SOSTENIBILITÀ

“Dovrà essere la cosa più incredibile che l’umanità abbia mai fatto”

Una conversazione con Bill Gates, co-fondatore di Microsoft e filantropo

Marzo 2021

“Dovrà essere la cosa più incredibile che l’umanità abbia mai fatto”

Bill Gates, dopo avere costruito un patrimonio netto di ben oltre 100 miliardi di dollari, ha dedicato le sue energie e i suoi dollari per cercare di risolvere alcuni dei problemi più pressanti del nostro tempo: HIV/AIDS, tubercolosi e malaria, Covid-19. Si è anche fortemente concentrato sul cambiamento climatico e ha appena pubblicato un nuovo libro, How to Avoid a Climate Disaster, nel quale sostiene, con argomentazioni molto decise, che il mondo deve arrivare a zero emissioni di carbonio entro il 2050. Sottolinea con chiarezza che, per quanto difficile, questo obiettivo può essere raggiunto, specie se troviamo i modi per stimolare l'innovazione “verde”. Gates ha recentemente incontrato, nel suo ufficio di Seattle, il direttore dell’edizione internazionale di HBR, Adi Ignatius. Ecco una un ampio estratto di quella conversazione.

 

Ci sono già molti libri sull’urgenza della sfida climatica. Perché affrontare l’argomento proprio ora?

I millennial hanno fatto sì che, anche di fronte alla pandemia Covid-19, si presti attenzione al cambiamento climatico. Nelle recenti elezioni americane, molti candidati hanno fatto della questione una priorità. Quindi abbiamo un impegno. Ma abbiamo davvero un piano per arrivare a zero emissioni di carbonio? Voglio con il mio pensiero dare un contributo per mostrare ciò che è necessario per sviluppare le scoperte di cui abbiamo bisogno per arrivarci.

 

Il libro sembra contrapporre la terribile minaccia del cambiamento climatico alla sua propensione all’ottimismo. Qual è l’idea principale che vorrebbe che i lettori portassero via?

Il fatto è che arrivare a zero emissioni di carbonio è più difficile di quanto la gente possa pensare. Il pianeta  rilascia circa 51 miliardi di tonnellate di carbonio all’anno. Quando le persone pensano a come le si possa ridurre, tendono a concentrarsi sulle cose più ovvie, come usare fonti rinnovabili per la generazione di elettricità, o elettrificare le automobili. Ma dobbiamo fare progressi in altre grandi aree, come nella produzione di cemento e calcestruzzo con basse emissioni. E dobbiamo assicurarci che le politiche pubbliche, i comportamenti delle aziende e le abitudini di consumo personale contribuiscano alle soluzioni.

 

A che punto siamo nella strada per arrivare a emissioni zero entro il 2050?

Se si ignorano gli effetti temporanei di riduzione derivanti dalla pandemia e dalla crisi economica, non siamo affatto sulla buona strada. Le emissioni continuano a salire. Per arrivare a zero entro il 2050, avremo bisogno di diminuzioni molto importanti in ogni categoria, anno dopo anno.

 

Lei scrive che, se anche riuscissimo a dimezzare le emissioni di carbonio, questo rinvierebbe solo – ma non impedirebbe – una catastrofe climatica. C’è qualche precedente per una transizione di questa portata?

Un cambiamento di questa portata non è mai avvenuto prima. Dovrà essere la cosa più straordinaria che l’umanità abbia mai fatto. Fare un vaccino per il coronavirus è stato veloce, ma era un compito molto più facile. È stato realizzato capitalizzando sugli investimenti che la Fondazione Gates e altre organizzazioni hanno fatto negli ultimi dieci anni nell’approccio basato sul mRNA. Per il clima, è importante che non spendiamo soldi solo per ridurre, diciamo, l’uso dell'elettricità del 15%. Dobbiamo investire nelle innovazioni che faranno davvero la differenza.

 

Se non possiamo arrivare a zero, cosa succede?

Succede che la temperatura continuerà a salire. Gli ecosistemi naturali come le barriere coralline e l’Artico scompariranno. Se possiedi terreni agricoli in Canada, in realtà avrai più raccolti perché sarà più caldo. Ma se i tuoi terreni agricoli sono in Texas o in Messico, le cose andranno parecchio male. Colture come il mais semplicemente non cresceranno più lì. E per gli agricoltori a livelli di sussistenza che vivono vicino all’Equatore – in alcune parti dell'Africa, per esempio – sarà disastroso. Non avranno abbastanza cibo per sopravvivere.

