MONDO FORMAZIONE

Coltivare l’intelligenza umana nell’era dell’intelligenza digitale

CHIARA SUCCI

16 Dicembre 2019

L’intenso dibattito intorno all’intelligenza artificiale e alle sue “prodigiose” potenzialità sta portando a una riscoperta dell’umano. Se da un lato i robot porteranno precisione, velocità e forza, ci chiediamo se potremo davvero rinunciare a fantasia, intuizione e affezione.

 

Il rischio di affievolire le nostre capacità

Innanzitutto, bisogna sfatare il mito delle macchine  che ruberanno il lavoro agli esseri umani, a meno che non si svolga un singolo compito. Infatti, non vedremo mai un’eliminazione di massa dei nostri posti di lavoro, ma, invero, perderemo e modificheremo certamente parte delle nostre attività lavorative (Tse et al. 2019).

L’automazione andrà a cambiare i nostri comportamenti e il rischio è soprattutto che si possano indebolire alcune abilità, come la capacità di memorizzazione, l’attenzione al dettaglio, la precisione manuale e molte altre.

Per esempio, in futuro avremo a disposizione un numero crescente di dati, ma una capacità inferiore di leggerli e probabilmente a un ritmo più lento rispetto a quello di un algoritmo. Verrà spontaneo delegare le decisioni difficili e i compiti complessi a una macchina, con il pericolo di affievolire pensiero critico ed espressività. Potrebbe essere compromessa la nostra capacità di giudizio, con il rischio di affrontare i problemi in modo superficiale e istintivo, senza approfondire le cause e chiedersi il “perché” delle cose.

 

Il quesito morale, inoltre, sarà cruciale. I robot, da soli, non sono in grado di lavorare in maniera corretta ed etica. Di conseguenza, l’ingiustizia e la discriminazione potrebbero essere automatizzate. È necessario spostare il livello della discussione e passare da un piano meramente tecnico della questione a uno più ampio, coinvolgendo professionalità provenienti da diversi contesti e da diverse discipline.

Da un punto di vista organizzativo, i manager, ora, sono necessari più che mai. È tempo di ripensare la visione manageriale della rivoluzione industriale. La complessità del contesto ci impone di rivedere i modelli organizzativi, ma questa può essere un’opportunità per liberare l’autonomia e l'iniziativa delle persone (Morieux, 2018).

 

L’opportunità di sviluppare le competenze che portano realmente valore

In futuro le competenze cognitive – dalla risoluzione di problemi complessi alla capacità di relazione, dal pensiero strategico alla creatività e all’intelligenza emotiva – diventeranno sempre più importanti.

Il 40% delle decisioni sono prese grazie all’intuito del manager e non sulla base dell’analisi di dati. L’intelligenza artificiale non ha la sensibilità per gestire eventi e crisi imprevedibili: è quindi necessaria una maggiore consapevolezza della capacità umana di trovare scorciatoie cognitive, le cosiddette abilità euristiche, che ci permettono di attingere alla nostra esperienza quotidiana, per sopravvivere e superare ogni ostacolo (Viale, 2018).

 

È famoso l’esempio di un veicolo a guida autonoma, che si blocca davanti alla rotatoria di una trafficatissima città brasiliana, dove ogni giorno, da decenni, le macchine sfrecciano e si incrociano (quasi) senza problemi, andando in sette direzioni diverse. La macchina si ferma, perché non identifica una condizione di ingresso a rischio zero. L’uomo, invece, riesce a trovare la spinta per entrare, adattandosi al flusso e alla velocità, come un robot non potrà mai fare (forse).

Infine, la comunicazione, sempre più frequente e complessa, può essere supportata, facilitata, “aumentata”, ma mai realmente sostituita da un sistema di videoconferenza, perché, misteriosamente, l’ossitocina viene prodotta solo in un dialogo vis-a-vis. Senza ossitocina perdiamo il coinvolgimento emotivo, che porta, tra le altre cose, allo sviluppo fondamentale della fiducia.

 

Come sviluppare l’intelligenza umana?

Innanzitutto, bisogna prendere consapevolezza dei nostri talenti e dei nostri desideri. La persona stessa è responsabile della sua crescita e un’indagine, realizzata da PWC (2018), mette in evidenza come il 74% degli intervistati sia consapevole che è un proprio compito quello di aggiornare le proprie competenze, invece di affidarsi al datore di lavoro.

Inoltre, le imprese giocano un ruolo fondamentale nell’accrescerle. È importante che le organizzazioni chiedano agli uomini di esercitare la loro capacità di giudizio, libertà e affezione e non di lavorare solo sull’esecuzione di compiti, come dei robot,  in termini sia qualitativi sia quantitativi. Creare luoghi dove si possa sbagliare, ricominciare, innovare e costruire è il compito dei nostri manager e delle business school che li formano.

 

 

·       Morieux, Y. (2018) Bringing Managers Back to Work, Boston Consulting Group

·       PWC (2018) Workforce of the future. The competing forces shaping 2030

·       Tse, T., Esposito, M. & Goh, D. (2019) The AI Republic: Building the Nexus Between Humans and Intelligent Automation, Lioncrest Publishing.

·       Viale, R. (2018). Oltre il Nudge. Libertà di scelta, benessere e felicità, Bologna, Il Mulino.

 

 

Chiara Succi è Professore Associato di Organizational Behavior presso la ESCP Business School, dove è anche Direttrice Accademica del Bachelor in Management, per il campus di Torino. Ha conseguito un dottorato sull’innovazione della formazione aziendale presso l’Università della Svizzera Italiana. Ha tenuto in numerosi atenei in Italia e all’estero corsi di sviluppo della leadership, interpersonal e intercultural skills. Ha lavorato negli Stati Uniti al Masie Center e ha collaborato come consulente di direzione per alcune azienda italiane.

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