Marzo 2020

Un’ultima possibilità di salvare il capitalismo

Per evitare sconvolgimenti abbiamo bisogno di un cambiamento politico e di una leadership del settore privato

Scott LaPierre

Marzo 2020

NELL’ULTIMO TERZO DEL SUO LIBRO Reimagining Capitalism in a World on Fire, la professoressa Rebecca Henderson della Harvard Business School propone la sua ricetta per riparare alcuni dei danni che il business ha fatto negli ultimi cinquant'anni, valutando le possibilità che le imprese poco rispettose dell'ambiente si diano una efficace autoregolamentazione. "È una storia di speranza seguita dalla disperazione", dice, "seguita dai barlumi di una rinnovata speranza". Il che esprime abbastanza bene le emozioni che ho provato di recente nel leggere qualche austero, spesso deprimente saggio sullo stato attuale del capitalismo e della finanza. Nella mia testa, il titolo di questo mio articolo è passato dall’ottimistico "Correggere il capitalismo" al leggermente preoccupato "Il capitalismo può essere corretto?" fino al barocco "É dannatamente certo che è meglio che il capitalismo si dia una regolata da solo, perché nessun altro può farlo, quindi ecco alcune idee prima dell’abisso".

Per chiunque non sia ancora persuaso che le cose veramente importanti siano ormai allo sfascio, diversi nuovi libri dipingono un convincente quadro fatto di disuguaglianze scarsamente sostenibili, di processi politici corrotti e di una crisi incombente, in gran parte frutto di un sistema finanziario che per 40 anni o più ha dato priorità al profitto a breve termine rispetto a tutto il resto e ha sistematicamente rimosso ogni controllo sui propri peggiori impulsi nel perseguimento di questo obiettivo.

How Money Became Dangerous ci ricorda che il settore finanziario era un tempo una caratteristica attività di servizio, che facilitava umilmente la stabilità e la crescita dell'economia. In un libro scritto con Dan Stone, il banchiere Christopher Varelas - che aveva iniziato una lunga carriera alla Salomon Brothers come tirocinante estivo nel 1989 - ci porta in un tour autobiografico e picaresco dei peccati originali della finanza moderna, mostrando, per esempio, come il passaggio dalle partnership private alle società pubbliche abbia irresistibilmente tentato le banche a fare scommesse sempre più grandi con il denaro degli altri. "Ci si dovrebbe aspettare buoni comportamenti", chiede Varelas all'inizio, "da persone non più vincolate dalla minaccia di perdere il proprio capitale? La sua risposta è sì, ma il problema con cui lui e i suoi colleghi banchieri hanno esattamente a che fare è come fare i bravi in un sistema che incentiva l'avidità.

Dopotutto, non sorprende che questa dinamica abbia portato persone meno scrupolose dritte a pessimi comportamenti. In Sabotage: The Hidden Nature of Finance, gli economisti Anastasia Nesvetailova e Ronen Palan della University of London sottolineano che un mercato veramente efficiente, equo e competitivo offrirebbe poche opportunità di profitto al di là dei costi operativi; quindi le aziende - o, più precisamente, i loro leader - cercano di vincere piegando, infrangendo o cambiando le regole. Questi autori offrono alcuni piacevolmente perversi casi di studio, che vanno dalla truffa ai propri clienti da parte della Royal Bank of Scotland alla morte di Bear Stearns per mano di disonesti rivali, per illustrare il punto: "Se volete fare soldi, la vera finanza, dovete trovare il modo di sabotare i vostri clienti, i vostri concorrenti o il Governo". I più bravi riescono a sabotarli tutti e tre in una volta sola.

Per tornare alla terminologia di Varelas, questo tipo di manipolazione del mercato è pericoloso, e soprattutto lo è per le persone che sfrutta. Mentre quelli ai vertici della sovrastruttura finanziaria hanno goduto di enormi guadagni, enormi dosi di rischi e perdite sono state scaricate sui lavoratori della classe media e bassa.

