LE PERSONE AL CENTRO - novembre 2018

Da Monsù Travet a Checco Zalone

di Renato Ruffini

05 Novembre 2018

La pubblica amministrazione italiana da quando c’è lo Stato itaiano non ha mai ben definito che ruolo dare ai lavoratori pubblici: lavoratori come gli altri o rappre- sentanti dello Stato?

Per intenderci, all’inizio c’era il caro Ignazio Travet, il protagonista della commedia Le miserie di Monsù Travet, rappresentata la prima volta a Torino nel 1863. La commedia si basa sul contrasto tra il fatto di avere un posto pubblico, decoroso e rappresentativo dello Stato, e il fatto di essere, nel caso di Travet, una sorta di Fantozzi ante litteram, l’ultimo della gerarchia impiegatizia, con paga bassa e costantemente vessato dai colleghi e dal capo. È questo contrasto tra l’importanza di rappresentare lo Stato e il Re e la banalità della propria condizione perso- nale a creare la situazione di “miseria” psicologica del protagonista della commedia. Ma al di là delle sue sfortune, Ignazio Travet agiva sulla base di un chiaro ethos pubblico: l’impiegato rappresenta il sovrano, cioè l’in- teresse pubblico, e deve avere un comportamento dignitoso e agire secondo giustizia, nell’interesse del Regno. In questo contesto il rapporto di lavoro tra dipendente e Stato si basava su un contratto con una prestazione implicita chiara: la capacità di rappresentare in modo efficace lo Stato e i suoi interessi. L’impiegato è un pezzo di Stato. Da qui re- tribuzioni fisse, anzianità senza demerito, scatti e carriere predefinite, valutazione ba- sata su note di qualifica.

Dopo centocinquant’anni ecco apparire Checco Zalone nel film Quo vado: è lo stereotipo del dipendente pubblico cinico, coriaceo, raccomandato e un po’ fuori dal mondo, che ha come massima aspirazione il posto fisso, travolto da un mondo in cui,
datore di lavoro (come nelle imprese) per migliori condizioni di lavoro e le retribuzioni, perché si è lavoratori come gli altri. Non a caso nel pubblico impiego la rap- presentanza sindacale è sempre stata molto forte.

Il problema è che questa duplice logica che porta a riconoscere una specialità al lavoro pubblico (e non solo una mera specificità) è molto presente nelle norme e soprattutto nella loro interpretazione degli organi giudiziari e nelle prassi operative. D’Antona, il giurista ucciso vent’anni fa proprio per avere riformato il pubblico impiego, rappresentò questo fenomeno evi- denziando che si era creata una “neo lingua” del pubblico impiego riformato, che come tutte le lingue rappresenta un modo di pensare di tipo burocratico manageriale che fa sì, per esempio, che la valutazione di un collaboratore non venga fatta tenendo conto della realtà e delle relazioni, ma delle norme e dei pareri delle varie Corti. Tutto ciò genera ambiguità, disperde l’ethos del lavoro pub- blico, rendendo molto difficile un’efficace attività di gestione delle persone

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