RISORSE UMANE

Employee Experience, la nuova frontiera per engagement e retention

Eleonora Dalassena

06 Marzo 2019

In un mondo di aziende sempre più liquide, serve un approccio HR globale per soddisfare i talenti nel loro percorso di carriera. Analisi e scenari presentati al Top Employers Circle Forum. E una to-do list in 5 punti.

 

Hanno provato a definirla in tanti modi, e su Wikipedia si legge che l’Employee Experience è “il prodotto dell’interazione tra la persona e l’organizzazione durante la propria carriera”. Detta così sembra una sorta di “brevi cenni sulla storia dell’Universo” dell’evoluzione HR in un’ottica dipendente-centrica o un altro passo in avanti sulla oramai spianata strada delle “persone al centro”. Ma c’è dell’altro. In realtà si tratta di un nuovo e ineludibile approccio per mantenere aziende, organizzazioni e competitività ancor più vivaci, vitali e in prima linea nel sempre più liquido e mutabile mondo del business.

 

La rivincita dei dipendenti

«Dopo un lungo periodo in cui analisti e operatori hanno giustamente esaltato l’importanza dell’esperienza dei clienti, ora è giunto il tempo della rivincita dei dipendenti ed è diventato chiaro che le organizzazioni non possono soddisfare le aspettative dei loro interlocutori esterni se non sono capaci di gestire al meglio la loro risorsa più preziosa: le persone che le costituiscono», osserva Rosario Sica, fisico cibernetico di formazione e specializzato nei processi di trasformazione digitale, nel suo recentissimo libro Employee Experience. Il lato umano delle organizzazioni nella quarta rivoluzione industriale (Franco Angeli editore). Un nuovo approccio che si spalma su tutti i campi d’azione aziendale e in particolar modo coinvolge i responsabili HR e i loro team, spronandoli ad acquisire nuove competenze per supportare le loro aziende nelle nuove sfide del futuro del business.

 

La Talent Acquisition che guarda lontano

«Lo scenario competitivo è sempre più agguerrito e le imprese che vogliono avere successo si cimentano con quella che spesso viene denominata la “guerra dei talenti” ma che noi preferiamo definire “Talent Acquisition”, ovvero una visione strategica ad ampio raggio sull’identificazione, acquisizione e valorizzazione di persone ad alto potenziale, che si riveleranno preziose per l’azienda e contribuiranno a farle raggiungere i suoi obiettivi in un futuro a medio termine», osserva Massimo Begelle, Country Manager Italia di Top Employers Institute, l’ente certificatore delle eccellenze HR a livello globale, che nel 2019 ha certificato oltre 1.500 aziende in 118 Paesi del mondo. «Per attrarre e soprattutto trattenere i migliori talenti sul mercato e intercettare le aspettative dei Millennians, di natura flessibili e poco propensi alla visione del “posto di lavoro della vita”, è necessario che le aziende offrano loro quell’esperienza ottimale che fino a ieri riservavano a stakeholder e clienti. E la funzione HR gioca un ruolo di primo piano, diventando sempre più partner di business, e operando fianco a fianco con altre funzioni per delineare insieme un nuovo ed efficace approccio all’Employee Experience», prosegue Begelle.

 

L’organizzazione e il patto di fiducia

L’Employee Experience è dunque vista come un percorso mirato a soddisfare le aspettative del dipendente dal suo ingresso in azienda e per tutta la sua esperienza di carriera, e che interagirà con più di un elemento: i contatti con i colleghi, i rapporti con tutor, supervisori e manager, l’ambiente di lavoro, il worklife balance, influenzando quindi i suoi rapporti e comportamenti nei confronti dell’organizzazione.

