SOSTENIBILITÀ

Contabilità per il cambiamento climatico

Il primo approccio rigoroso al reporting ESG.

Robert S. Kaplan, Karthik Ramann

Novembre 2021

Contabilità per il cambiamento climatico

Il rapporto pubblicato nell’agosto 2021 dal panel intergovernativo dell’ONU sul cambiamento climatico spiega che l’inquinamento causato dagli esseri umani ha fatto aumentare il numero e l’intensità di eventi estremi come ondate di calore, precipitazioni abnormi, siccità e uragani tropicali. Le emissioni di gas serra (GHG) generate dalle attività economiche sono la causa principale del cambiamento climatico, perché il biossido di carbonio presente nell’atmosfera è già superiore del 50% ai livelli pre-industrializzazione.

Come si poteva immaginare, le grandi imprese ricevono pressioni sempre più forti – da parte di investitori, ecologisti, politici e persino leader aziendali – per ridurre le emissioni di gas serra derivanti sia dalle operations sia dalle loro catene logistiche e distributive. I quasi 200 CEO che partecipano alla Business Roundtable, dove sono rappresentate alcune tra le più grandi e più note aziende americane, hanno reagito firmando un impegno collettivo a rispettare “la finalità dell’impresa”, che include una miglior performance ambientale. Questo impegno è apparentemente supportato dall’azione: ormai circa il 90% delle aziende che figurano nella classifica S&P 500 pubblicano qualche forma di rapporto ambientale, sociale e sulla governance (ESG), che comprende quasi sempre anche una stima delle emissioni di gas serra.

Ma l’ESG nella sua forma attuale è più uno slogan che una soluzione. Ognuno dei tre ambiti presenta diverse opportunità e diversi problemi di misurazione, un fatto non adeguatamente affrontato dagli standard di trasparenza in essere. Di conseguenza, pochi rapporti ESG prendono adeguatamente posizione sui trade-off morali insiti nei tre ambiti. E le aziende presentano selettivamente indicatori che le mettono in una luce favorevole, per cui c’è la diffusa percezione che il reporting ESG sia finalizzato soprattutto al greenwashing. Com’era prevedibile, gli auditor di questi rapporti ricorrono spesso alle doppie negazioni – «Non abbiamo riscontrato prove di affermazioni inesatte o fuorvianti nel report ESG dell’azienda» – e il loro impatto sulle azioni della corporate o sugli stakeholder esterni è stato finora alquanto limitato.

Noi proponiamo alle aziende di affrontare il reporting ESG in un modo più mirato e più verificabile. Dovrebbero sviluppare anzitutto parametri specifici e obiettivi per i problemi più importanti e più immediati in tema di ambiente, responsabilità sociale e governance, anziché produrre rapporti generici che sono spesso accozzaglie di dati aggregati, non verificabili e contraddittori. Le emissioni di gas serra sono il punto di partenza ideale per un approccio di questo tipo. Costituiscono il pericolo più immediato per il pianeta e sono tra le componenti ESG più facili da misurare e da interpretare affidabilmente.

Tra le aziende che forniscono già stime dei gas serra nel loro reporting, quasi tutte – compreso il 92% di quelle che componevano la classifica Fortune 500 nel 2016 – fanno riferimento al cosiddetto GHG Protocol. Introdotto nel 2001 e aggiornato più volte da allora, questo protocollo fissava un linguaggio comune per la misurazione dei GHG che avrebbe consentito alle imprese di avviare un percorso di reporting ambientale. È la metodologia che sta alla base di quasi tutti gli standard utilizzati per la disclosure degli ESG. Come cercheremo di dimostrare nell’articolo, il GHG Protocol è viziato da gravi errori concettuali. Le stesse emissioni vengono riportate più volte da aziende diverse, mentre alcune entità ignorano totalmente le emissioni generate dalle proprie catene logistiche e distributive. In effetti, la scarsa affidabilità dei report ESG deriva anche dai limiti intrinseci del protocollo.