 

Lei scrive che, entro la metà del secolo, il cambiamento climatico potrebbe causare cinque volte più morti di Covid-19, con un effetto economico molto più devastante. Il Covid è stato un disastro in tempo reale. Eppure, anche se le morti e la devastazione sono state sotto i nostri occhi, si potrebbe dire che la risposta abbia fallito. Quindi come risponderemo agli effetti più “astratti” e lenti del cambiamento climatico?

Nel caso della pandemia, se gli Stati Uniti avessero preso le misure che io e altri abbiamo suggerito quando abbiamo avvertito del pericolo, saremmo stati ai livelli di Australia o Giappone, con un numero molto modesto di morti. Rispondere al cambiamento climatico è più difficile perché la quantità di innovazione necessaria è molto più grande e, come lei dice, gli effetti negativi sono molto lontani nel futuro. Con la pandemia, era incerto l’anno in cui sarebbe arrivata. Avrei potuto passare tutta la mia vita senza vederne una. Con il cambiamento climatico possiamo garantire che gli effetti negativi ci saranno. Ci sono ancora domande come, per esempio, se il riscaldamento globale toccherà i quattro o i cinque gradi. Ma il disastro è assicurato, a meno che non riduciamo le emissioni in modo molto, molto drastico.

 

C’è anche il problema del negazionismo del cambiamento climatico. Di recente ho parlato a una riunione di investitori e li ho invitati a rivolgermi delle domande che sono state proiettate su uno schermo, in modo che il pubblico potesse votare per quella in cui si riconosceva di più. La domanda più frequente è stata: “Il cambiamento climatico è reale?”. Si trattava, in questo caso, di persone di successo, istruite, con accesso a tutta la conoscenza possibile, eppure non convinte del cambiamento climatico. Cosa dobbiamo pensare in un caso come questo?

Fortunatamente, il negazionismo sta diminuendo. Non ci sono più aziende che, per proprio interesse, cercano di dare voce all'incertezza. Ma abbiamo due problemi. Primo, ci sono ancora dei negazionisti, e dobbiamo cercare di convincerli, in parte magari minimizzando il costo di ciò che facciamo per scongiurare il cambiamento climatico. Secondo, dobbiamo mostrare a queste persone quanto la sfida sia impegnativa. Non si tratta solo di testardi dirigenti del petrolio e delle utility. E non possiamo fare progressi significativi semplicemente disinvestendo azioni qua e là e forse usando un po’ meno questa o quella risorsa.

 

Qual è il pubblico più interessato al suo libro? Le persone che credono che il cambiamento climatico sia reale ma non capiscono cosa occorrerà per fare davvero la differenza?

Sì, è per le persone che pensano che sarà una cosa facile. O che pensano che abbiamo solo bisogno di identificare l’uomo nero dietro il problema. Ciò di cui abbiamo davvero bisogno è molta scienza. Abbiamo bisogno di aumentare i budget dedicati alla R&S, di attingere ai talenti che abbiamo nelle università e nei laboratori. E abbiamo bisogno di aumentare i finanziamenti per tutto questo. Il venture capital finora ha avuto una cattiva esperienza con gli investimenti verdi. Abbiamo bisogno di attingere a capitali ad alto rischio che siano strutturati per la natura a lunghissimo termine dei prodotti di cui necessitiamo.

 

Il negazionismo sul clima può diminuire, ma gli sforzi di cui parla richiederanno un consenso che attualmente non esiste. Come sa bene, esiste nelle nostre società una forte corrente anti-scienza e anti-esperti che occorre tenere in considerazione.

Credo che saranno sempre di più le persone si avvicineranno a mano a mano che vedranno intensificarsi gli incendi nei boschi e gli uragani che derivano, almeno in parte, dal cambiamento climatico. Penso che i giovani abbiano già un orientamento di maggiore apertura relativamente agli investimenti a lungo termine di cui abbiamo bisogno, perché si preoccupano di capire in quale tipo di mondo vivranno in futuro. Ma dobbiamo anche evitare che questo sforzo tolga risorse ad altre cose importanti che il Governo finanzia.

