Le interviste di HBR Italia

Pandemia, sistemi sanitari e ruolo della diagnostica

A un anno dallo scoppio della pandemia Covid-19 è possibile trarre i primi insegnamenti per i sistemi sanitari, le aziende del settore e i loro leader. È anche possibile incominciare a delineare gli scenari futuri, scenari in cui la diagnostica avrà un peso crescente.

HBR Italia ne ha parlato con Katia Accorsi e Guido Bartalena, rispettivamente Commercial Director e Healthcare & Market Development Director di Roche Diagnostics Italia.

Intervista di Paolo Cervini a Katia Accorsi e Guido Bartalena di Roche Diagnostics Italia

Marzo 2021

Pandemia, sistemi sanitari e ruolo della diagnostica

Dal vostro punto di osservazione privilegiato, che cosa la pandemia ha insegnato e sta insegnando ai sistemi sanitari di tutto il mondo?

La pandemia ha innanzi tutto reso evidente un fatto: l'assistenza sanitaria non può essere vista solo come un costo. Si tratta di un investimento importante per la prosperità di un Paese e per la società nel suo complesso.

Non è un tema di investimenti in valore assoluto, anche perché i costi della sanità sono già elevati e in alcuni casi difficilmente sostenibili. Si tratta invece di investire meglio, con qualità.

La pandemia ha anche creato molta più consapevolezza su quanto sia importante l'infrastruttura diagnostica per permettere un buon funzionamento dei sistemi sanitari.

I progressi scientifici nella prevenzione e nella diagnostica potranno aiutare a salvare milioni di vite anche quando non saremo in mezzo a una pandemia. I governi devono agire su questi obiettivi a lungo termine.

La pandemia ha quindi rappresentato una sorta di “stress test” per gli attuali sistemi sanitari, evidenziandone le principali criticità. Da questo punto di vista, gli insegnamenti potranno risultare molto preziosi per tutti gli attori coinvolti.

Ad esempio nel caso italiano, dove abbiamo eccellenze in varie aree del Paese, la forte decentralizzazione della sanità e la frammentazione degli interlocutori ha reso a volte complessa la gestione della crisi e il coordinamento delle attività.

Infine, la pandemia può anche rappresentare una grande occasione per effettuare un salto in avanti decisivo in termini di infrastrutture, in particolare digitalizzazione e territorialità.

 

Cosa la pandemia sta invece insegnando alle aziende private del settore Life Science?

Le attese nei confronti delle aziende private del nostro settore sono cresciute in modo significativo. Così come il senso di responsabilità collettivo.

Il concetto di “Purpose”, a volte percepito come teorico, ha assunto una drammatica concretezza e urgenza fra tutti noi, soprattutto nelle prime fasi dell’emergenza. Nonostante le modalità di lavoro a distanza, questo “Sense of Purpose” ha permesso di operare in modo più rapido ed efficace. Ed ha anche rafforzato il comparto: l’obiettivo era (ed è ancora) risolvere una pandemia globale, indipendentemente dalla singola azienda.

La pandemia ha anche obbligato le aziende del settore ad affrontare temi complessi come quello della disponibilità delle forniture o quello del pricing equo ed etico. Da questo punto di vista Roche ha cercato di garantire equità a livello mondiale con un’unica pricing policy globale.

La pandemia ha poi chiaramente dato evidenza al settore della diagnostica. Screening, monitoraggio, diagnosi precoci possono avere un impatto enorme sulla salute della popolazione e sui costi sanitari complessivi.

 

Se guardate al vostro caso specifico, ossia a Roche, quali sono stati gli impatti?

Come per tutte le aziende, anche nel nostro caso si è trattato di una sfida veramente complessa, soprattutto nella gestione ordinaria.

Da un punto di vista strategico, la pandemia ha invece rafforzato la direzione di fondo di Roche, spingendo anzi ad accelerarla. Eravamo già impegnati nelle malattie infettive, ma sicuramente il Gruppo ha aumentato gli investimenti, sia in R&D che nella produzione su larga scala.

C’è e ci sarà una maggiore richiesta di diagnostica e dobbiamo assicurarci di soddisfare tale richiesta, sia in termini di quantità che di nuovi biomarcatori: ci sono tante patologie che necessitano (ancora) di strumenti diagnostici accurati per arrivare a una diagnosi più precisa e più veloce.

La pandemia ci sta anche dando maggiore consapevolezza del ruolo che possiamo e dobbiamo esercitare, al fianco dei decisori, per aiutare la trasformazione dei sistemi sanitari. Roche può infatti mettere in campo una presenza lungo l’intero percorso di cura, dall’esame diagnostico alle cure farmacologiche, dalla prevenzione al trattamento e al monitoraggio.

