EDITORIALE

Leader invidiabili

Enrico Sassoon

05 Novembre 2019

Leader invidiabili

Con il CEO di NVIDIA al primo posto tra i primi 100 CEO più performanti del mondo nella classifica HBR 2019, i lettori perdoneranno il gioco di parole nel titolo. D’altronde, come non ammirare un leader aziendale che in cinque anni, dal 2014 al 2018, ha generato performance tali da far salire di 14 volte i corsi azionari della sua impresa? Il funambolo è Jensen Huang, che da Taiwan immigrò negli Stati Uniti tanti anni fa creando nel tempo un’azienda hi-tech di scala globale. Forse l’american dream non è ancora del tutto defunto.

Qualche ulteriore riflessione sulla classifica. Quest’anno non c’è Jeff Bezos, CEO di Amazon, che negli anni scorsi si era piazzato più volte sul gradino massimo. Il motivo è che la sua società non se la cava tanto bene con i criteri extra-finanziari, vale a dire gli ESG (environment, social, governance) che contano sempre di più, in questa graduatoria e fuori. In questa graduatoria perché, spinti dal vento della sostenibilità, i gestori della classifica ne hanno aumentato il peso portandolo a ben il 30% (cinque anni fa era pari a zero). Segno dei tempi, se si pensa ai timori legati al climate change, ma anche alle preoccupazioni sulle diseguaglianze e a quelle connesse all’impatto della tecnologia sul lavoro. E fuori: basti pensare al manifesto della Business Roundatble pubblicato in agosto con la firma di 181 CEO delle più grandi imprese mondiali, i quali dichiarano l’abbandono del mantra della massimizzazione del profitto per gli azionisti e abbracciano la nuova filosofia del valore condiviso con tutti i principali stakeholder.

Altri non irrilevanti aspetti della classifica: poche donne, 4 su 100, il che ha portato alla considerazione, per la verità un po’ ilare, del commentatore del ranking secondo il quale si tratta comunque di un progresso da apprezzare considerato che nel 2018 erano state tre. E, scusate il campanilismo, ben pochi CEO italiani, poiché sono solo due e comunque attivi in imprese non italiane (Fabrizio Freda di Estée Lauder al 38° posto e Paolo Rocca di Tenaris al 65°). Nel 2018 erano stati quattro, i due di quest’anno e altri due, in quel caso di aziende italiane: il compianto Sergio Marchionne di FCA (21°) e Carlo Messina di Intesa Sanpaolo (81°). Sic transit gloria mundi.

Qualche dettaglio in ordine sparso: eccellente Rocca, che dal 2014 a oggi è entrato in classifica tutti gli anni. Sei dei primi 10 CEO lavorano per aziende di information technology, due nei beni di consumo e uno ciascuno in finanza e utility. Scontata la predominanza hi-tech, va sottolineata la performance negli altri tre settori: i grandi utili delle due aziende di beni di consumo sono realizzati nel comparto del lusso, finora poco tecnologico ma molto effervescente; la performance nella finanza fa i conti con tassi negativi, fintech e grandi eccedenze di personale; quella della utility emerge in una realtà fortemente regolamentata dove già fare utili è spesso un’avventura e farne tanti una specie di miracolo.

Ripartizione geografica: 37 su 100 sono CEO di aziende statunitensi, tre di Hong Kong e una sola cinese. Dato che siamo nel pieno dello scontro sino-americano per il predominio tecnologico-finanziario mondiale, da qui si ricava che a fare soldi per ora sono ancora più brave le aziende americane (ma tutto cambia, oggi è così, domani si vedrà). Piuttosto ben rappresentata la Francia, con 11 su 100; un po’ meno la Gran Bretagna con 7, certamente a rischio causa Brexit; 5 i leader di imprese tedesche e 4 quelli di imprese olandesi, più “altri Europa” in ordine sparso.

Le classifiche valgono per quel che valgono e se sei un CEO capace di grandi performance sul lungo periodo sei certamente un grande leader. Forse anche un buon leader, che non è la stessa cosa. “Leader è chi vende fiducia” diceva nel ‘700 Napoleone Bonaparte. Oggi devi saper motivare, ispirare, creare e improvvisare, trasformare i problemi in opportunità, gestire il lungo ma anche il breve, mettere le persone al centro, esaltare le stranezze, fare personalizzazione di massa e altri ossimori. Diceva 2500 anni fa Eraclito (altra citazione, ma bando all’avarizia): “Non vi è nulla più stabile del cambiamento”. Potrebbe essere il pensierino della sera di ogni buon leader.

 

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