Innovazione

Norme più rigide per i giganti tecnologici

È ormai in atto, negli Stati Uniti come in altri Paesi, una tendenza crescente a limitare gli utilizzi deteriori delle grandi piattaforme tecnologiche e gli abusi di posizioni dominanti. Ma per regolare queste attività occorrerà trovare un adeguato equilibrio tra legislazioni antitrust e garanzie di libertà di mercato.

Dipayan Ghosh

Marzo 2021

Norme più rigide per i giganti tecnologici

Il governo federale degli Stati Uniti ha di recente (il 9 dicembre 2020) realizzato una svolta molto significativa, promuovendo un’importante causa contro Facebook, accusando la società di comportamento anticoncorrenziale e sostenendo che WhatsApp e Instagram dovrebbero essere separati da Facebook. Questa è la prima mossa sostanziale da parte del governo federale tesa a dividere in più parti un’azienda internet e fa intravvedere quale potrebbe essere la politica tecnologica americana nei quattro anni della presidenza di Joe Biden (da qui al 2024).

Questa causa è l’ultimo segnale di una crescente preoccupazione bipartisan sulla concentrazione del potere detenuto dai giganti tecnologici. All’inizio del 2020, la Camera dei Rappresentanti controllata dai Democratici ha tenuto un’udienza antitrust per esaminare le accuse di comportamento anticoncorrenziale rivolte a quattro aziende tecnologiche di punta, mentre il Dipartimento di Giustizia, guidato da funzionari nominati da Trump, ha promosso un’altra causa antitrust contro Google. La causa relativa a Facebook è nata da recenti indagini della Federal Trade Commission (FTC) ed è stata avanzata da due commissari democratici della FTC insieme al presidente repubblicano Joseph Simons.

Questo sostegno bipartisan a favore di una maggiore regolamentazione deriva in gran parte da un accentuato mutamento nell’opinione pubblica su questo tema. L’impatto dei social media sulle elezioni del 2016 e del 2020 ha portato i cittadini americani, e di altri Paesi, a considerare sempre più la disinformazione, la privacy e l’eccessivo potere di mercato come gravi tematiche di politica pubblica – preoccupazioni che molti ritengono che i Governi debbano affrontare. Secondo un recente sondaggio di Consumer Reports, circa tre americani su quattro “sono preoccupati per il potere esercitato dalle più grandi piattaforme tecnologiche di oggi”.

Date queste tendenze, come possiamo aspettarci che la politica cambi sotto l’amministrazione Biden? Per rispondere a questa domanda, è necessario prima di tutto analizzare punto per punto l’ampia gamma di questioni interconnesse che circondano le principali piattaforme internet come Facebook, Google e Twitter. Alcuni di questi problemi includono:

·       Gli sforzi intenzionali di disinformazione interna ed estera, in cui malintenzionati promuovono menzogne politiche sui social media per ottenere un illegittimo vantaggio politico.

·       La dilagante diffusione di disinformazione e teorie cospirative, con cui gli individui diffondono inconsapevolmente contenuti fuorvianti o falsi che danneggiano il dibattito pubblico e il processo politico.

·       La proliferazione online di contenuti odiosi e violenti, come l’incitamento all’odio in Myanmar che, secondo le Nazioni Unite, avrebbe costituito un chiaro incoraggiamento al genocidio.

·       La radicalizzazione degli elettorati e delle fazioni politiche nelle democrazie di tutto il mondo.

·       La capacità dei sistemi di intelligenza artificiale – che operano sui contenuti dei social media e si rivolgono agli utenti con annunci digitali personalizzati – di creare distorsioni algoritmiche.

Coloro che gestiscono queste aziende tecnologiche probabilmente non hanno mai pensato di utilizzare le loro piattaforme in questo modo. Ma dato il loro attuale modello di business, sembrano esserci poche possibilità che questi problemi vengano risolti senza un intervento esterno. Per questo motivo, è probabile che il Congresso e la Casa Bianca si concentrino sulla riforma di alcuni elementi chiave delle pratiche di business delle aziende che generano tali problematiche, varando politiche mirate:

·       Protezione della privacy dei consumatori limitando la raccolta e l’uso troppo disinvolto dei dati personali per la profilazione comportamentale.

·       Trasparenza degli algoritmi per mettere in chiaro come e perché i post e gli annunci sui social media si rivolgono ai diversi individui.

·       Politiche antitrust attivate allo scopo di riallineare gli incentivi alla crescita delle piattaforme, limitando il potenziale di comportamenti anticoncorrenziali che impediscono a eventuali competitor di entrare nel mercato.