Carte di credito ad alto tasso d'interesse, mutui e prestiti per l'auto sono gli esempi meno esotici di come la finanza, secondo le parole dei sociologi Ken-Hou Lin e Megan Tobias Neely, "sottrae reddito ai consumatori ed entrate ai produttori e ai commercianti". In Divested: Inequality in the Age of Finance, Lin e Neely sostengono che oggi "l'unico scopo del denaro è quello di fare più soldi", invece di creare qualcosa di valore. Nel frattempo, "ragnatele" di debiti personali hanno sostituito la rete di sicurezza sociale, lasciando molti di noi in una posizione finanziaria più precaria. I profitti, gli stipendi e i bonus "non sono guidati dai contributi di questo settore all'economia", aggiungono gli autori, "ma dalla concentrazione del potere di mercato, dai garbugli politici e dall'intermediazione privata delle politiche pubbliche". Quindi l’utilizzatore medio di prodotti finanziari paga, in effetti, molto di più per molto meno, l'esatto opposto di quanto si pensa che il libero mercati debba fornire.

Il quadro complessivo che emerge è quello in cui la ricchezza viene ridistribuita dai poveri e dalla classe media alle imprese e ai super-ricchi, che usano il bottino per cementare ulteriormente il loro vantaggio.

Storicamente, questo processo non si è invertito da solo. Guardando al passato in cerca di una guida, possiamo trovare notizie buone e cattive. La buona notizia: nel corso della storia, le disuguaglianze e le disfunzioni economiche si sono gonfiate fino a raggiungere dei punti di crisi, e di solito siamo riusciti a varare delle riforme. La cattiva notizia: in genere è successo dopo una rottura violenta.

In Capital and Ideology, la magistrale indagine di Thomas Piketty sul ruolo centrale che le idee e i dibattiti hanno svolto nel giustificare e mettere in discussione le disuguaglianze delle società, ci viene ricordato che le rivolte politiche, i crolli finanziari e le guerre - pensiamo alla Rivoluzione francese, alla Grande Depressione e alla Seconda Guerra Mondiale - sono ciò che spinge al cambiamento. Per affrontare le disuguaglianze estreme, dice Piketty, "le società hanno bisogno di istituzioni capaci di ridefinire e ridistribuire periodicamente i diritti di proprietà". Se questo non si verifica, "aumenta solo la probabilità di rimedi più violenti ma meno efficaci".

Allora, a proposito di quei barlumi di rinnovata speranza? Tutti gli economisti e gli storici qui citati concordano sul fatto che il passo più importante è ridare potere ai Governi, anche se concordano sul fatto che ciò significhi una regolamentazione più efficace, una tassazione progressiva, tasse sul patrimonio o altre misure. "In poche parole, i mercati richiedono la supervisione di un adulto", scrive Henderson.

Ma a meno che la paralisi politica e lo stallo normativo non scompaiano in qualche magico modo, spetterà ai leader delle imprese del futuro neutralizzare l'inferno. Henderson offre casi di studio stimolanti (in contrapposizione a quelli di Sabotage) di dirigenti motivati dal purpose che riescono a creare valore per più stakeholder (inclusi, sì, gli azionisti) evitando rapaci sottrazioni, sfruttamento o danni ambientali.

E questo è il cuore della sua proposta per correggere il capitalismo. Vuole che i manager abbiano strumenti migliori per misurare i costi reali (troppo spesso nascosti) delle aziende e metriche più articolate e complete per descrivere il successo. Il messaggio è chiaro: ci vorranno individui corretti e determinati per costringere il sistema a ricalibrarsi prima che avvenga uno sconvolgimento. I leader del settore privato - specialmente quelli che hanno tratto profitto da decenni di inefficienze dei mercati nella creazione di valore e nella distribuzione della ricchezza - dovrebbero condurre la carica.

 

SCOTT LAPIERRE è redattore senior in HBR.

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