EDITORIALE

Dimmi che lavoro fai…

Enrico Sassoon

Novembre 2020

Dimmi che lavoro fai…

Sembra sia stato Goethe a rendere noto l’aforisma “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”. Probabilmente un’espressione popolare corrente che lo scrittore si limitò a rilanciare con grande successo. Diventato un proverbio, da allora è stato declinato in tutti i modi possibili, da “dimmi che cosa mangi e ti dirò chi sei” a “dimmi che lavoro fai e ti dirò chi sei”, che è quello su cui oggi è il caso di riflettere. Il lavoro è infatti al centro delle nostre attenzioni, sia perché senza non possiamo materialmente vivere (eccezion fatta per chi vive di rendita, che comunque è il residuo di lavoro altrui nel passato) sia perché spesso definisce la nostra personalità più di quanto non accada per altri aspetti della nostra vita. Lo stesso Jung considerava non inappropriato identificare una persona col suo ruolo lavorativo. Temeva, infatti, che rompere il guscio professionale per andare a scoprire la persona al di sotto potesse condurre a trovare “solo un piccolo miserabile uomo”.

Ma, per quanto grande, Jung probabilmente esagerava. Il lavoro è centrale ma non totale, però è piuttosto vero che ci definisce, sia agli occhi degli altri sia ai nostri stessi occhi. Per questo, in questi mesi di pandemia e lockdown a ripetizione, il tema lavoro sta assumendo una rilevanza che non è solo tecnico-organizzativa ed economica, ma personale e sociale. Da cui il grande spazio che anche in questo numero di Harvard Business Review viene dedicato al lavoro e ai luoghi e modi del lavoro.

La prima ondata di pandemia ha generato la moltiplicazione del lavoro a distanza, in qualche sporadico caso addirittura “smart”. Prima riguardava una proporzione bassa di lavoratori, mediamente il 7-10%, poi è balzata all’80%, e in taluni casi al 100%. Attenuatasi la pandemia durante l’estate, il lavoro a distanza non è molto diminuito. La grande maggioranza delle imprese e degli uffici hanno mantenuto il distanziamento per i ben noti motivi precauzionali e ora, con la seconda ondata, ci sono già organizzazioni che dichiarano le nuove forme di lavoro “da ovunque” permanenti (si veda l’articolo di Choudhury). Quindi, che sia un bene oppure no, resta che questo tipo di organizzazione è destinata a durare.

È il momento delle indagini ma le risultanze non sono chiare. Molti si affannano a dichiarare che la produttività non ne ha sofferto e che i lavoratori hanno risposto benissimo, adeguandosi rapidamente. Altri sostengono che questo sia vero solo in parte perché misura solo ciò che si vede e non ciò che non si vede: per esempio, l’effetto creativo-produttivo della circolazione di idee tipica del contatto organizzato o casuale in spazi fisici.

C’è poi l’aspetto personale e sociale. C’è chi sostiene l’aspetto liberatorio del lavoro da casa, o comunque non dall’ufficio, e chi invece lamenta gli effetti negativi della mancata separazione fra vita privata e attività lavorativa. Grazie anche all’inquietante mancanza di controllo sui meccanismi di contagio e ai numeri oggettivamente spaventosi connessi, l’ansia la fa da padrone, scivolando in non pochi casi in paura e depressione.

In questo quadro, così sommariamente ricapitolato, diventa inevitabile prendere a ragionare sui luoghi e modi del lavoro. Come si legge nello Speciale, una tendenza già in atto, sia pure minoritaria, sta diventando un nuovo assetto forse definitivo. Cresce l’opinione che ritiene il luogo fisico del lavoro non più necessario. Ovviamente, questo non vale per il lavoro di produzione: per manovrare una macchina utensile devo starle accanto. Né vale se sono commesso in un negozio: occorre che sia lì ad accogliere il cliente, che non si limita tuttora a comprare solo online ciò che gli serve. Vale, però, per il lavoro d’ufficio, quello dei knowledge worker, che sono la maggioranza della forza lavoro. Da qui l’attenzione che oggi va dedicata a tutti gli aspetti del lavoro dato che, pandemia o no, nel nostro futuro c’è sicuramente un nuovo assetto in parte fisico e in parte digitale: un futuro di lavoro ibrido in proporzioni variabili.

In questo quadro, intervengono altre tendenze che si intrecciano alle precedenti. Nel suo articolo, Fuller esamina le prospettive del lavoro on-demand. È anche questo un punto cruciale, poiché implica nuove forme di relazione tra azienda e mercato del lavoro, organizzazioni flessibili, ma anche lavoratori flessibili, disposti a una qualche forma di “gigificazione” del loro lavoro, che può comportare maggiore insicurezza da un lato e maggiore disponibilità a un upgrade continuo e permanente delle proprie competenze dall’altro.

Sono questioni centrali che, a partire dall’esperienza del lavoro, toccano la vita delle persone e quella della società. Allora, dimmi che lavoro fai…

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