La buona notizia è che i difetti del protocollo GHG si possono emendare. La soluzione che qui proponiamo integra i progressi realizzati recentemente nella misurazione delle emissioni dagli ingegneri ambientali, l’introduzione di tecnologie blockchain nella contabilità e nell’auditing, e due secoli di progressi intervenuti nelle pratiche di contabilità finanziaria e dei costi. Se implementata, la nostra soluzione consentirà ai report sulle emissioni di gas serra di avvicinarsi ai livelli di completezza e di affidabilità che si pretendono oggi dai rapporti finanziari delle imprese. E soprattutto, gran parte di ciò che si impara attraverso questo processo può aiutare le aziende a misurare meglio altri output dannosi per l’ambiente – insieme a tanti altri che fanno male alla società nel suo complesso.

 

Quali sono i limiti del Protocollo GHG

Il protocollo identifica tre tipi di emissioni di gas serra e fornisce indicazioni esplicite per misurarle e riportarle.

Tipo 1: emissioni prodotte direttamente da fonti possedute o controllate da un’azienda, come i suoi macchinari e i suoi mezzi di trasporto.

Tipo 2: emissioni prodotte da impianti che generano elettricità acquistata e consumata dall’azienda.

Tipo 3: emissioni derivanti da attività a monte e da attività a valle della supply chain, svolte da clienti e utilizzatori finali dell’azienda.

Le emissioni di tipo 1 sono le più facili da misurare e più rilevanti per le aziende che creano direttamente grosse quantità di gas serra: aziende energetiche che producono combustibili fossili; aziende minerarie metallurgiche e chimiche; e aziende agroalimentari che operano su vasta scala. Quasi tutte le altre imprese, incluse quelle dei servizi, creano solo quantità modeste di emissioni di tipo 1.

I tipi 2 e 3 coprono praticamente tutte le emissioni di gas serra legate indirettamente alle operations di un’azienda. Il GHG Protocol ha separato le emissioni di tipo 2 da quelle di tipo 3 perché si misurano facilmente e si possono allocare ad aziende specifiche. Diverse centinaia di aziende denunciano attualmente le proprie emissioni di tipo 2 e di tipo 3. Le emissioni di tipo 3 rappresentano il limite esiziale del reporting sui gas serra. Gli ideatori del protocollo le hanno incluse per indurre le imprese a esercitare una maggiore influenza sulle emissioni che non controllano direttamente. Per esempio, potrebbero acquistarle da e venderle ad aziende che hanno emissioni più basse di tipo 1, e collaborare con fornitori e clienti per ridurle su tutta la catena del valore. Ma la difficoltà di rilevare le emissioni di svariati fornitori e clienti su catene del valore multilivello rende praticamente impossibile per un’azienda stimare credibilmente i suoi numeri sulle emissioni di tipo 3.

Considerate i problemi che potrebbe trovarsi ad affrontare un produttore di portiere per automobili. Per il reporting sul tipo 3, il protocollo impone all’azienda di rilevare tutte le emissioni di gas serra generate dai processi operativi dei fornitori a monte, tra cui l’estrazione di coke metallurgico e ferro, il trasporto di quei minerali a una acciaieria, la produzione di laminato ricavato dal carbone, di limatura di ferro e di altri materiali, e il trasporto dell’acciaio in lamine alla sua fabbrica. L’azienda di portiere per automobili deve stimare anche l’impatto dei gas serra sulle attività a valle, inclusi il trasporto delle portiere al cliente (la fabbrica di automobili), l’assemblaggio della vettura, il trasporto della stessa in un autosalone e il suo utilizzo, anche per 15 anni, da parte del consumatore finale.

Stimare tutte queste emissioni a monte e a valle – specie per aziende che hanno catene del valore lunghe, complesse e multi-giurisdizionali – comporta elevati errori di misurazione, che lasciano spazio al pregiudizio e alla manipolazione. Il protocollo relativo al tipo 3 impone inoltre a ogni azienda che fa parte della catena del valore di stimare e riportare le emissioni GHG derivanti dalla stessa attività, il che, oltre a essere inefficiente, causa le duplicazioni citate in precedenza – un difetto macroscopico per qualunque sistema contabile.

Come ci si potrebbe aspettare, molte aziende che dichiarano la propria performance ESG ignorano totalmente le misurazioni di tipo 3. Ma ciò limita qualunque contributo significativo alla riduzione delle emissioni totali lungo le loro catene logistiche e distributive. E sposta la responsabilità a carico di quei fornitori che hanno processi di estrazione, produzione e distribuzione ad alto livello di emissioni, mentre assolve i loro clienti e i loro consumatori da qualunque responsabilità per l’utilizzo di componenti altamente inquinanti.

