MONDO FORMAZIONE

Meno orientamento professionale, più Personal Branding

OSVALDO DANZI

12 Luglio 2019

Ritenere che un percorso di orientamento professionale possa essere la soluzione per un ricollocamento più immediato è sotto gli occhi di tutti che sia derubricabile a leggenda metropolitana. Il numero di manager accompagnati all’uscita in seguito a crisi o fusioni aziendali, ristrutturazioni e organigrammi sempre più compressi (e sempre meno complessi, in molti casi) è evidentemente esponenziale all’offerta di mercato. Un mercato che preferisce sostituire le competenze dei senior con l’entusiasmo dei junior che spesso non si rivela una scelta altrettanto brillante, ma tanto dobbiamo registrare.

Cresce, di conseguenza, la domanda di supporto al ricollocamento, che ha trasformato anche l’offerta delle classiche società di outplacement, attività inizialmente dedicata al ricollocamento di gruppi di lavoro su richiesta delle aziende clienti, cui si è unito il mercato del business coaching.

Senza entrare nel merito della qualità e quantità di questi percorsi, dell’eterogeneità delle proposte commerciali e di quelle operative, mi limiterei a spostare l’attenzione da quella che per molti è una soluzione passiva, come se ci si affidasse a un medico per curare una malattia sapendo che saranno i farmaci a fare tutto il lavoro. Una soluzione utile esclusivamente al rafforzamento del propio alibi di oggettiva impossibilità di trovare un lavoro illudendo se stessi e convincendo i vicini di aver fatto di tutto per cercarlo.

C’è poi una soluzione attiva, che invece richiede azione, riconversione delle proprie attitudini (in particolare quelle comunicative) e, in alcuni casi, una vera e propria presa di coscienza della propria comfort zone nel tentativo di superarla. Questa soluzione è il lavoro sul Personal Branding, disciplina ormai più che consolidata, supportata da diversi libri che hanno il pregio di non avere più di dieci anni (uno su tutti: Business Model You di Tim Clark in collaborazione con Alexander Osterwalder, il papà del Business Model Canvas tanto in auge negli ultimi anni, tradotto in italiano da Luigi Centenaro) che ha un forte legame con la comunicazione digitale e l’utilizzo delle piattaforme social. 

Una soluzione poco “gradita” a molti manager, in particolar modo a quelli della generazione X (ancora al confine fra analogico e digitale, sono coloro che hanno visto l’ultimo telefono a gettoni e il primo cellulare, l’ultima macchina da scrivere e il primo personal computer) per poi andare a ritroso, investendo in pieno la generazione analogica per eccellenza: quella dei baby boomers. Questa attività stride a volte con un concetto di dignità personale, creando veri e propri muri con strumenti che non riteniamo professionali forse perché materia privilegiata dei nostri figli e che tendiamo a considerare alla stregua di un gioco perditempo.

È proprio questo il salto culturale che è necessario operare. L’impegno aumenta soprattutto per coloro che (facendo un onesto esame di coscienza) hanno dato alle relazioni un valore effimero, puntando esclusivamente sul ruolo (e spesso sul “potere” esercitato dal ruolo) rappresentato in azienda, desertificando il terreno della curiosità e della conoscenza di nuove Persone e nuovi modelli di business, manager che si sono misurati solo sulla scala dei KPI, convinti che “tanto a loro non sarebbe mai capitato”. Poi, i tempi sono cambiati.

Il personal branding è una vera e propria costruzione della propria identità ai fini di una maggiore efficacia comunicativa della professionalità, su canali fino a ieri sconosciuti o poco battuti; è la trasposizione della propria immagine professionale sui social network (LinkedIn in primis, ma senza escludere Facebook e Twitter) e, nel caso di coloro con maggiori capacità di comunicazione, su piattaforme editoriali (Medium) e blog personali, necessaria per un manager, indispensabile laddove la libera professione diventasse un’alternativa concreta.

Una volta attraversato “il portale” che conduce al primo post, quel riquadro bianco in cui inserire un contenuto professionale ma al tempo stesso brillante, scritto con logiche lontane anni luce dal comunicato stampa aziendale, ma soprattutto che rispetti le regole del gioco tanto impalpabili quanto inflessibili, due terzi dei partecipanti lascia il campo di gioco tornando alla casella di partenza: l’alibi.

Eppure, se non abbiamo mai lavorato sulla nostra immagine quando avevamo ancora un’azienda, un brand sotto cui ripararci, a maggior ragione sarà ancora più difficile e impegnativo oggi.  E proprio per questo sarà necessario non solo comprendere il funzionamento tecnico di questi canali e le loro regole di ingaggio, ma ancora di più la creazione (o la condivisione) di contenuti idonei a rilanciare la nostra carriera.

Perché la parola d’ordine è proprio questa: differenziarsi. Affidereste mai a un unico operaio l’impianto elettrico della vostra casa, quello idraulico, la tinteggiatura e la costruzione di un muro portante?

Differenziarsi è l’obiettivo di un percorso spesso impervio, ma che porta risultati concreti se affrontato con una strategia di supporto. È il superamento naturale, ma innestato nel quotidiano, di un percorso obsoleto che ancora vede nel curriculum e nella lista di prospect il tentativo di reimmettersi in un mercato che viaggia a una velocità in cui le liste dei prospect risultano datate e il curriculum acquisisce un ruolo non all’inizio (i “curriculum spontanei” mandati a pioggia), ma alla fine del processo.

Un tema che non riguarda più solo i singoli nel loro percorso di riadattamento, ma anche le aziende. In questo caso si parla di Corporate Branding e, anche qui, le aziende che hanno capito il potenziale dei canali social hanno inserito all’interno dei percorsi di formazione il loro utilizzo con un doppio scopo: da un lato, consapevolizzare le risorse interne su un utilizzo corretto che non metta in imbarazzo l’azienda (ricordandoci che su LinkedIn, dopo il nostro nome e cognome c’è quello dell’azienda per cui lavoriamo) e, dall’altro, incentivare i propri collaboratori a essere ambasciatori convinti del brand.

Sarà Flixbus a Milano, il 17 settembre, a inaugurare la stagione della formazione sui temi del Personal Branding in collaborazione con la Business Community di FiordiRisorse. http://fdrscuderiaformazioneflixbus.eventbrite.it

 

 

Osvaldo Danzi è social recruiter di SCR Consulenza e Presidente di FiordiRisorse www.fiordirisorse.eu

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