ESPERIENZE

Dal business dell’innovazione all’innovazione del business

L’onda digitale e la sfida di Hera per la Corporate Digital Responsibility.

Stefano Venier

Maggio 2021

Dal business dell’innovazione all’innovazione del business

Digitalizzazione e sostenibilità, storia di un rapporto ancora acerbo

Fra i principali megatrend globali con cui le imprese devono oggi misurarsi ci sono, senza alcun dubbio, la digitalizzazione e la sostenibilità. Molto meno certo, invece, è il modo in cui occorre farlo. Il rapporto fra queste due pietre angolari del nostro tempo sta, infatti, conoscendo un’evoluzione radicale e questa, figlia dell’incontro fra una massiva digitalizzazione dell’esistente e una riconsiderazione su basi sostenibili dei modelli di sviluppo, ci sta costringendo a rivedere una serie di assunti che tanti, anche fra gli stessi manager, avevano scambiato per assiomi.

Per molto tempo, in particolare, il miraggio di una pervasiva smaterializzazione del mondo ha finito per accreditare una narrazione nella quale il digitale, epurato delle sue zone d’ombra, figurava come il driver ideale dello sviluppo [sostenibile], al punto da oscurare anche fenomeni conseguenti e a un occhio disincantato anche piuttosto evidenti. Gli entusiasmi, evidentemente, erano alimentati da diversi fattori, non ultima una serie di indubitabili benefici che il digitale mostrava e mostra tuttora di saper portare in dote, e il cui effetto collaterale è stato quello di sdoganare concezioni un po’ riduzionistiche non soltanto del digitale, ma anche della stessa sostenibilità. In questo contesto, il mondo dell’impresa, parte integrante di una società a sua volta sedotta dalla possibilità digitale di una perfetta democratizzazione della vita pubblica, non ha ben ponderato i diversi elementi di criticità che un’analisi più accorta avrebbe messo in luce. Fra questi – a titolo tutt’altro che esaustivo – si possono citare i consumi energetici necessari ad alimentare le attività globalmente implicate dal digitale e lo smaltimento dei prodotti tecnologici, ma anche il tema del digital divide e gli equilibri connessi alla privacy e alla gestione dei dati, senza dimenticare gli impatti occupazionali e sulla sicurezza, o ancora le sfide in continuo divenire aperte dal digitale sul fronte della formazione.

 

La governance del digitale, oggi

Questioni simili non sono nuove, ma le accelerazioni dirompenti imposte dalla pandemia, nel rivelarle anche ai meno attenti, le hanno al contempo esacerbate. L’energia consumata per alimentare tutte le apparecchiature digitali segna infatti una crescita globale annua del 9%. Non solo: le emissioni complessive di CO2 imputabili a queste tecnologie hanno già raggiunto il 4% del totale, il doppio cioè di quelle derivanti dal traffico aereo, e i trend sono tali da minacciare un quinto dei benefici conseguiti grazie agli accordi internazionali sul clima[1].

In aggiunta, anche se l’impatto ambientale finisce grossomodo per gravare su tutti, la distribuzione delle tecnologie e delle competenze necessarie al loro impiego non è altrettanto equa e discrimina, per reddito o per età, quote importanti di popolazione, ma anche tra loro i diversi Paesi.

Né, certamente, si può ignorare quel nodo irrisolto che è rappresentato dai dati sensibili delle persone raccolti on-line, cresciuti esponenzialmente durante il tempo della pandemia, e dal loro uso in modelli di intelligenza artificiale, che hanno determinato una vulnerabilità che la Storia, anche quella più recente, non aveva ancora conosciuto. Il problema – etico non meno che di governance – ripropone temi già sollevati da altre discipline come recentemente la genetica, ma lo fa con ricadute molto più immediate e pervasive.

Senza che questo possa minimamente esaurire l’intera posta sul tavolo, appare chiaro come anche sul fronte del digitale si stia profilando in maniera sempre più nitida una sorta di breaking point, persino più subdolo – nel suo abito immateriale e nella sua pretesa di leggerezza – di quelli sin qui messi a fuoco, che può essere scongiurato solo a condizione che istituzioni, aziende e privati cittadini cooperino per lo sviluppo di una trasformazione digitale responsabile e, dunque, sostenibile. Come evidenziato anche da Luciano Floridi[2], pertanto, le sfide relative al digitale con cui avremo a che fare nei prossimi anni riguarderanno, prima e più che innovazioni tecnologiche ulteriori, la sua stessa governance, cui spetterà il compito di fondare su basi nuove l’alleanza fra il “blu” del digitale e il “verde” di un ambiente da pensarsi non più soltanto come naturale, ma anche come sociale e comunitario.