Possiamo risolvere questo problema andando a vedere come gli esperti di contabilità dei costi e di contabilità finanziaria stimano il valore aggiunto di un’azienda – un compito fondamentale per la misurazione della sua performance.

Quando il nostro produttore di portiere per auto calcola il proprio valore aggiunto, non stima tutti i prezzi pagati da tutte le organizzazioni in tutte le fasi della catena del valore. Semmai, ogni organizzazione registra solo ciò che paga per i beni e i servizi acquistati dai suoi fornitori immediati e ciò che incassa quando vende dei prodotti ai suoi clienti immediati.

Supponiamo, per semplicità, che tutti i trasferimenti di materiali che avvengono nella catena del valore del produttore siano valorizzati, fase per fase, unicamente al costo (eliminando il margine di profitto dalla vendita e dal trasferimento). In questo caso, i costi di acquisizione direttamente a carico del produttore includono il costo totale di estrazione dei materiali originari (sostenuto dall’azienda mineraria), più tutti i costi di manodopera, lavorazione e indiretti collegati alla processazione dei materiali da parte dei vari fornitori successivi, fin quando arrivano al produttore di portiere. Quest’ultimo aggiunge ai costi di acquisizione i suoi costi di manodopera, di lavorazione e indiretti per calcolare il costo totale di produzione della portiera che verrà venduta e trasferita allo stabilimento automobilistico. Il processo continua lungo la catena del valore fino all’acquisto dell’automobile da parte del consumatore finale.

La stessa idea si può applicare alle emissioni di gas serra.

 

Rilevare le emissioni su un’intera catena del valore

Per capire meglio questo processo, partite dal fornitore più remoto del produttore di portiere per automobili, un’azienda mineraria (mettiamo) di Perth, nell’Australia occidentale. Quell’azienda estrae il coke metallurgico e il minerale di ferro che finiscono nella portiera. Misura le proprie emissioni totali di tipo 1 in un periodo di reporting usando un mix di chimica e ingegneria, e poi combinando quei dati scientifici con la contabilità dei costi, e assegna le emissioni totali alle tonnellate di carbone, di minerale di ferro e di tutti gli altri minerali estratti nel periodo stesso. È un processo che ricorda da vicino quello con cui stima i costi unitari di produzione dei suoi output in un sistema standard di activity-based costing, o ABC (ne parliamo più diffusamente tra poco). Il calcolo genera una stima delle emissioni di gas serra per tonnellata di ogni tipo di materiale prodotto. Mentre la contabilità finanziaria registrerebbe il costo monetario della produzione di una tonnellata di materiale come scorta di magazzino – un asset dello stato patrimoniale – noi definiamo le unità di gas serra emesse per tonnellata di materiale estratto una E-liability, per rifletterne il costo ambientale a carico della società.

Quando l’azienda mineraria trasferisce il coke metallurgico e il minerale di ferro a un’azienda di trasporti, quest’ultima contabilizza a sua volta la E-liability (nello stesso modo in cui registra i fattori di produzione come scorte nella propria contabilità finanziaria). Se l’azienda mineraria trasferisce tutti i materiali che estrae nel periodo a entità a valle come l’azienda di trasporto, alla fine del periodo il suo conto di E-liability tornerà quello che era all’inizio.

Quando la sua chiatta transoceanica lascia Perth, supponiamo, alla volta di Port Talbot, in Galles, l’azienda di trasporto aggiunge al suo conto di E-liability la quantità di GHG prodotte per far funzionare i suoi motori. Applicando i metodi base di contabilità dei costi, attribuisce l’E-liability totale della chiatta ai materiali che trasporta. All’arrivo a Port Talbot, se l’azienda trasferisce a una acciaieria il 38% del minerale di ferro e il 6% del carbone metallurgico che aveva a bordo, le trasferirà contabilmente anche la stessa percentuale di E-liability, visto che adesso sono “sue”.

