MONDO FORMAZIONE

ALLENARE I 4 LIVELLI DI INTELLIGENZA ATTRAVERSO LA MINDFULNESS

ANNA PIACENTINI

25 Febbraio 2019

Tutti noi abbiamo sentito parlare, almeno una volta, di mindfulness o di meditazione. Quello che forse non tutti sanno è che questa pratica, nata in Oriente e successivamente “occidentalizzata” negli Stati Uniti, è una vera e propria “palestra” per la mente e ha effetti molto positivi nell’allenamento di competenze chiave nel contesto lavorativo. Pensiamo alla motivazione, all’intelligenza emotiva, alla capacità di concentrarsi e di essere orientati all’obiettivo, alla propensione alla collaborazione nonché alla capacità di mettersi nei panni dell’altro, ma anche alla coerenza etica, all’attenzione al benessere dei collaboratori, all’ascolto attivo.

Queste competenze incidono direttamente su performance personali, leadership, pensiero strategico, visione a lungo periodo, e anche nelle situazioni di vita quotidiana come l’esprimere coerenza, la capacità di ispirare e di farsi seguire, dare feedback, preoccuparsi della crescita come team prima che come singolo. Tutto questo si riassume in un impatto diretto anche sulla qualità della vita lavorativa, ovvero sulla cosiddetta felicità al lavoro: l’Happiness at Work.

Infatti alla base della felicità sul lavoro, come ricorda Alexander Kjerulf, uno dei massimi esperti della tematica, ci sono due fattori:

1.     La significatività del proprio ruolo, intesa sia come contributo personale (alimentata, ad esempio, dal ricevere feedback), sia come coerenza valoriale con il modello di business aziendale (coerenza etica del leader, visione strategica, attenzione alla crescita come gruppo ecc.)

2.     Qualità delle relazioni intesa, prima di tutto, come livello di fiducia nei confronti del management e dei colleghi (dove incidono direttamente, ad esempio, lo stile collaborativo, l’ascolto attivo, l’empatia, l’attenzione al benessere ecc.)

Quali sono gli anelli di congiunzione tra il benessere lavorativo e la meditazione in azienda? Per scoprirlo analizziamo il modello di allenamento creato da Alan Wallace – fisico, filosofo ed esperto di psicologia buddista – che, dalla fine degli anni ’70, si è appassionato allo studio della mente tanto da decidere di trasferirsi in India per dedicarsi allo studio e alla pratica del buddismo. È qui che inizia a unire la scienza occidentale con la conoscenza della mente orientale, arrivando a comprenderne meccanismi molto profondi. Dagli studi e dalla pratica arriva a creare il modello Cultivating Emotional Balance, che sottopone a rigorose prove scientifiche, dimostrando la diretta correlazione tra questa metodologia e l’effetto positivo su 4 livelli dell’intelligenza.

Alla base del modello Cultivating four kinds of intelligence c’è la consapevolezza che ogni nostro comportamento e ogni nostra decisione sono guidati da quattro livelli della mente e dalla loro interazione:

1.     Motivazionale: cosa ci spinge ad agire e quali sono i fattori che influenzano le nostre scelte professionali e personali

2.     Attenzionale: quanto riusciamo a essere concentrati nello svolgimento di un compito, delicato o monotono che sia

3.     Cognitivo: come interpretiamo il contesto che ci circonda e quanto riusciamo a utilizzare l’introspezione per comprendere comportamenti, situazioni e scegliere l’azione, o reazione, che avrà conseguenze più positive nel medio e lungo periodo

4.     Emotivo: quanto riusciamo a riconoscere e interpretare l’origine delle emozioni e a gestirle in senso costruttivo.

 

Scendendo nel dettaglio, scopriamo che il primo livello, quello motivazionale, in realtà si compone a sua volta di molti elementi. Ad esempio, ognuno di noi ha un sistema valoriale istintivo: ogni volta che viene toccato un nostro valore profondo, proviamo sensazioni specifiche e, di norma, emozioni forti di reazione. A questi valori innati se ne aggiungono altri che possono derivare dall’educazione, dal contesto in cui siamo cresciuti e dalle esperienze che abbiamo vissuto.

Questi valori sono alla base delle nostre scelte ma, soprattutto, sono alla base delle nostre azioni. Quante volte avete incontrato un collega che, di fronte a una criticità, ne faceva una questione di principio? L’incoerenza valoriale è ciò che può creare resistenze, conflittualità, distanze e demotivazione. Individuare quindi quali sono i nostri “inneschi” è fondamentale per poterli gestire. Infatti, la coerenza tra ciò che viviamo, l’impostazione che abbiamo dato alla nostra vita, il lavoro che facciamo e ogni altra sfera della nostra vita è ciò che genera benessere, energia e spinta motivazionale.

Cosa accade quando questo livello è sbilanciato? Quello che può accadere è che perdiamo il desiderio, possiamo sentirci infelici, provare la sensazione che ciò che facciamo non abbia senso e pian piano perdiamo energia e autostima. Di contro, lo sbilanciamento può anche essere legato al fatto che ci siamo scollegati dai nostri desideri profondi e abbiamo perso il legame con i nostri valori. È allora che ci immergiamo nel lavoro 14 ore al giorno, dimenticandoci dei nostri figli, dei nostri genitori, di noi stessi, rischiando di fare scelte non etiche e soffocando la nostra saggezza interiore.