Sul fronte delle imprese, tutto questo segnala come il progetto di una Corporate Digital Responsibility (CDR) non sia più rimandabile. La traiettoria ideale, in questo senso, è stata tratteggiata da Michael Wade[3] che, circa un anno fa, affrontava in modo diretto la questione davvero inevasa: la sostenibilità stessa del digitale. Lo slittamento di prospettiva al quale Wade ci invita è profondamente strategico perché, attraverso una lettura integrata e complementare di sostenibilità e digitalizzazione, abilita modelli di business più consapevoli e resilienti, capaci non soltanto di premiare il contributo del digitale agli obiettivi di sostenibilità, ma anche di mitigare le diverse esternalità negative che al digitale stesso, sempre più e in più direzioni, sono ormai riconducibili.

 

Oltre i consuntivi: la Corporate Digital Responsibility secondo Hera

In Hera abbiamo voluto raccogliere questa sfida e nel bilancio di sostenibilità 2020 diamo conto dei risultati di un’analisi unificata che, nel farsi carico di rischi e opportunità del digitale per ciascuna delle dimensioni della sostenibilità, intende costituire il primo nucleo di una vera e propria Corporate Digital Responsibility. Con questa formula, più precisamente, intendiamo un insieme di pratiche e comportamenti che aiutano un’organizzazione a utilizzare i dati e le tecnologie digitali in maniera etica e responsabile. Pienamente organica al resto della rendicontazione non finanziaria e alle politiche di enterprise risk management, essa apre un campo di lavori e di ricerche ulteriori attraverso i quali completare un framework che riveli la propria utilità non soltanto in sede di consuntivo, ma anche ex-ante, per progettare le attività di digitalizzazione in forza di una visione olistica capace di prevenirne, o almeno limitarne, le criticità e massimizzarne i benefici.

 

Le quattro (ecosistemiche) dimensioni della responsabilità digitale

Per Hera, sempre sulla scorta di Wade, le dimensioni della responsabilità digitale sono quattro – sociale, ambientale, economica e tecnologica. Nessuna di queste, ciò che più conta, offre asilo a steccati fra l’azienda e il contesto in cui essa si inscrive, nella consapevolezza che proprio il digitale – in quanto dominio di un flusso di dati che va nei due sensi a un tempo – non può essere governato se non a partire da una prospettiva ecosistemica.

Nell’ambito della dimensione sociale, ad esempio, questo si traduce in un approccio esteso alla governance dei dati e delle interfacce, che mostri in realtà di venire da lontano, promuovendo anche nel digitale quell’inclusione che Hera persegue da sempre, garantendo strumenti semplici e sicuri non solo per i propri lavoratori – diretti e indiretti –, ma anche per clienti e cittadini; al tempo stesso affrontando, per queste stesse categorie, un altro tema chiave, ossia come la digitalizzazione può concorrere al miglioramento della sicurezza e alla riduzione dei rischi.

Identico lo spirito sotteso alle analisi condotte sul fronte ambientale.

Il contributo del digitale alla decarbonizzazione, benché opportunamente rilevato, viene infatti inscritto nel quadro di un più ampio ragionamento, che interessa per esempio la scelta stessa dei fornitori di servizi in cloud, condotta secondo principi di green procurement per selezionare i player che garantiscono un utilizzo esclusivo di energia rinnovabile o che, perlomeno, abbiano assunto impegni precisi in questa direzione. Da tempo, e non soltanto in materia digitale, Hera ha del resto sposato l’approccio della Science Based Target initiative (SBTi), che affronta il perseguimento della decarbonizzazione lungo l’intera catena del valore, per evitare che le virtù di taluni non siano inficiate dai ritardi di altri.

Sul fronte dei prodotti tecnologici dismessi, inoltre, crediamo sia fondamentale procedere all’insegna della ricerca della massima circolarità possibile. Per un verso, questo vuol dire promuovere anzitutto l’ecodesign, il riuso e la riparazione, responsabilizzando anche in questo caso i diversi attori in gioco e massimizzando i benefici sociali degli interventi. Più a valle, però, c’è anche il tema del riciclo, in capo a filiere di raccolta e trattamento dedicate ed efficienti, che sanno come trattare i materiali particolarmente inquinanti di cui sono fatti questi prodotti.

Dal punto di vista economico, a sua volta, la partita è almeno duplice, perché alla gestione degli impatti occupazionali collegati all’introduzione su larga scala di nuove tecnologie digitali, si aggiunge l’altra faccia della medaglia, cioè la necessità di condividere con il maggior numero possibile di stakeholder i benefici derivanti dall’efficientamento digitale di asset e processi.

Non meno importante, infine, è la dimensione tecnologica, nell’ambito della quale Hera intende monitorare la crescente automazione delle proprie attività al fine di sincerarsi che essa non vada mai a detrimento della sicurezza fisica delle persone, senza dimenticare – sul fronte della business intelligence – un’analisi puntuale dei processi di reclutamento che, ad esempio, ne scongiuri qualunque potenziale aspetto discriminatorio, o ancora la crescente necessità di protezione di asset strategici rispetto al cyber risk.

 

Cosa serve per innovare?