L’acciaieria genera le proprie emissioni di tipo 1 attraverso i forni e i laminatoi. Con lo stesso processo contabile, alloca l’E-liability acquistata e sostenuta a ogni tonnellata di acciaio prodotta. Quando l’acciaio viene trasferito a un’azienda ferroviaria per il trasporto, ogni tonnellata porta con sé la propria quota di E-liability cumulativa – quella dell’azienda mineraria, maggiorata dei trasporti effettuati fino a questo punto, con l’aggiunta delle emissioni di gas serra derivanti dal processo di produzione dell’acciaio.

Alcuni giorni dopo, quando l’acciaio arriva al molo di carico dell’azienda produttrice di portiere per automobili nello stabilimento, mettiamo, di Solihull, in Inghilterra, la E-liability dell’acciaio – che adesso include le emissioni per tonnellata generate dal trasporto ferroviario da Port Talbot a Solihull – viene trasferita al produttore di portiere. Questo processo continua fin quando il consumatore che acquista l’automobile riceve una scheda riassuntiva sulla quantità di emissioni di gas prodotte nella fabbricazione e nel trasporto del veicolo.

Alcune aziende potrebbero decidere di eliminare direttamente i gas serra dall’atmosfera – impegnandosi per esempio nella cattura del carbonio o nella riforestazione. Un’azienda che sceglie questa via può sottrarre la quantità eliminata dal proprio conto di E-liability, soggetto ad auditing, riducendo in questo modo i trasferimenti di passività lungo la catena distributiva fino al consumatore finale.

 

Misurare e allocare le emissioni

Questo nuovo sistema contabile richiede due azioni di base: (1) calcolare le E-liability nette che l’azienda crea ed elimina in ciascun periodo, aggiungendole a quelle che acquista e ha accumulato, e (2) allocare in parte o totalmente le E-liability alle unità di output prodotte dall’azienda nel periodo di reporting. Per il calcolo delle E-liability nette, gli ingegneri ambientali possono misurare la quantità di emissioni di gas serra derivanti dalle attività primarie di un’azienda, come bruciare idrocarburi per ottenere elettricità, calore e trasporto; produrre metalli, cemento, vetro e sostanze chimiche; coltivare terreni e allevare animali, con le emissioni e la forestazione/deforestazione che ne derivano; e gestire i rifiuti.

La seconda azione è identica all’activity-based costing per l’attribuzione delle spese generali e di altri costi alla pluralità di beni e servizi prodotti in un determinato periodo. Supponiamo che l’azienda di trasporti trasferisca da Perth a Port Talbot solo due prodotti – carbone e minerale di ferro. Acquista dalla miniera le E-liability associate a questi prodotti a un prezzo prestabilito per tonnellata. Poiché anche i prodotti vengono trasferiti all’acciaieria a un prezzo prestabilito per tonnellata, la rilevazione dei costi è semplicissima – il trasferimento delle E-liability è analogo al costo diretto in un sistema ABC.

Ma come abbiamo osservato, il trasporto da Perth a Port Talbot genera altre emissioni di gas serra, che vanno allocate al carico. Il minerale di ferro è più denso del carbone metallurgico, perciò le E-liability che si associano al trasporto dei due minerali differiscono. Un sistema di allocazione ispirato all’ABC può impiegare driver di costo che si basano sul peso, sul volume e sulla distanza per calcolare le ripartizioni precise.

Come avviene per le scorte fisiche, le E-liability acquisite o prodotte ma non trasferite ai clienti in un determinato periodo vengono conservate in attesa un trasferimento futuro. Questa caratteristica dell’E-liability accounting permette alle aziende di conservare e ammortizzare le emissioni GHG prodotte da asset fissi come impianti e macchinari. Considerate una acciaieria che installa un altoforno, generando così passività da emissioni di gas serra – per esempio per la produzione di trasporto dei mattoni utilizzati per rivestirlo. Queste passività “capitalizzate” si possono ammortizzare su ogni periodo di vita utile dell’altoforno. In un calcolo che riproduce l’allocazione contabile dei costi di acquisizione e installazione del forno agli input prodotti durante la sua attività, il sistema assegna una quota di E-liability dell’altoforno a ciascun periodo di produzione.

