LE PERSONE AL CENTRO

Il lavoro di raccontare il lavoro

Walter Passerini

08 Novembre 2019

È noto che la società industriale ha prodotto un’ampia letteratura, anche narrativa, sui temi del lavoro. Si possono ricordare nomi come Paolo Volponi, Emilio Tadini, Ottiero Ottieri, Leonardo Sinisgalli, Antonio Riccardi e tanti altri. L’attuale società neo-industriale e dei servizi, invece, ha riscontrato grandi difficoltà nel raccontare e rappresentare il lavoro che cambia (si preferisce il termine neo-industriale, piuttosto che post-industriale, perché evoca un cambiamento, mentre il prefisso post allude a un superamento). Raccontare il lavoro significa rappresentarlo nei suoi aspetti più profondi ma anche favorirne una maggiore (migliore) rappresentanza: tra rappresentazione del lavoro e sua rappresentanza vi è un nesso inscindibile.
I testi che secondo me hanno meglio raccontato il lavoro e che aprono alle prospettive di una nuova narrazione sono La chiave a stella di Primo Levi (1978) e La dismissione di Ermanno Rea (2002). Sono l’arco di congiunzione tra la società industriale e la società neo-industriale. In Levi, Tino Faussone è il prototipo del lavoratore intraprendente, forte della sua professionalità; in Rea, Vincenzo Buonocore è schiacciato dal rapporto lavoro-vita-amore-sentimenti, temi spesso tabù nella vulgata della cultura lavoristica, ed è il prototipo del lavoratore schiacciato dalla globalizzazione.
Vi sono poi altri autori che meritano una rilettura (ci sono De Luca, Avallone, Balestrini) e che aiutano a cogliere il passaggio tra società industriale e società neo-industriale, e che rivelano una produzione più faticosa, ondivaga e frammentaria. Tra i titoli più esemplificativi si possono citare: Sebastiano Nata (Il dipendente, 1995), libro dove il lavoro è stress; Massimo Lolli, ex direttore del personale della Marzotto (2004, Volevo solo dormirle addosso, storia di un manager licenziatore; 2010, Il lunedì arriva sempre di domenica pomeriggio, manager che perde il lavoro e da figo diventa sfigato); Andrea Bajani (2006, Mi spezzo ma non m’impiego, dove appare la precarietà; 2008, Cordiali saluti, il manager che scrive le lettere di licenziamento e che a sua volta verrà licenziato); Aldo Nove (2006, Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese, dove appaiono i call centre, metafora principe della precarietà); Michela Murgia (2010, Il mondo deve sapere, romanzo tragicomico di una telefonista precaria); Incorvaia-Rimassa (2006, Generazione mille euro, il manifesto delle nuove generazioni sfruttate); Mario Desiati (2006, Vita precaria, amore eterno, dove l’amore non sempre compensa le difficoltà del lavoro; 2006, Laboriosi oroscopi, 18 racconti di autori diversi su lavoro, precarietà, disoccupazione).
A questi romanzi, che portano in sé la difficoltà di raccontare il lavoro che è cambiato, si accompagna una curiosa girandola di saggi, saggetti e soprattutto guide, di alterno valore, che si propongono nella funzione di accompagnamento in un mondo difficile e rivelano la parabola di un lavoro in declino: Lavorare in Google, Far carriera con Linkedin, Il lavoro spiegato a mio figlio, Una storia operaia: traiettoria di un operaio di successo, L’impresa responsabile, Papà, mi presti i soldi, Il lavoro lo trovi, se hai voglia di lavorare, La lotta di classe esiste e l’hanno vinta i ricchi.
Si apre ora il problema di come raccontare il nuovo rapporto tra cambiamento e lavoro. Il lavoro è cambiato e cambia in continuazione; è molto difficile da raccontare. Vince il mito di Proteo: il lavoro cambia forme e si adatta a un mercato sempre meno prevedibile. Cinema e televisione cercano di raccontare a modo loro il lavoro; la letteratura, i romanzi arrancano e mancano. È anche sempre più difficile “fotografare” il lavoro, perché è mobile e fluttuante; si può eventualmente filmarlo (work in progress). È cambiato il rapporto tra vita e lavoro, sono cambiate le identità da lavoro. Si apre infine il tema del lavoro umano nell’era digitale, a cui manca una letteratura in corsa (mentre si fantastica sui robot). È necessario ristabilire un nesso tra memoria e futuro, evitando il rischio della nostalgia e del ritorno alle grandi fabbriche che non ci sono più.

 

Walter Passerini, editorialista de La Stampa.

 

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