 

Lei ha coniato l’espressione “premio verde” per identificare l’importo extra che dobbiamo pagare per i sostituti a emissioni zero di carbonio dei prodotti esistenti. Se il premio verde è basso, saremo indotti ad adottare il sostituto. Se è alto, dovremo indirizzare in quella direzione la R&S e gli investimenti.

L’indicatore chiave, nel cercare di arrivare a emissioni zero, è quanto riusciamo a far scendere questi premi a un livello accettabile. Se seguiamo il percorso delle innovazioni che li stanno facendo calare, questo ci può dare un’idea se arriveremo o meno al traguardo delle emissioni zero. Se questo non accade, dovremo aumentare ancora di più gli investimenti in R&S per creare nuovi prodotti. E una volta che i mercati per questi prodotti avranno raggiunto una certa scala, questo aiuterà a guidare le cose al livello successivo.

 

Quanto pesa l’elemento politico? Negli Stati Uniti abbiamo avuto un presidente che emetteva ordini per proteggere l’ambiente seguito da un altro che dava ordini per eliminare le protezioni. Se non c’è unità d’intenti, come ci arriveremo?

Più si guarda alla politica, più si capisce che l’approccio basato sulla forza bruta per far pagare questi premi verdi non è sostenibile. L’innovazione è l’unico modo per risolvere la questione. Sì, abbiamo bisogno di buone politiche. Abbiamo bisogno di un budget di R&S più alto. E abbiamo bisogno di una carbon tax e di altre misure per ridurre la domanda di energia. Ci sono stati grandi benefici fiscali per investire in pannelli solari – una politica che è sopravvissuta ai cambi delle amministrazioni. Quegli incentivi hanno aiutato ad abbassare la curva di apprendimento fino al punto in cui la necessità del sussidio è quasi scomparsa. Quel denaro può ora essere messo nelle aree successive, come la carica delle batterie, il carburante per aerei, l’acciaio e il cemento. La politica sarà importante, ma i trilioni di dollari di investimenti che i candidati hanno proposto prima delle elezioni americane nel 2020 non è probabile che emergano. Spendere quel tipo di denaro comporta sacrifici troppo grandi. Abbiamo bisogno di un piano che possa costare delle decine di miliardi, non migliaia di miliardi, e che promuova l’innovazione.

 

Quindi, al fondo della questione, si tratta solo di innovazione?

Senza innovazione non credo che possiamo evitare il disastro climatico. Se mi dici che la scienza è congelata e devi solo decidere politicamente di fare i giusti compromessi, non funzionerà. Non si può convincere l’India, per esempio, a fermare le sue emissioni quando gli altri Paesi non lo fanno. Non possiamo risolvere il problema senza innovazione. Spendere decine di miliardi per l’innovazione è una percentuale abbastanza modesta di un bilancio pubblico e credo che si possa ottenere un consenso bipartisan per andare in questa direzione, indipendentemente dal partito al potere.

 

Come si fa ad aumentare l’offerta di innovazione?

Esistono diversi modelli. In campo medico, gli Stati Uniti spendono circa 40 miliardi di dollari l’anno per i National Institutes of Health. Questo ha portato a enormi progressi nel trattamento del cancro e in altre aree, e un sacco di aziende con sede negli Stati Uniti fabbricano i prodotti che sono venuti fuori dalla ricerca. Penso che ora ci sia qualche possibilità di sostegno bipartisan nel Congresso per maggiori ricerche sul clima. Il passo successivo è far entrare il capitale di rischio. Ho aiutato a creare Breakthrough Energy Ventures, un fondo guidato da un investitore che guarda alle università e ai laboratori per scoprire quali progetti sono pronti per la fase dello sviluppo. È un approccio più lungimirante e più paziente del tipico orientamento da venture capital, e questo aiuterà ad accelerare il percorso dai laboratori al mercato.

 

Lei ha sostenuto, nel corso degli anni, quanto l’energia nucleare sia fondamentale per creare un futuro senza carbonio. Il suo libro tocca però questo argomento con una certa parsimonia. È perché dubita della volontà, in particolare negli Stati Uniti, di perseguire seriamente l’energia nucleare?