 

Cosa riportano le aziende

Con le due operazioni contabili che abbiamo appena descritto, le aziende possono dichiarare gli stock e i flussi delle proprie E-liability esattamente come fanno per le scorte iniziali, gli acquisti annui di materie prime, i prodotti finiti, il costo dei prodotti venduti e le scorte finali. Le voci equivalenti sarebbero: E-liability nette all’inizio del periodo, E-liability acquisite, E-liability nette prodotte nel periodo, E-liability cedute (vendute) ed E-liability nette alla fine del periodo (si veda il box “Il prospetto contabile delle E-liability”).

Alcuni ambientalisti potrebbero temere che il trasferimento delle intere emissioni di tipo 1 di un’azienda ai clienti a valle la mettano in condizione di eludere i controlli sulle operations ad alta intensità di GHG. Ma così come un bravo analista finanziario scava sotto l’utile netto di un’azienda per misurare esattamente il costo del venduto e i cambiamenti intervenuti nei livelli di magazzino, un analista ambientale potrebbe interpretare i dettagli dell’acquisto, della produzione e della cessione di E-liability da parte di un’azienda.

 

I benefici dell’E-liability accounting

Il sistema di contabilità per le E-liability offre diversi vantaggi. Ma soprattutto, elimina il doppio conteggio delle emissioni che è insito nelle misurazioni attuali del tipo 3. Riduce anche gli incentivi all’inganno e alla manipolazione. Un’azienda non può ridurre le emissioni di tipo 1 che dichiara nei rapporti limitandosi a esternalizzare la produzione e poi, come si può fare attualmente, ignorare le proprie emissioni di tipo 3 invocando gli elevati margini di errore nella misurazione e l’impossibilità di accedere a fornitori e clienti remoti. Nel sistema E-liability, le emissioni di gas serra eventualmente prodotte da un fornitore esternalizzato verranno trasferite all’azienda al momento dell’acquisto. Per giunta, l’azienda non può trarre beneficio dalla sottostima delle E-liability trasferite ai clienti, perché le sue E-liability nette di fine periodo aumenterebbero fortemente, dando l’idea che i prodotti dell’azienda siano più inquinanti di quanto non potrebbero tollerare i clienti. Specularmente, un’azienda che tenta di sovrastimare i trasferimenti di E-liability ai clienti a valle incontrerebbe la resistenza dei buyer, che preferirebbero avere a che fare con fornitori meno inquinanti.

Il sistema lascia anche spazio a un suo standard specifico. Oggi come oggi, i principali standard di reporting ESG impongono alle aziende di denunciare le considerazioni ambientali che possono creare per loro un rischio finanziario. Di conseguenza, molti processi ad alta intensità di GHG non vengono dichiarati se non hanno alcun impatto materiale sui bilanci dell’azienda. Il sistema E-liability può stabilire una soglia specifica di rilevanza per i gas serra, indipendentemente dall’impatto finanziario.

Infine, il saldo E-liability di fine periodo di un’azienda si può sottoporre ad audit, proprio come i suoi asset finanziari e le sue passività. Gli auditor esterni (preferibilmente team che includono ingegneri ambientali ed esperti di contabilità dei costi) possono verificare la misurazione interna delle emissioni di gas serra e i modelli di allocazione usati dall’azienda, oltre agli acquisti e ai trasferimenti che ha effettuato, specie di prodotti e servizi ad alta intensità di GHG, e riconciliare i saldi di E-liability a inizio e a fine periodo. Gli auditor possono sottoporre a una verifica incrociata le transazioni effettuate dal cliente sulle E-liability e l’attività corrispondente registrata nei conti finanziari: una spia rossa si accenderebbe se le E-liability contabilizzate apparissero insolitamente basse, rispetto agli omologhi del settore, a fronte dei movimenti di magazzino riportati dal cliente in un determinato periodo contabile.

La tecnologia blockchain può essere usata fin dalla prima fase di produzione per accumulare e trasferire E-liability da una fase all’altra, riducendo i costi di contabilizzazione e auditing sull’intero sistema. Le blockchain sono particolarmente utili per registrare le emissioni di tipo 1 in ogni fase, per cui i trasferimenti successivi di E-liability devono sempre riconciliarsi con il totale di emissioni di tipo 1 in una catena del valore. È improbabile che il sistema E-liability crei complicazioni amministrative, perché può integrarsi agevolmente nell’infrastruttura preesistente di reporting finanziario e contabilità dei costi, in quanto impiega solo una diversa unità di misura: la quantità di emissioni GHG anziché l’ammontare delle disponibilità liquide e dei mezzi equivalenti.