Questo percorso, progettuale e concettuale insieme, ci ha ulteriormente confortato in una convinzione che la prassi di ogni giorno, più tacitamente, non smette mai di mostrarci: l’innovazione, dimensione di cardinale e proiettiva importanza per il nostro stesso piano industriale, non deve essere schiacciata su un discorso di mero upgrade tecnologico. Perché vi sia innovazione, infatti, è sufficiente (e insieme necessario) che un modo nuovo di creare valore venga individuato e perseguito. Benché utile a tale scopo, dunque, la trasformazione digitale non è che uno degli ambiti in cui Hera persegue l’innovazione. Ad essa, in particolare, abbiamo affiancato la transizione energetica e l’economia circolare, orizzonti entro i quali l’innovazione è per noi non solo altrettanto possibile, ma anche altrettanto importante, e anzi fondamentale per affrontare molte delle criticità emerse da un’assessment più puntuale del digitale stesso. Al business dell’innovazione, che per estrarre il massimo valore possibile dai suoi output tecnologici ne ha impoverito la visione, occorre cioè sostituire l’innovazione del business, che senza buttare alcunché riconfiguri tutto alla luce di priorità più lungimiranti, che superano il semplice domani.

 

Oltre la pandemia, per allinearci – tutti – alla nuova frontiera

Questi nuovi orizzonti strategici non servono affatto a indebolire il digitale, bensì a rafforzarlo, presidiandolo nel proprio sviluppo a partire da una prospettiva equilibrata, che gli eviti di doversi misurare con crisi di rigetto. A fronte della necessità, non più eludibile, di pensare lo sviluppo nel quadro della sostenibilità, non ci possono d’altronde essere zone franche, e uno sviluppo del digitale che non si facesse carico delle proprie implicazioni potrebbe costare parecchio a chi vi scommettesse. In definitiva, si tratta di metterci – tutti – nelle condizioni di governare al meglio un trend a cui di fatto non c’è alternativa e che ha vissuto un balzo irreversibile: le tante attività che per l’emergenza sanitaria si sono riorganizzate in modalità digitale non torneranno certamente al vecchio regime con la fine della crisi stessa. Si è cioè prodotta una fuga in avanti di cui bisogna riassorbire gli effetti negativi, dovuti per esempio al ritardo di chi non è riuscito, per ragioni diverse, a tenerne il passo. A questa operazione di allineamento complessivo sulla nuova frontiera, che mette in agenda temi decisivi di infrastrutturazione, formazione e accesso, occorre peraltro dedicarsi con estrema celerità, per evitare che le situazioni peggiori cronicizzino. Bisogna cioè scongiurare che la forbice fra la parte del Paese salita sul treno e quella che invece lo sta ancora inseguendo si divarichi in maniera irreparabile, dando una stura ulteriore a un conflitto sociale che la crisi economica, peraltro, sta già velocemente “apparecchiando”.

 

La rete prima della rete: il ruolo delle utility nelle nuove sfide del digitale

In attesa di vedere come queste sfide saranno supportate dal Recovery Plan, è opportuno alimentare un dibattito sul digitale che nel coglierne le diverse aree d’impatto – sociali, ambientali, economiche e tecnologiche – favorisca la sua integrazione al progetto europeo della just transition.

Da parte loro, in ogni caso o forse proprio per questo, le utility si trovano in una posizione quanto mai interessante. Per lungo tempo considerate – a torto o a ragione – imprese a bassa intensità tecnologica, esse sono entrate nelle nuove partite del digitale un po’ a fari spenti, ma dotandosi di strumenti e prospettive adeguate possono candidarsi a giocare un ruolo centrale, anche perché nel frattempo alcune di queste imprese hanno cambiato pelle e, proprio per rispondere alle sfide della transizione ecologica e dell’adattamento al climate change, stanno spingendo molto sul digitale e su modelli di business sempre più data driven. Se, infatti, la nuova sfida è quella di pensare il digitale nel quadro di una governance a vocazione termodinamica, che davanti a una smaterializzazione ne esamini gli impatti, chi da sempre lavora con acqua, energia e materia può portare in dote sensibilità e competenze decisive, contribuendo a disegnare – oltre i luoghi comuni – la cultura e la progettualità dell’innovazione di domani. Nella misura in cui l’epoca in corso, per dirla ancora con Floridi, ci chiede di spostare il nostro focus dalle cose alle relazioni, le utility – al centro di reti, anche e soprattutto umane e territoriali, che hanno anticipato quelle digitali – non possono sottrarsi al compito di mettere in valore la propria storica attitudine inclusiva, sapendo benissimo che una rete, materiale o immateriale che sia, è davvero tale solo se “non esiste un nodo esterno, isolato dagli altri[4]”.

 

Stefano Venier è Amministratore Delegato del Gruppo Hera.

 



[1] Cfr. Roberto Cingolani, “Manifesto per la sobrietà digitale”, L’Espresso, 07/02/2021.
[2] Luciano Floridi, Il verde e il blu, Raffaello Cortina Editore, Milano 2020, p. 256.
[3] Michael Wade, “Corporate Responsibility in the Digital Era”, MIT Sloan Management Review, aprile 2020.
[4] Luciano Floridi, Il verde e il blu, Raffaello Cortina Editore, Milano 2020, p.56.

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