Organizzazione che, peraltro, si è completamente trasformata, nella sua struttura, nei suoi tratti identitari, nelle sue dinamiche. «La solidità intesa come inamovibilità, la tradizione, il “per sempre”, la leadership vecchio stampo di comando e controllo non sono più dei valori; oggi l’organizzazione si regge su un patto di fiducia, sul perché vogliamo rimanere insieme, sul trasformare l’organizzazione in un luogo che abbia un senso e invogli a esistere e restare», commenta Alessandro Donadio, HR Innovation Leader, che al Top Employers Circle Forum dedicato all’Employee Experience ha presentato un’approfondita analisi dei nuovi scenari.

«Non c’è più quella sacrale divisione tra organizzazione e mondo esterno, l’organizzazione è sempre più liquida e le persone sempre più flessibili e fluide. Per trattenerle non servono e/o non bastano retribuzione, benefit, prospettive di carriera ma bisogna attuare un nuovo patto di permanenza, dare un senso e un significato al potenziale energetico delle persone, stimolarle a restare e favorire un’aggregazione sulla base delle affinità elettive, restituire agli individui la gestione del tempo e dello spazio con un utilizzo proattivo dello smart working e occuparsi del contesto per poi lasciarli liberi di agire», illustra Donadio.

 

Employee Experience: istruzioni per l’uso

Una nuova concezione dell’engagement e della retention che va tradotta, calata e trasportata nella realtà aziendale, in un panorama che ancora troppo spesso vede affiancate intenzioni innovative e visionarie a oggettive resistenze e difficoltà non facili da abbattere e superare.

Un aiuto può arrivare da Jeanne Meister, newyorkese, considerata una dei 20 professionisti più influenti al mondo nei settori delle Risorse Umane e della Formazione, autrice di The 2020 Workplace & The Future Workplace Experience, dove presenta le 10 regole per sviluppare un approccio disruptive nelle fasi di employee experience.

«L’Employee Experience è la somma totale di tutte le esperienze che i dipendenti vivono con il proprio datore di lavoro per tutta la durata della loro relazione, dall’assunzione al termine dell’ingaggio. I datori di lavoro più efficienti sono quelli in grado di vedere il mondo attraverso gli occhi dei loro dipendenti, mantenendo una relazione e un contatto consapevole e utile nei momenti che contano», sostiene la Meister. «Per aiutare i responsabili HR a proporre nuove idee e diventare partner attivi nelle dinamiche di business, è fondamentale sviluppare una rete molto più ampia all’interno delle loro organizzazioni, coinvolgendo altre figure come il Chief Marketing Officer, l’Head of Real Estate e il Responsabile IT. In tal modo è possibile costruire una visione condivisa e olistica su come lavorare insieme e affrontare le sfide che il futuro riserverà».

Poi, con sano pragmatismo americano, passa immediatamente alle istruzioni per l’uso. E presenta una sintetica ed efficace to-do list in cui spiega quali sono le cinque leve da adottare:

·       creare una connessione emotiva con i dipendenti;

·       dare accesso alle ultime tecnologie;

·       comprendere le loro esigenze e la conformazione dello spazio di cui hanno bisogno;

·       sviluppare percorsi di apprendimento just-in-time per incrementare i risultati del loro apprendimento;

·       promuovere la loro crescita professionale.

 

Un obiettivo imprescindibile ma non ancora affrontato

Analisti, accademici, influencer sono tutti d’accordo sull’importanza dell’Employee Experience, ma i dati e le cifre disegnano una realtà parecchio distante dalle intenzioni. Lo studio The Active Job Seeker Dilemma di Future Workplace e Beyond.com rileva che l’83% dei leader delle risorse umane ritiene l’employee experience molto importante per il successo della propria organizzazione e di conseguenza vuole investire maggiormente in formazione (56 %), migliorando i loro spazi di lavoro (51%) e dando più premi (47%). E la ricerca Global Human Capital Trends di Deloitte rivela che, nonostante l’80% degli executive ne riconosca l’importanza, il 59% delle aziende non è ancora in grado di misurarsi con le sfide poste dall’Employee Experience. C’è ancora molta strada da fare.

 

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