·       Garanzie da introdurre allo scopo di assicurare che le piattaforme vengano ritenute responsabili quando facilitino la diffusione di (o non riescano a moderare efficacemente) contenuti dannosi – senza violare la libertà di espressione delle aziende e degli utenti.

Sebbene molte di queste tendenze siano di lunga data, gli eventi recenti suggeriscono che Washington probabilmente farà nei prossimi anni progressi significativi in ciascuno di questi settori.

 

Privacy dei dati

Negli ultimi anni, i Governi di tutto il mondo hanno mostrato un interesse crescente ad affrontare le questioni relative alla privacy dei dati. Nel 2018, il regolamento generale dell’UE sulla protezione dei dati (GDPR), punto di riferimento per l’Unione europea, ha aumentato in modo significativo i requisiti relativi alle modalità di conservazione e condivisione dei dati dei consumatori, e la California ha presto seguito il Consumer Privacy Act (CPA). Anche se alcuni sostenitori della privacy hanno suggerito che non si spinga abbastanza lontano per proteggere la privacy, il CPA rimane la legge sulla privacy dei consumatori più severa degli Stati Uniti – e potrebbe fungere da modello per una legislazione a livello nazionale che offrirebbe a tutti gli americani una protezione di base.

Inoltre, la Casa Bianca ai tempi della presidenza di Obama (con Biden) si era già attivamente impegnata per far avanzare il dibattito sulle politiche di privacy, e questo lascia pensare che con ogni probabilità questo problema costituirà una priorità per l’amministrazione entrante. Nel 2012, l’amministrazione Obama aveva approvato la legislazione progressista del Consumer Privacy Bill of Rights e ha spinto per una serie di proposte legislative incentrate sulla protezione della privacy dei consumatori e dei bambini in contesti educativi. Anche se queste proposte hanno fatto fatica a passare al Congresso, hanno però definito l’approccio dell’Amministrazione e indicato che Joe Biden – così come la nuova vicepresidente Kamala Harris che, in qualità di procuratore generale della California, è stata responsabile di varie iniziative per la protezione dei diritti alla privacy dei suoi elettori – sono pronti ad affrontare la questione della privacy con una certa urgenza.

 

Trasparenza degli algoritmi

Se da un lato gli algoritmi che identificano i contenuti rilevanti per i consumatori possono essere di grande utilità, dall’altro creano anche un effetto bolla che è diventato sempre più problematico per gli americani qualunque sia la loro collocazione nello spettro politico. A destra, gli americani hanno avanzato accuse di pregiudizio anticonservatore su Facebook e Twitter, mentre i liberali hanno suggerito che le piattaforme come YouTube non hanno fatto abbastanza per contenere la diffusione di cospirazioni, travisamenti e disinformazione. In risposta, sia i Repubblicani che i Democratici hanno chiesto a gran voce al Congresso trasparenza su come funzionano esattamente questi algoritmi, in modo che i ricercatori, la comunità giornalistica e il pubblico in generale possano capire meglio come vengono forniti i contenuti (e identificare e affrontare i casi in cui queste piattaforme diffondano sistematicamente informazioni distorte o imprecise).

In particolare, un gruppo bipartitico che comprende i senatori Mark Warner, Amy Klobuchar e Lindsay Graham, e comprendeva anche il defunto senatore John McCain, aveva già chiesto diversi anni fa una maggiore trasparenza nella pubblicità politica digitale – e sforzi simili sono suscettibili di crescere in numero e portata sotto Biden. L’amministrazione entrante probabilmente cercherà di varare quelle riforme per una maggiore trasparenza che il partito democratico aveva cercato di ottenere in occasione delle elezioni del 2016, sia per dimostrare l’appoggio a una questione da lungo tempo considerata centrale per i Democratici, sia come segnale di riorientamento verso obiettivi di giustizia sociale che molti ritengono siano state accantonati sotto Trump. Kamala Harris, da parte sua, ha introdotto in veste di senatrice una legislazione per promuovere iniziative a favore della diversità nei posti di lavoro nel settore tecnologico – che aiuterebbe a iniziare ad affrontare i pregiudizi algoritmici presenti nell’industria tecnologica.

 

Politiche antitrust

L’economia digitale è oggi dominata da una manciata di brand: Facebook, Amazon, Google, Apple e Microsoft. Di conseguenza, gli esperti di politica, gli studiosi di diritto e gli economisti si sono sempre più preoccupati delle tendenze monopolistiche in mercati di consumo vitali come la ricerca, i social media, la messaggistica via web, l’e-commerce e la posta elettronica. I monopoli sono classicamente noti per danneggiare le economie in tre modi principali: rallentano il ritmo dell’innovazione del mercato, consentono di sfruttare la posizione per estrarre delle rendite a spese del resto della società e provocano un calo della qualità del servizio – e c’è ragione di pensare che tutte e tre queste tendenze siano oggi in atto.