La generazione di elettricità è un obiettivo complesso, data la natura intermittente delle fonti pulite come il vento e il sole. Un modo per affrontare questo problema sarebbe di fare un miracolo nello stoccaggio di energia, con batterie 20 volte migliori rispetto a ciò di cui disponiamo oggi. È, purtroppo, possibile che non si riesca a raggiungere questo obiettivo. In alternativa, si potrebbe fare affidamento sulla fusione nucleare, anche se questa ha un enorme problema di accettazione sociale in termini di sicurezza, e i reattori che sono stati costruiti si sono rivelati troppo costosi e antieconomici. Ma l’energia deve venire da qualche parte. E sì, non volevo che il libro si presentasse come una promozione di TerraPower [una società di progettazione di reattori nucleari co-fondata e presieduta da Gates]. Naturalmente, tutti i soldi che ne ricaverò andranno alla Gates Foundation; non è che i soldi scarseggino. Nel libro ho voluto mantenermi neutrale sui diversi percorsi possibili verso un’energia più pulita.

 

Tornando al cambiamento climatico, esiste un punto di non ritorno?

Non c’è un momento in cui all’improvviso il mondo prende fuoco e finisce. È solo una questione di quante persone moriranno e quanti ecosistemi scompariranno. A un certo punto l’Amazzonia si desertificherà e diventerà una savana. Alla fine non ci saranno più ghiacci artici o orsi polari o barriere coralline. Ci saranno delle coltivazioni che spariranno. Le persone che parlano di cambiamento climatico spesso affermano che si arriverà a qualche mitico punto di rottura, ma in realtà non lo sappiamo. Sappiamo solo che, se si ignora il cambiamento climatico, questi tipi di tragedie ambientali e umane alla fine si verificheranno. Un fatto triste è che i ritardi che si sono accumulati sono di tale portata che, anche una volta che si portano le emissioni a zero, le temperature non diventeranno più fresche per circa due decenni. È piuttosto improbabile che io possa essere vivo in un anno che sia più freddo del precedente.

 

Come si fa a garantire che lo sforzo diventi veramente globale?

La parte difficile è che, anche se i Governi dei Paesi ricchi vanno d’accordo, dovremo fare in modo che anche i Paesi meno ricchi lo facciano. Le persone nei Paesi in via di sviluppo meritano di avere più ripari, più elettricità e la possibilità di muoversi. Posti come l’India hanno ancora bisogno di una maggiore quantità di servizi ad alta intensità di emissioni per creare uno stile di vita decente per le loro popolazioni. Quindi è compito dei Paesi ricchi – in particolare degli Stati Uniti, che hanno così tanto potere d'innovazione – investire e trovare approcci per portarci a zero.

 

Cosa possono fare le singole aziende per spostare l’ago della bilancia?

I datori di lavoro dispongono di un forte potere d’acquisto. Possono comprare carburante pulito per le loro flotte. Possono investire capitale in aziende innovative ad alto rischio. E possono fare in modo di non frenare il progresso.

 

E i grandi investitori istituzionali? Se si tirano fuori dal carbonio, questo non aiuterà?

Non del tutto. Spostare il capitale dai combustibili fossili può essere una buona cosa di cui parlare ai cocktail party. Ma la gente smetterà di usare il cemento perché qualche tizio di Wall Street sta disinvestendo? Qual è la teoria? Non c'è nessuna connessione. Se, per contro, le grandi aziende investono invece di disinvestire – se finanziano innovazioni ad alto rischio connesse ai premi verdi – allora si crea un vantaggio generale.

 

E cosa spera si possa ottenere dai Governi?

Nelle democrazie occorre che i cittadini si preoccupino e promuovano le idee verdi così che i politici sentano di avere un mandato per lavorare in queste aree. Se i Governi non creeranno una domanda di nuovi prodotti – per esempio, permettendo l’introduzione di nuove certificazioni per un acciaio che utilizzi meno carbonio – non riusciremo ad arrivare a zero emissioni in 30 anni.

 

Cosa possono fare gli individui per fare la differenza?

Possono comprare prodotti puliti come l’Impossible Burger o le auto elettriche. Possono cercare di usare meno materiali. Possono cambiare i loro consumi in modo che i prodotti puliti possano raggiungere una scala maggiore e i loro costi scendere. E possono far sentire le loro voci per eleggere i politici che sono disposti a creare le politiche e finanziare la R&S di cui abbiamo bisogno. Se dovessi esprimere un desiderio per gli Stati Uniti, sarebbe che spendere le decine di miliardi necessari per l’innovazione arrivi a rappresentare una priorità trasversale ai partiti. Abbiamo bisogno di persone che lo richiedano con forza.

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