Nella metodologia di Wallace, il modo migliore per riportare equilibrio a questo livello è utilizzare la meditazione come guida verso la riscoperta delle nostre vere ambizioni, di ciò che istintivamente vorremmo realizzare, di ciò per cui vorremmo essere ricordati, della traccia che vorremmo lasciare della nostra esistenza.

 

Il secondo livello di intelligenza che possiamo allenare attiene alla capacità di portare attenzione e si sviluppa sia verso noi stessi sia verso l’esterno:

·       interiormente significa cogliere ogni piccolo dettaglio, ogni cambiamento, ogni fattore che si muove dentro di noi per imparare a governarlo e non farci controllare senza consapevolezza;

·       verso l’esterno si configura come capacità di mantenere la concentrazione rispetto al compito che stiamo eseguendo senza farci distrarre e senza farci tentare dal multitasking.

L’attenzione, o focus, è quindi il nostro strumento, il cannocchiale con cui possiamo cogliere ciò che si muove e conquistare la nostra libertà di scelta. L’allenamento viene realizzato attraverso la tecnica di mindfulness più diffusa, ovvero l’osservazione del respiro. Il respiro è un alleato prezioso e un grande maestro in questo percorso: è sempre con noi, da esso dipende la nostra vita e al tempo stesso è il più grande e radicato automatismo. Portare l’attenzione al respiro significa quindi allenare la nostra capacità di notare i nostri automatismi. Quante volte siamo consapevoli del nostro respiro? È veloce? È lento? È lungo? È corto? È toracico o addominale?

Sviluppare la capacità attenzionale è il segreto per allungare il tempo a nostra disposizione; inoltre, aumenta la qualità del nostro lavoro: ogni volta in cui il livello di focalizzazione è elevato riusciamo a sviscerare e chiudere molte più attività rispetto a quando lavoriamo in multitasking o, ad esempio, lasciamo WhatsApp o la posta elettronica aperti sul Pc mentre stiamo lavorando a una relazione.

 

Il terzo livello che possiamo imparare ad allenare è l’intelligenza cognitiva: la capacità di vedere la “realtà” per quello che è, di coglierne le caratteristiche, di osservarla in modo distaccato, di riconoscere gli inganni della mente, di fare i conti con ciò che consideriamo noto e che invece nasconde sempre una parte di ignoto. Tutti noi riconosciamo di subire dei condizionamenti, ma spesso ci illudiamo di sceglierli, o di avere imparato a conviverci o, ancor di più, a gestirli.

Nella quotidianità, quante volte davanti a una scelta ci fermiamo a chiederci: quali sono i condizionamenti che mi spingono a pensare in questo modo? Cosa sto dando per scontato? Cosa non vedo?

È molto più semplice farci guidare dagli automatismi, dalla fiducia in noi stessi e nella nostra capacità di giudizio. Tanto semplice quanto pericoloso: sono proprio gli automatismi e la troppa confidenza nella nostra interpretazione delle cose che creano spesso fraintendimenti e conflitti sia a livello personale sia, a maggior ragione, professionale.

Come possiamo verificare se siamo veramente in grado di gestire queste situazioni o se ci sono elementi che non abbiamo nemmeno mai visto? Wallace suggerisce di allenare l’utilizzo dei singoli sensi, per sperimentare quanto la nostra mente tenda a etichettare in automatico, togliendoci la capacità di analizzare senza preconcetti. Si può con la pratica, attraverso altre forme di allenamento, osservare lo scorrere dei nostri pensieri e imparare a prendere una distanza da essi, per metterli in discussione e aprire una breccia verso una scelta “libera”.

 

Infine abbiamo l’ultimo livello di intelligenza: quella emotiva, ovvero la capacità di riconoscere come si sviluppa un processo emotivo, quali sono i trigger che lo innescano, quali sono i segnali del corpo che possono avvisarci e come possiamo disinnescare la tendenza ad avere reazioni istintive. In questo caso l’allenamento, oltre a lavorare sul riconoscimento fisico delle emozioni, si spinge fino a:

·       allenare le capacità di entrare in empatia;

·       guardare le situazioni con equidistanza e disponibilità;

·       aiutare a mantenere un atteggiamento aperto anche a fronte di provocazioni e sfide.

In pratica, stiamo parlando di allenare la nostra intelligenza emotiva attraverso il riconoscimento dei nostri meccanismi emotivi e, di conseguenza, a riconoscere quelli altrui. In questo modo ci si abitua all’osservazione, all’analisi delle situazioni, nonché a leggere i segnali che possono portarci a inquadrare meglio il contesto di una riunione, di un ufficio, di una relazione professionale di qualunque tipo.

Questa, in sintesi, la metodologia di Alan Wallace. Chi volesse approfondirla potrà incontrare Wallace il 2 aprile a Bologna all’evento Genuine Happiness at Work: www.genuinehappinessatwork.com.

Anna Piacentini è CEO di People3.0 e partner italiana dell’International Network Happiness at Work creato da Woohoo Inc.

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