LE NUOVE SCUOLE DELLE AZIENDE SARANNO LARGHE ED ORIZZONTALI

Gregorio Di Leo

06 Luglio 2018

Ciò che intendiamo per “apprendimento” dice moltissimo di noi.

Il filosofo John Dewey amava dire “L’educazione non è preparazione alla vita; l’educazione è la vita stessa”. E cosi, quello che crediamo sia solo una forma di preparazione al mondo diventa il mondo stesso.

L’educazione dice di un popolo, della sua cultura, della posizione che attribuisce a se stesso e la sua visione del futuro. Il nostro modello educativo moderno, ad esempio, si basa prevalentemente sul paradigma scientifico-razionale. In questo paradigma meccanicistico, come in una fabbrica, le scuole sono luoghi con confini chiari e ben definiti. Hanno regole e codici di condotta, sono basate sui principi di conformità e standardizzazione, secondo i quali a tutti gli studenti sono insegnate le stesse cose, e questi a loro volta sono ordinati secondo scale e punteggi. Come in una catena di montaggio, gli studenti passano da un’aula all’altra per essere istruiti in diverse discipline separate.

Per un periodo di tempo variabile, gli studenti accumulano una certa quantità di risorse educative (competenze, conoscenze, informazioni…) che poi vengono rilasciate progressivamente nel tempo durante il proprio impiego nel mondo del lavoro. I lavoratori, come i prodotti che costruiscono, diventano anche materiale soggetto a obsolescenza.

L’assunto generale che ci sia una linearità tra l’apprendimento e la successiva possibilità di impiego spinge la scuola a dare priorità a quelle materie che sono più spendibili all’interno del sistema. Il confronto con macchine sempre più intelligenti, la velocità del mercato e la globalizzazione, stanno però mettendo in crisi questo paradigma. L’assunto di fondo che, aumentando gli standard educativi, tutti quanti troveranno un lavoro sta esalando gli ultimi respiri. Quando tutti hanno una laurea o un PhD è una legge di mercato che ogni titolo perda di valore.

Come Sir Ken Robinson, crediamo oggi si debba ripensare il concetto stesso di scuola e abbracciare un paradigma di apprendimento largo e orizzontale. Il confronto con macchine sempre più intelligenti, la velocità del mercato e la globalizzazione, stanno oggi mettendo in crisi il vecchio paradigma educativo industriale. Le società, le imprese, le organizzazioni, gli individui hanno bisogno di imparare continuamente, aumentare costantemente il proprio livello di immaginazione, creatività e innovazione ma soprattutto di metterlo in relazione. Per farlo hanno bisogno di nuovi flussi, una maniera diversa di far circolare la conoscenza, e trasformarla in idee concrete.

Alle scuole chiuse, segmentate e divise (retaggio dell’immaginario industriale), e poi replicate anche all’interno delle cosiddette “Corporate Academy”, si affiancheranno quelle larghe e orizzontali.

Nelle scuole larghe e orizzontali non ci saranno aule ma spazi di apprendimento continuo, luoghi aperti e multidisciplinari che nutrono la creatività, il dialogo e lo scambio sociale come strumento di crescita e avanzamento sia individuale sia collettivo.

Le scuole larghe ed orizzontali nascono con questo scopo. Nelle scuole larghe e orizzontali:

  • - non ci sono più compiti ma progetti da sviluppare;
  • - non ci sono più materie ma esperienze;
  • - non ci sono divisioni ma contaminazioni tra ambiti diversi (materie, funzioni, specializzazioni…);
  • - non si punta all’accumulo di sapere individuale ma sullo sviluppo di intelligenze collaborative condivise che creano insieme il nuovo;
  • - non ci si focalizza sulle risposte ma sul continuo reframe (re-inquadramento) delle domande che produce avanzamento;
  • - non si punta a sviluppare prodotti o servizi, ma relazioni e significati;
  • - non si cresce in altezza ma si punta alla larghezza;
  • - non si formano specialisti, ma si diventa persone speciali.

Questo modello non sostituisce completamente i vecchi modelli di apprendimento, ma li va a integrare.

Come afferma Piero Dominici,  docente di Comunicazione pubblica e Attività di Intelligence presso l’Università degli studi di Perugia, «il futuro sarà delle “figure ibride”, dei “manager della complessità”, di chi saprà abitare quelli che oggi consideriamo come limiti e confini tra i saperi. Il “grande equivoco” dell’educazione nella civiltà ipertecnologica è proprio quello di pensare che siano necessarie un’educazione e una formazione squisitamente di natura tecnica e/o tecnologica; proprio il contrario di ciò di cui avremmo e avremo disperatamente bisogno».

È un nuovo tipo di scuola, dentro e fuori l’azienda, quella che sta già per nascere. Dei non-luoghi aperti che favoriscono la crescita continua della dimensione relazionale, sociale, emotiva (larghezza); figure ibride che sappiano fare da ponti e traduttori tra saperi diversi (orizzontalità). Persone speciali, con più anime, tanti cuori e intelligenze multiple.

L’avevamo detto no? Educazione dice molto di noi.

Gregorio Di Leo, psicologo esperto di Leadership e Risorse Umane, coach formato al CTI di Londra (Coaching Training Institute) è Founding Partner di Wyde. È stato il direttore della Faculty di Fondazione Istud e tra il 2016 e il 2017 Senior Consultant presso la multinazionale Olandese Randstad. Come consulente aiuta individui e organizzazioni ad agire in maniera coraggiosa, abbandonare le zone di comfort e conseguire risultati migliori.

Docente presso la Business School cinese Tsinghua University e presso la Links Community in Danimarca, nel corso della sua carriera ha aiutato direttamente un ampio numero di aziende, gruppi e imprenditori a sviluppare progetti di cambiamento.

5 volte Campione del Mondo di Kick Boxing, ha condotto seminari in Italia, Norvegia, Grecia, Inghilterra, Belgio, Germania, Korea, Cile, Brasile, Canada, USA.

Di Leo ha seguito diverse specializzazioni sul tema della organizational leadership, della strategia, dello sviluppo personale e dell’allenamento mentale negli Stati Uniti presso la Boston University e la Wharton Business School.

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