 

Impiegare le E-liability in tutta l’economia

La pressione per una sempre maggiore diffusione dei rapporti sulla sostenibilità grava principalmente sulle aziende quotate in Borsa, per iniziativa degli investitori e degli analisti. Ma la limitazione del reporting sulle emissioni di gas serra a queste aziende ne spingerebbe alcune a tornare private (e indurrebbe quelle a capitale privato a rimanere tali) per sottrarsi agli obblighi della misurazione ambientale e della trasparenza. Perciò tutte le aziende dovrebbero essere incoraggiate a pubblicizzare le loro E-liability – incluse grandi imprese a capitale privato come Bechtel, Bosch, Cargill, Koch e Mars, nonché aziende finanziate tramite joint venture, partnership a responsabilità limitata, venture capital o private equity. Andrebbero esentate dal reporting delle E-liability solo aziende piccolissime che acquistano e producono quantità trascurabili di gas serra.

Ma le grandi imprese non sono le uniche negoziatrici di GHG. Anche aziende pubbliche ed enti governativi, che operano nel settore difesa, nel trasporto, nell’energia e nell’assistenza sanitaria producono e consumano molte tonnellate di emissioni e dovrebbero venire assoggettate a loro volta al reporting delle E-liability.

Un reporting affidabile sui gas serra aiuterebbe anche banche e fondi di investimenti a rispondere positivamente alle pressioni per la pubblicizzazione delle emissioni prodotte dalle aziende che hanno in portafoglio. Enti di standardizzazione come la Task Force on Climate-Related Financial Disclosures del Financial Stability Board hanno creato formule per determinare la ponderazione di vari asset di investimento sulla base di caratteristiche come la natura del titolo (debito vs. equity, per esempio) e il grado di controllo esercitato dal veicolo d’investimento su quel titolo. Ma nonostante l’indubbia utilità di quelle formule, la misurazione attuale dei relativi inquinanti – la somma delle emissioni di tipo 1, 2 e 3 di un’azienda – resta fondamentalmente inadeguata, per le ragioni che abbiamo descritto in precedenza. Il sistema E-liability mette a disposizione un modo più affidabile di calcolare inquinamento totale derivante dagli asset in gestione come totale ponderato delle E-liability di fine periodo delle aziende in portafoglio. Con l’impiego di questo sistema, banche e fondi di investimento avrebbero una base molto più attendibile per influenzare l’impatto ambientale delle aziende in portafoglio, anche attraverso il reporting specifico.

L’approccio E-liability alla contabilità delle emissioni di gas serra impedirebbe di etichettare in modo semplicistico determinati settori, in primis la produzione di combustibili fossili e l’industria estrattiva, come “grandi inquinatori” da cui gli investitori etici dovrebbero prendere le distanze. È improbabile che questa pratica possa contribuire alla riduzione delle emissioni globali, perché quei settori non avrebbero raggiunto certe dimensioni se i loro output non venissero usati da aziende “pulite” (ossia con basse emissioni di tipo 1) per la loro produzione e il loro consumo. L’approccio che proponiamo riconosce la natura integrata per le attività inquinanti in tutto il sistema economico e incoraggia tutte le imprese, indipendentemente dal settore in cui operano, a tener conto delle emissioni di gas serra nelle decisioni di progettazione dei prodotti, di acquisto e di vendita.

In attesa di una nuova regolamentazione del reporting sulle E-liability, le grandi aziende – in particolare quelle che hanno firmato la dichiarazione ufficiale della Business Roundtable sul purpose dell’impresa – possono tradurre in pratica le loro dichiarazioni adottando volontariamente questo sistema e imponendo ai fornitori e ai clienti principali di fare la stessa cosa. Ciò potrebbe creare un vantaggio competitivo segnalando a consumatori e investitori sensibili alle problematiche ambientali che l’azienda sta facendo progressi verificabili nella riduzione di emissioni GHG sull’intera catena del valore. Il potere di mercato, sia sul lato della domanda sia sul lato dell’offerta, e della concorrenza, informato dal reporting sulle E-liability, potrebbe indurre le grandi imprese a impegnarsi in azioni verificabili di contrasto al cambiamento climatico, anziché limitarsi a dichiarazioni rituali che giovano soltanto alla loro immagine.