Questo è uno dei motivi per cui abbiamo assistito non solo alla recente causa su Facebook, ma anche al precedente rapporto antitrust della Camera e le relative udienze, nonché alle sostanziali accuse del Dipartimento di Giustizia contro Google. Tutti questi episodi indicano una crescente tendenza a dare enfasi alla questione relativa alle posizioni monopolistiche per affrontare i giganti di internet, e questo è un percorso che di certo l’amministrazione Biden intende seguire. Naturalmente, un break-up delle aziende tecnologiche non risolverà da sé problemi di tale portata, ma offre un punto di partenza per affrontare l’eccessivo potere di mercato che molte di queste piattaforme attualmente detengono.

 

Moderazione dei contenuti e responsabilità

Sia l’ex presidente Trump che il presidente eletto Biden hanno suggerito in modo indipendente che la sezione 230 del Communications Decency Act debba essere riconsiderata e aggiornata. La legge, approvata originariamente nel 1996, offre in sostanza alle aziende che operano su piattaforme internet l’immunità dalla responsabilità per quasi tutte le forme di contenuti sgradevoli (o addirittura illegali) generati dagli utenti che attraversano le loro piattaforme. Se da un lato questa legge mirava a garantire che le piattaforme potessero offrire un forum di discussione pubblica veramente diversificato e libero, basato su un’auto-moderazione volontaria, dall’altro ha significato in pratica che qualsiasi cosa, dalle menzogne sui politici in carica alle minacce di morte e a una miriade di altre forme di contenuti dannosi, può essere diffusa consapevolmente – e che le piattaforme hanno il diritto di lasciare al loro posto i contenuti pubblicati. In effetti, nel suo discorso a Georgetown del 2019, Mark Zuckerberg aveva realmente affermato che i politici sono liberi di diffondere intenzionalmente menzogne sulle piattaforme di Facebook, e che non saranno soggetti a moderazione.

In reazione a posizioni come queste, si è generato un enorme sostegno bipartisan per l’introduzione di una maggiore responsabilità su piattaforme popolari come Facebook e Twitter, costringendole essenzialmente a garantire che il dibattito che si svolge nel loro ambito soddisfi determinati standard. Sono già state introdotte leggi per imporre trasparenza nella moderazione dei contenuti sulle piattaforme dei social media, mentre altre hanno suggerito di prendere in considerazione l’esclusione dalla protezione dalla responsabilità generale offerta dalla Sezione 230 per i contenuti particolarmente dannosi per la società, come le azioni riconosciute di disinformazione e i contenuti espliciti e odiosi. E mentre molte piattaforme hanno già istituito standard simili a quelli vigenti nelle politiche aziendali interne – tra cui le politiche di Twitter sui discorsi d’odio e l’intenzione dichiarata da Facebook di eliminare la disinformazione diffusa dalla Internet Research Agency basata in Russia – queste aziende non sempre sono all’altezza dei propri standard (auto-imposti). In quanto tale, una legge federale bipartitica, se messa a punto in modo ponderato e applicata in modo efficace, potrebbe introdurre una responsabilità significativa e, in ultima analisi, ridurre la diffusione di contenuti dannosi senza ostacolare la libertà d’espressione.

 

Si tratta di questioni sfumate e le potenziali riforme genereranno certamente un’enorme attenzione da parte di forze politiche di qualsiasi tendenza. Ed è così che dovrebbe essere. Anche se il sistema attuale ha chiaramente necessità di essere aggiornato, sarà essenziale evitare politiche avventate e affrettate che potrebbero peggiorare i problemi che mirano a risolvere. Internet ha fornito un valore inestimabile all'America e al mondo intero e gran parte di questa crescita è il risultato diretto dell’approccio al libero mercato che gli Stati Uniti hanno adottato nei confronti della regolamentazione più di vent’anni fa. Nel procedere verso una nuova fase relativa alla regolamentazione digitale, sarà essenziale bilanciare gli ideali del libero mercato con l’evoluzione delle realtà tecnologiche e politiche. Se c’è una cosa che il sistema democratico americano ha sempre messo al di sopra dei mercati, è la protezione della democrazia stessa ­– e l'industria di internet non fa eccezione.

 

Dipayan Ghosh è co-direttore del Digital Platforms & Democracy Project presso il Mossavar-Rahmani Center for Business and Government della Harvard Kennedy School. È stato consulente tecnologico e di politica economica alla Casa Bianca di Obama, e in precedenza ha lavorato come consulente sulla privacy e sulle questioni di politica pubblica su Facebook. È autore di Terms of Disservice (2020). Twitter @ghoshd7.

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