 

E dal vostro punto di vista personale di manager, cosa è cambiato?

Il modo di lavorare, innanzi tutto. La comunicazione interna è cambiata, soprattutto da parte della leadership. Comunicazione virtuale, ma molto più frequente e informale, ad esempio attraverso Town Hall e Check-In.

Internamente si è rafforzato lo smart working come alternativa al lavoro di ufficio. Come manager siamo spesso riusciti ad avvicinarci ai colleghi anche grazie al fatto che noi siamo entrati nelle loro case e loro nelle nostre.

Nonostante le difficoltà del lavoro da remoto, l’innovazione non si è fermata. Anzi, il processo di sviluppo del prodotto è stato rivisto e migliorato. Per necessità abbiamo dovuto ideare nuove soluzioni che ci hanno permesso di accorciare i tempi in modo drastico, mantenendo comunque livelli qualitativi eccellenti.

All’interno di Roche da alcuni anni stavamo sperimentando le cosiddette “New Ways of Working” e l’agilità organizzativa. Di conseguenza, questi mesi sono stati un banco di prova straordinario per mettere a terra questi principi e metodi.

Da un punto di vista “esterno”, le istituzioni si sono avvicinate al privato e questo ha rappresentato un grande motivo di orgoglio. Adesso siamo sempre più considerati come partner e c’è più apertura alle collaborazioni pubblico-privato per creare innovazione. Abbiamo l’ambizione che questo percorso continui anche al termine della pandemia perché c’è ancora tanta innovazione che possiamo portare e co-creare con il sistema sanitario.

 

A questo proposito, andando oltre il Covid-19, quale evoluzione vedete per i sistemi sanitari?

I sistemi sanitari dovranno considerare sempre di più il valore delle soluzioni, oltre al mero costo. È necessario un cambio di paradigma: “valore” significa migliori risultati per i pazienti e riduzione della spesa sanitaria.

Da questo punto di vista si accelererà l’implementazione del framework strategico e gestionale del Value Based Healthcare. Si tratta di un percorso non semplice, che richiede ad esempio la definizione di sistemi di finanziamento basati sui percorsi dei pazienti, rispetto a quelli tradizionali basati sui budget a silos.

Da questo punto di vista il Value Based Healthcare aiuterà a focalizzarsi sul miglioramento degli esiti e in generale sull’innovazione.

Tutto questo sarà possibile solo se si svilupperà una cultura del dato e una visione strategica di lungo termine. Soprattutto nel caso dell’Italia, si tratta di due passaggi non così scontati, su cui sarà quindi necessario porre grande attenzione.

 

Perché la diagnostica può svolgere un ruolo così importante?

La diagnostica rappresenta un anello chiave nel Value Based Healthcare perché da sempre fornisce e interpreta i dati. Quei dati che sono necessari alla diagnosi di una patologia e al monitoraggio degli esiti.

Sembra scontato, ma ogni trattamento parte con una diagnosi e per ogni diagnosi nella stragrande maggioranza dei casi serve la diagnostica.

La diagnostica (di laboratorio e in vivo) gioca un ruolo chiave all’interno del percorso del paziente e influenza decisioni che hanno un impatto tangibile sul sistema sanitario, consentendo costi molto inferiori rispetto all’utilizzo di farmaci e alle degenze ospedaliere.

Gli attori della diagnostica aiutano poi a generare trasparenza all’interno dei sistemi sanitari attraverso la misurazione di dati sugli esiti clinici.

L’impatto della diagnostica si può estendere su diversi orizzonti temporali. Da un lato, vi è una grande opportunità di creare benefici immediati attraverso soluzioni di “clinical decision support” che supportano il medico nell’interpretazione dei dati, creando così un vero e proprio team decisionale ed una partnership tra il laboratorista ed il clinico. Dall’altro, la crescente complessità dell'assistenza sanitaria richiede di integrare strategicamente e strutturalmente la diagnostica con gli altri elementi e attori dell'ecosistema salute, così da garantire una gestione ottimale del paziente lungo tutto il percorso di cura.

Occorre quindi più coraggio per investire a monte in soluzioni che consentano di migliorare la vita delle persone e di risparmiare sui costi a valle.

 

Qual è l’esempio di un’area terapeutica a cui la diagnostica può dare un grande contributo?

Esistono diversi ambiti, anche di peso, come è il caso della cardiologia con la possibilità di diagnosticare o escludere rapidamente un infarto, dove anche qualche minuto può giocare un ruolo chiave.

