Mondo Formazione

LA PRIORITÀ. COME E PERCHÉ NE DECIDIAMO UNA ANZICHÉ UN’ALTRA?

FERRUCCIO FIORDISPINI

Giugno 2020

La priorità, oggi? Per ripartire, dopo questa crisi pandemica, non basta limitarsi a spendere, ma occorre soprattutto puntare a investire! Investire dove? Sulle risorse umane, sulle competenze, sulla formazione, per preparare adeguatamente i giovani e i meno giovani – addirittura i lavoratori anziani – ai nuovi paradigmi che dovremmo conoscere, capire e gestire.

Perché non è vero che tutto tornerà come prima, dopo la crisi Covid. Assolutamente no. Ma non è detto che ciò che verrà sarà necessariamente peggio. Dipenderà da noi.

 

Al termine della terribile peste del 1348 fu proprio l’Italia – o meglio le tante espressioni territoriali dell’Italia d’allora – a saper ripartire alla grande. Grazie alle sue competenze manifatturiere e commerciali, artistiche e culturali. E arrivò l’Umanesimo, seguito dal Rinascimento.

Ma occorre puntare sull’educazione e sulla formazione. Per spiegare meglio dove voglio arrivare, desidero insistere sul paragone storico con la peste nera, che decimò la popolazione europea (si stima che un terzo dell’intera popolazione europea morì a causa della malattia, con punte del 90%, e città quali Londra, Parigi, Vienna, Milano, Firenze e Venezia furono letteralmente falcidiate).

 

Grazie al cielo, la situazione prodotta dal Covid 19 è grave ma non fino a quel punto. Anche in quel caso la peste veniva dall’Oriente e si diffuse in Occidente partendo proprio dall’Italia (le Repubbliche marinare con le loro navi cariche di merci furono i principali vettori della malattia).

Come scrivono gli storici Canale Cama, Feniello e Mascilli Migliorini nel loro recente e monumentale saggio Storia del mondo dall’anno 1000 ai giorni nostri, nello spazio di due anni e mezzo il mondo com’era stato concepito non esisteva più. “Ma, raggiunto il limite più basso, la macchina cominciò a muoversi, generando nuovi assetti ed equilibri. In una parola, riconfigurandosi”.

 

Assorbire un colpo senza rompersi, questa è la resilienza. Ed è ciò che accadde al mondo occidentale del Trecento. “L’azione successiva alla pandemia fu di riadattamento o, per meglio dire, di ricostruzione spesso innovativa di ciò che era stato per molti versi perduto”.

Perché, come scrive brillantemente il filosofo francese Edgar Morin, “la natura propria della crisi è di scatenare la ricerca di soluzioni nuove, e queste possono essere sia immaginarie, mitologiche o magiche, sia al contrario pratiche e creatrici”.

Paradossalmente, in parte a causa di quello che fu efficacemente definito “effetto eredità”, il tenore generale di vita post epidemia migliorò, e qualcosa cominciò davvero a marcare quel tempo della resilienza. E fu “la domanda sempre più massiccia di beni di lusso che trasformò un’intera società e ne modificò l’economia”. E indovinate un po’ chi ne beneficiò maggiormente? Le città italiane, proprio quelle da dove l’epidemia si era diffusa. Sottolineano i nostri storici succitati: “Le manifatture italiane – lombarde, fiorentine, veneziane – riconvertirono nel corso del secondo Trecento la propria produzione. Basta prodotti di bassa qualità. Basta soddisfare segmenti di mercato di massa ma, alla lunga, poco proficui”.

Il più brillante storico dell’economia del Rinascimento italiano, Richard Goldthwaite, evidenzia tra le altre cose il fatto che “la moltiplicazione delle specializzazioni tecniche apportò notevoli investimenti in capitale umano, con la formazione di personale sempre più competente e adeguato alle nuove necessità”.

 

Bene. Arriviamo al sodo di questo mio ragionamento. La storia non si ripete mai identica a se stessa. Ma è uno dei pochi punti di riferimento seri per cercare di fare previsioni e programmare qualcosa di sensato. Secondo voi, un Paese in cui imprenditori e capi azienda continuano a credere che l’investimento in formazione sia residuale, un “nice to have” se va bene, ma più spesso una mera forma di premialità motivazionale, sarà in grado di decidere di aumentare la produttività del proprio capitale umano? Un Paese in cui non esistono fiere dell’industria “formazione e risorse umane” minimamente paragonabili a quelle enormi che si celebrano in USA, Germania, Francia e Regno Unito, sarà in grado di decidere come mettere al centro del sistema economico un tema fondamentale come questo? E, soprattutto, un Paese che chiude le scuole come prima cosa e le riapre come ultima cosa sarà mai in grado di decidere se vivere o no un nuovo Rinascimento?

 

Il punto vero, perciò, è rispondere alla domanda: perché e come prendiamo decisioni di un tipo o di un altro, a livello collettivo e individuale? Perché 700 anni fa i nostri antenati seppero prendere decisioni apparentemente più convincenti di quelle che noi stentiamo a prendere oggi? Perché continuiamo a far fatica a riformare le nostre istituzioni e ad aggiornare i nostri paradigmi, pur dicendoci da almeno cinquant’anni che dovremmo farlo?

Il nostro cervello, dal punto di vista genetico e biologico, è esattamente quello dei nostri antenati trecenteschi. Anzi, possiamo dire che è lo stesso da almeno 55mila anni, salvo una moderata evoluzione epigenetica che è occorsa in alcuni casi (e un’intensa evoluzione culturale che ha certamente cambiato i nostri punti di riferimento).

Perciò il nostro sforzo deve concentrarsi sul capire cosa avviene nella nostra mente, quando prendiamo decisioni, quando diamo priorità a un investimento o a un altro.

E le moderne neuroscienze ci aiutano moltissimo in questo senso, dato che stanno svelando sempre più, giorno dopo giorno, i “segreti” che riguardano il funzionamento del nostro cervello.

Per analizzare e capire come il nostro cervello affronta le decisioni, tra razionalità e istinto, emozioni e sentimenti, Emergenetics organizza un convegno a Milano il 16 settembre: https://www.emergenetics.com/italy/come-decide-cervello/

 

Ferruccio Fiordispini è Country Manager Emergenetics Italia

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Hbr Italia

Caratteri rimanenti: 400