul lungo termine non è certamente casuale, data la forte propensione dei manager, soprattutto americani, di privilegiare il breve termine (shortermism), con l’obiettivo di soddisfare le attese degli investitori e degli analisti e, in definitiva, per tenere quanto più alti possibile i valori azionari da cui dipendono ovviamente anche i vantaggi dei detentori di stock option. A questo obiettivo è poi connessa anche la pratica, molto criticata non in sé ma per i suoi eccessi, di utilizzo spregiudicato degli utili aziendali per riacquisto di azioni proprie (buyback), quando a scapito di investimenti per la crescita delle persone e per la redditività a lungo temine dell’azienda.

È chiaro quindi che il cambiamento di orientamento è di grande rilevanza, quasi una rivoluzione appunto, se non fosse che tra il dire e il fare c’è di mezzo un vasto oceano dove galleggiano società decisamente orientate alla “economia degli stakeholder” e altre che in buona sostanza se ne impipano, e continueranno a farlo. Naturalmente, vi sono visioni contrastanti, anche in un’area geografica quale l’Europa, Italia compresa, dove lo shortermism viene certamente meno praticato e dove l’attenzione agli stakeholder è ben più presente che negli Stati Uniti. Non sono pochi i leader che sostengono che il compito del CEO non possa essere eccessivamente esteso al di fuori dell’azienda, pena crescenti difficoltà nel realizzare gli obiettivi societari che, fino a prova contraria, sono in primo luogo di non farsi annichilire da una feroce concorrenza e di realizzare gli utili richiesti, premessa per competere al meglio, investire in mezzi e persone, creando occupazione e benessere per tutti.

Opinioni rispettabili che vanno messe a confronto con studi e ricerche che però dimostrano che le aziende più orientate agli stakeholder sono anche quelle mediamente più profittevoli e che il senso del purpose sia in questo senso estremamente importante e benefico, come si legge anche in questo numero nell’articolo di Malnight, Buche e Dhanaraj. In definitiva, la dichiarazione della Business Roundtable resta una tappa importante di un percorso che, specie dopo la crisi del 2008, sembra bene avviato, anche se richiederà ulteriore tempo di riflessione perché i principi che sostiene si diffondano efficacemente tra i leader d’impresa e le loro organizzazioni.

 


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