Se i Governi giudicassero le forze competitive liberate da una vera trasparenza sulle problematiche ambientali insufficienti a raggiungere il target di riduzione previsti per le emissioni globali di gas serra, il sistema E-liability fornirebbe loro i “binari” su cui potrebbero viaggiare tutta una serie di imposte basate sulle emissioni di carbonio. Potrebbero prendere in considerazione un’imposta analoga all’IVA sulle differenze tra i trasferimenti di E-liability e le loro acquisizione da parte di un’azienda. Le imprese che tentassero di eludere l’imposta esternalizzando la fabbricazione di prodotti altamente inquinanti dovrebbero sostenere quasi certamente prezzi di acquisto più alti per compensare i fornitori delle maggiori imposte che verrebbero a gravare su di essi. I Governi potrebbero anche istituire un’imposta simile a quella che si paga sui capital gain, calcolata sul saldo elevato di E-liability che si creerebbe a fine periodo stante l’indisponibilità dei clienti ad acquistare prodotti frutto di processi altamente inquinanti. Una terza opzione sarebbe tassare le E-liability totali dei prodotti e dei servizi acquistati dai consumatori per accrescerne ulteriormente la sensibilità ambientale. (Il gettito pro capite della carbon tax attenuerebbe il peso del tributo sui consumatori a basso reddito).

Ma le carbon tax non sono esenti da problemi. Una tassa non imposta e non applicata a livello globale potrebbe provocare una fuga generalizzata delle imprese in Paesi fiscalmente più indulgenti. Compensare l’elusione dell’imposta con dazi sull’inquinamento sarebbe difficile sul piano pratico, alla luce delle norme vigenti sul commercio internazionale. E una carbon tax mondiale sembra un obiettivo lontanissimo, per ragioni geopolitiche e problemi di applicabilità – come la probabilissima elusione da parte di aziende statali, specie in Paesi caratterizzati da sistemi legali non esattamente trasparenti che sovvertono già accordi globali con sovvenzioni occulte a imprenditori nazionali. Promuovere un’azione spontanea delle imprese in tema di cambiamento climatico attraverso il reporting sulle E-liability potrebbe essere il modo più rapido per avviare una riduzione sistemica delle emissioni di gas serra.

 

Andare al di là della E

Le indicazioni generate da un diffuso impiego dell’E-liability accounting potrebbero informare nuovi standard per un reporting ESG più esteso ed esauriente. Naturalmente, nessuna prescrizione unitaria potrà andar bene per tutte le componenti dell’ESG: come abbiamo già osservato, l’ESG non è un concetto unitario. In termini di reporting, l’unica cosa che hanno in comune la E, la S e la G è che nessuna delle tre voci può essere considerata un parametro finanziario.

La mancanza di un quadro di riferimento comune per i tre elementi produce contraddizioni anche all’interno di uno stesso report ESG. Considerate un’azienda messa sotto pressione dagli stakeholder per ridurre le emissioni di gas serra prodotte dalla sua flotta di veicoli alimentati da carburanti fossili. L’azienda potrebbe sostituirli con dei veicoli elettrici, riducendo significativamente le proprie emissioni di carbonio. Ma cosa accadrebbe se i fornitori di batterie per veicoli elettrici usassero materie prime critiche – stagno, tantalio, tungsteno e oro – estratti da carcerati messi ai lavori forzati? O considerate un’azienda che è stata criticata ed esclusa dai portafogli d’investimento perché il suo report ESG indica un tasso elevato di infortuni sul lavoro. L’azienda potrebbe risolvere il suo problema ricorrendo all’automazione e all’outsourcing, e denunciare così nel report dell’anno successivo molti meno incidenti. Ma chi risponderebbe della perdita di posti di lavoro e dell’impatto negativo di queste scelte sulle comunità e sui fornitori locali?

