FORMATORI&FORMAZIONE

Il digitale è pharmakon: una nuova sfida educativa

Andrea Granelli

04 Ottobre 2018

Il digitale “è un potente sovrano, poiché con un corpo piccolissimo e del tutto invisibile conduce a compimento opere profondamente divine. Infatti ha la virtù di troncare la paura, di rimuovere il dolore, d'infondere gioia, d'intensificare la compassione …”. Sembrerebbe il discorso di un guru del digitale intento a raccontare le meraviglie di questa tecnologia. Questo famoso brano di Gorgia da Lentini aveva però come soggetto la parola, considerata un pharmakon, parola greca ricca e ambigua, che indica sia una potente droga capace di ammaliare e distruggere sia il vaccino necessario per curarne gli effetti distruttivi.

Questa straordinaria doppia dimensione del digitale richiede un’educazione sofisticata e profonda e non un semplice addestramento ai suoi strumenti (o un’infarinatura dei suoi termini… per “fare bella figura”). La sfida è innanzitutto decisionale e antropologica; bisogna creare una nuova classe di decisori in grado di prendere le decisioni giuste… ma anche a misura d’uomo, in modo che l’essere umano ne esca davvero potenziato.

La cosiddetta Digital Transformation, infatti, dipende quasi interamente dal rafforzamento (e centratura) dei “fattori umani” a valle della Digital Automation, intesa come l’inserimento in azienda di computer, tecnologia, piattaforme, applicazioni. E quindi i fattori umani vanno davvero potenziati grazie al digitale.

Viene in mente la visione di Adriano Olivetti, la sua scelta di integrare – in un’azienda tecnologica, innovativa e di grande successo – intellettuali e umanisti in modo che lavorassero a braccetto con i migliori ingegneri.

Non è quindi sufficiente una banale e superficiale alfabetizzazione; bisogna costruire comprensione, sensibilità e senso critico nei confronti del fenomeno nel suo complesso. Non basta conoscere i trend tecnologici e le principali applicazioni digitali di moda, i benefici (soprattutto come li raccontano i fornitori) della specifica applicazione digitale o essere addestrati al suo utilizzo. I danni del populismo digitale sono oramai sotto gli occhi di tutti e non richiedono commenti. Un'autentica educazione digitale invece deve fornire ai manager:

• i criteri “obiettivi” di scelta di un’applicazione;

• la conoscenza delle precondizioni di utilizzo e dei potenziali effetti collaterali;

• i modi per identificare i lati oscuri e gli aspetti più problematici del digitale;

• le implicazioni organizzative, psicologiche e linguistiche a valle della Digital Transformation.

Ma né i media né gli opinion leader sono entrati davvero nel merito di quale tipo di competenze digitali fossero necessarie, accontentandosi di una generica alfabetizzazione digitale… e lasciando in mano ai fornitori di soluzioni digitali il compito formativo.

Per contrastare questa deriva tecnologico-addestrativa, vanno sviluppate tre competenze chiave:

• Pensiero critico: il “sano scetticismo” assume un ruolo particolarmente rilevante, in quanto ci consente di costruire su fondamenta solide. Studiare le dimensioni problematiche del digitale e stare in allerta per prevenirne le minacce… e quindi dubitare sulle cose – soprattutto quelle luccicanti e che promettono meraviglie;

• Business thinking: il digitale è uno strumento, non un fine. Molte decisioni tecnologiche sono innanzitutto decisioni strategiche che vanno inquadrate in rigorosi processi di business analysis. La scelta tecnologica viene dopo… molto dopo;

• Back-ground algoritmico: ha affermato Steve Jobs che è importante imparare a programmare (più che giocare con le stampanti 3D) perché il software non è solo uno strumento di programmazione ma soprattutto un “modo di pensare”. Iterazione, ricorsività, array, if statement sono innanzitutto categorie logiche… che poi hanno preso forma nei linguaggi di programmazione.

Bisogna dunque puntare alla eLeadership: rileggere la leadership con la lente del digitale e far convivere – ibridandole – le competenze hard con le soft skill.

 

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