L’oncologia è sicuramente un altro campo che continua ad evolversi e che vede un ruolo sempre più rilevante della diagnostica. I ricercatori stanno dedicando grandi sforzi per sviluppare non solo farmaci innovativi, ma anche nuove soluzioni di diagnostica, da una parte per effettuare screening e dall’altra per aiutare a definire terapie personalizzate per i singoli pazienti.

Il cancro alla cervice è un esempio interessante in una logica di diagnosi precoce. Sappiamo che lo screening del virus HPV permette di ridurre la sua incidenza. Dovremmo farlo tutti, non ci sono ragioni mediche o economiche per non farlo. Questo in Italia accade già e da questo punto di vista il nostro Paese è un esempio virtuoso rispetto a numerosi altri.

Per quanto riguarda le terapie personalizzate, si pensi ad esempio ai cosiddetti “Companion Diagnostics”, biomarcatori che permettono di identificare sottopopolazioni di pazienti in cui il farmaco avrà la sua massima efficacia e allo stesso tempo escludere pazienti che non ne riceverebbero beneficio. Si tratta di un processo di ricerca lungo, che richiede l’inserimento del biomarcatore negli studi clinici dei farmaci, ma che porta poi all’utilizzo più razionale del farmaco, rendendo la terapia personalizzata e di precisione.

Le prospettive future sono promettenti su entrambi i fronti, screening e terapie personalizzate. Ad esempio, le attività di screening saranno probabilmente rafforzate in tutto il mondo dal momento che la pandemia ha consentito la creazione di nuove infrastrutture; le barriere ed i costi per implementare programmi su vasta scala si sono quindi ridotti.

Una diagnosi precoce dei tumori potrebbe ricevere meno attenzioni rispetto ad un nuovo vaccino, ma anch’essa potrebbe salvare molte vite.

 

Quali sono gli obiettivi futuri per il settore Life Science e in particolare per gli operatori della diagnostica?

Le aziende private hanno la responsabilità di contribuire e, ove necessario, guidare il percorso di trasformazione mettendo a disposizione le proprie competenze.

Devono contribuire con competenze scientifiche, gestionali e digitali per co-creare soluzioni.  Devono continuare a innovare, aumentando il focus sulle evidenze, sia cliniche, sia economiche.

Noi stessi operatori di diagnostica stiamo vivendo una trasformazione del modo in cui operiamo e innoviamo, con un chiaro impatto sul nostro modello di business.

Il focus sta evolvendo per integrare le necessità del paziente lungo l’intero percorso di cura. Vogliamo quindi esplorare nuovi modelli legati agli esiti e posizionarci come partner del sistema sanitario, co-creando insieme soluzioni efficaci (migliori decisioni) ed efficienti (minori sprechi).

 

In chiusura, quali elementi ritenete davvero fondamentali per una profonda trasformazione dei sistemi sanitari?

Sicuramente la digitalizzazione e l'uso intelligente della tecnologia sono grandi sfide che i sistemi sanitari dovranno affrontare.

Vogliamo tuttavia evidenziare altri due aspetti: il primo è la territorialità, il secondo è la collaborazione.

Partendo dal primo, l’emergenza ha evidenziato l’importanza della medicina di territorio connessa al laboratorio, alla telemedicina, alla gestione appropriata del dato.

Occorre capire cosa centralizzare e cosa no. Questo vale non solo a livello di sanità nel suo complesso, ma anche a livello di laboratorio.

Si può dimostrare il valore della diagnostica territoriale che arriva fino a soluzioni di “home care” abilitate dalla telemedicina. Grazie alla telemedicina è infatti possibile attivare una rete ospedale-medici-territorio, per monitorare i pazienti, assisterli nelle malattie croniche e favorire la prevenzione. 

Per quanto riguarda il secondo aspetto chiave, quello della collaborazione, vogliamo ricordare una serie di situazioni dove può fare la differenza.

Collaborazioni con le istituzioni e le organizzazioni sanitarie, pubbliche e private, per l’avvio di progettualità che vadano oltre gli obiettivi di breve, sperimentando nuove tecnologie e modelli di innovazione.

Collaborazioni tra aziende private e professionisti della sanità, piuttosto che tra le diverse figure professionali (clinici, patologi, virologi, ecc.), così da valorizzare le informazioni diagnostiche che supportano le decisioni cliniche mantenendo una visione sull’intero percorso di cura.

Questi esempi dimostrano come la collaborazione tra i diversi attori si possa tradurre in un’armonia del sistema nel suo complesso, come nel caso di un’orchestra che esegue una sinfonia perfetta.

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