Alcuni sostenitori del reporting ESG vogliono andare al di là della trasparenza per stimare il valore monetario delle tre componenti, da includere nel conto economico dell’azienda. Ciò rappresenterebbe, a loro avviso, una misura più esaustiva dei veri profitti conseguiti da un’azienda. È assai più difficile calcolare il valore di molte componenti della triade ESG - l’impatto delle pratiche di utilizzo della manodopera, la diversity della forza lavoro e la governance, per esempio – che stimare gli accantonamenti basati sui flussi di cassa futuri a cui fa riferimento il reporting finanziario.

Considerate gli sforzi pluridecennali di alcuni esperti di contabilità che volevano valorizzare il capitale umano dello stato patrimoniale di un’azienda, nel tentativo di quantificare l’affermazione rituale del CEO “I dipendenti sono il nostro asset più prezioso”. Quegli sforzi sono falliti perché gli indicatori di valore dei dipendenti erano o irrilevanti (come la spesa storica in selezione e formazione del personale) o soggettivi e non verificabili. Inoltre, sarebbe ancora più difficile, se non impossibile, trovare una formula per aggregare il valore delle diverse componenti dell’ESG: questa operazione richiederebbe un codice etico universalmente accettato per la gestione dei trade-off intra-ESG a cui abbiamo accennato in precedenza. Trattando la performance extra finanziaria diversificata come un concetto unitario, i sostenitori dell’ESG hanno presumibilmente inibito un pensiero approfondito e rigoroso su come misurare e riportare al meglio ognuna delle competenze specifiche che vanno sotto il titolo onnicomprensivo di ESG.

Allora, come possiamo procedere sul reporting ESG? Noi suggeriamo di partire da alcune dimensioni particolarmente importanti su cui possiamo convenire in merito ai risultati “buoni” e “cattivi”, e che possiamo già misurare bene. Delle tre componenti che formano la triade ESG, quella ambientale è la più soggetta a un reporting rigoroso da parte delle aziende, perché comporta misurazioni oggettive e fisiche delle quantità di gas, materiali solidi e liquidi che esse usano e producono. È una buona notizia, perché la componente più facile da misurare coincide con la minaccia più urgente per l’umanità.

Anche la misurazione dell’impatto sociale di un’azienda si confà all’approccio descritto in questo articolo, ma qui il reporting è molto più complesso, perché le opinioni in merito al comportamento aziendale desiderabile e indesiderabile divergono ampiamente. Come per le emissioni di gas serra, possiamo partire da quegli aspetti della performance sociale negativa che per quasi tutti andrebbero contenuti o eliminati, come condizioni di lavoro rischiose, lavoro minorile e schiavistico, tangenti e corruzione. Nonostante la condanna pressoché universale di queste pratiche, molte aziende le accettano ancora implicitamente nelle loro supply chain globali. Un sistema di reporting delle S-liability che rilevasse la loro incidenza nelle catene del valore potrebbe indurre aziende e consumatori a perseguirne più proattivamente l’eliminazione.

La componente governance dell’ESG è la più problematica delle tre. La governance è un processo, non un risultato. Una governance efficace è preziosa solo se produce risultati migliori sul piano finanziario, ambientale o sociale. Finché i sostenitori del “buon governo” non metteranno a punto validi indicatori per i risultati, noi siamo convinti che le imprese dovrebbero trattare la governance come trattano attualmente i controlli interni in base alla Sarbanes-Oxley, con una disclosure qualitativa e audit esterni sul rispetto degli standard obbligatori.

 

Pur concentrandoci sulla misurazione delle emissioni di gas serra, noi non neghiamo la rilevanza di altre forme di degradazione del suolo, dell’acqua e della biodiversità. E non sottovalutiamo i benefici che potrebbero derivare dal miglioramento delle politiche sociali e delle pratiche di governance delle imprese. Ma chiediamo a tutti i soggetti coinvolti di focalizzarsi su ciò che possiamo e dobbiamo fare bene adesso: migliorare la misurazione e il reporting delle emissioni GHG in un modo integrato, esauriente e verificabile. E, con il tempo, le lezioni apprese dall’applicazione del nostro approccio potranno fungere da modello per misurare e rilevare altri risultati ambientali e sociali delle attività economiche.

 

Robert S. Kaplan è Professore emerito di Leadership Development alla Harvard Business School. Karthik Ramanna è Professore di Business and Public Policy alla Blavatnik School of Government della University of Oxford.

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