LETTURE INTELLIGENTI

L’ARTE DI SBOCCIARE CON L’ETÀ

Kevin Evers

06 Maggio 2019

Mozart era un genio eccelso ma in adolescenza e poco più che ventenne incontrò tutte le difficoltà dei comuni mortali. Benché fosse già un prolifico compositore, per sbarcare il lunario dovette lavorare come organista e primo violino nella natia Salisburgo. Sottopagato, insoddisfatto e ingabbiato da compiti ordinari per lui frustranti, provava un bruciante desiderio di dedicare più tempo ed energia alla propria arte. E, dopo una fase di dubbi e ponderazione, fu esattamente quello che fece: lasciò il lavoro e si trasferì a Vienna, dando inizio a quello che si rivelerà il periodo più produttivo e creativo della sua vita.

Anche se non speriamo di attingere le vette dell’arte mozartiana, possiamo invece riconoscerci nel suo bisogno di liberarsi dalle convenzioni. Magari il nostro lavoro ci appare creativo quanto disegnare unendo i puntini numerati. E anche se abbiamo fatto tutto al meglio – bravi a scuola, lavoratori seri, con un buon posto ben pagato – siamo semplicemente stufi di essere uno tra tanti. E sogniamo di compiere qualcosa che sia solo e indubitabilmente nostro.

Se aspiriamo a un lavoro che ci permetta di realizzarci di più dal punto di vista personale – che si tratti di fondare una start-up, oppure di trasformare un hobby in un percorso di carriera a pieno titolo – passare all’azione può però apparirci come un compito arduo. Alcuni libri di recente pubblicazione suggeriscono invece che è perfettamente possibile sviluppare i mezzi, il coraggio e la chiarezza di intenti necessari a creare la nostra personale versione del Don Giovanni di Mozart.

Nel suo Aristotle’s Way la studiosa della classicità Edith Hall illustra come l’antico filosofo fosse convinto che la presa di coscienza delle proprie abilità, talenti e attitudini (dynamis) per poi usare tutte queste risorse al meglio (energeia) è il fondamento di una vita ben vissuta. Se non ci impegniamo a esprimere le nostre potenzialità uniche, come ha fatto Mozart, è normale che proviamo insoddisfazione. E se è così che ci sentiamo, afferma Aristotele, abbiamo il dovere di cambiare le cose.

Su questo concorda anche il filosofo John Kaag, autore di Hiking with Nietzsche. «L’io non resta passivo in attesa che lo scopriamo», scrive. «L’identità si fa in un continuo processo attivo, come dice il verbo tedesco werden, “diventare”».

Che cosa dunque ci frena? Rich Karlgaard, editore della rivista Forbes e autore di Late Bloomers, sostiene che l’ossessione dell’individuo di realizzarsi precocemente, propria della nostra cultura, ci impedisce di perseguire le nostre passioni. Anziché coltivare interessi e studi diversificati, invece darci tempo – tutte cose necessarie per scoprire noi stessi – siamo spinti a superare un test dopo l’altro, a specializzarci subito e a perseguire carriere sicure, stabili e redditizie. Di conseguenza la maggior parte di noi finisce per privilegiare l’eccellenza professionale alla realizzazione personale e così facendo spesso perde se stessa.

Secondo il giornalista David Epstein, autore di Range, l’ossessione per la specializzazione, che si è infiltrata anche tra gli allenatori sportivi di squadre giovanili e tra i cosiddetti “genitori elicottero”, è contraria alla logica. A meno che il nostro lavoro non consista nell’eseguire compiti ripetitivi e di routine, essere degli specialisti non è un vantaggio. Al contrario possedere un’ampia gamma di competenze ed esperienze permette di essere agili e creativi.

Gli autori di Dark Horse, Todd Rose e Ogi Ogas della Harvard School of Education, hanno rilevato, in uno studio condotto su persone che venendo dal nulla hanno raggiunto grandi successi, gli effetti negativi di una specializzazione precoce. «Pur provando noia e frustrazione, pur sentendosi sottoutilizzati o, al contrario, sommersi di lavoro», scrivono i due autori, «la maggior parte dei cavalli neri tira avanti anni prima di rendersi finalmente conto che non sta vivendo una vita appagante». Così, dopo una fase di inquieta ma silenziosa ambizione, queste persone apparentemente ordinarie – assistenti amministrativi, tecnici, manager IT – si scoprono capaci di trasformare i propri «desideri, predilezioni e fascinazioni» in carriere di successo, che sia come maestro sommelier, imprenditore nel ramo del lifestyle o artigiano ad alto livello».

Per promuovere una rivoluzione di questo tipo nel concreto della propria vita Rose e Ogas suggeriscono di creare una micro-motivazione, cioè un obiettivo centrato su un’attività estremamente specifica che veramente ci ispira. Per esempio, quando Korinne Belock ha lasciato il suo lavoro di assistente in ambito politico per dar vita a Urban Simplicity, azienda che rivede e riprogetta abitazioni e uffici, la sua micro-motivazione era «organizzare gli spazi fisici». Notare che non si è proposta di «fare qualcosa di creativo», oppure di «avviare un’attività in proprio». Queste sono dichiarazioni troppo vaghe e generali per diventare il punto di partenza di un’azione concreta. Belock ha invece individuato dentro di sé un’attività che suscitava grande curiosità e piacere e ne ha fatto la propria guida.

Andando avanti nel processo, ci sono alcune cose da tenere a mente. Prima di tutto che non è mai troppo tardi per “diventare” se stessi. Aristotele, per esempio, si dedicò completamente alla scrittura e alla filosofia a quasi 50 anni. Un percorso lungo e tortuoso verso l’autorealizzazione presenta anche dei vantaggi. Non dimentichiamo che l’età normalmente porta saggezza, resilienza, umiltà, conoscenza di sé e creatività. Questo è uno dei motivi per cui l’età media dei fondatori delle start-up ad alta crescita è di 45 anni. Citando il lavoro dello psicologo dello sviluppo Erik Erikson, Karlgaard scrive: «Il periodo che va dai 40 ai 64 anni di età è unico quanto alla possibilità di coniugare creatività ed esperienza con l’universale aspirazione umana a far sì che la propria vita abbia un valore».

Detto ciò, una volta deciso di intraprendere il viaggio, ci possono volere anni, se non di più, per raggiungere la meta. Gli studi mostrano però come i piccoli cambiamenti quotidiani possano avere un effetto cumulativo e portarci lentamente ma inesorabilmente più vicino alla persona che pensiamo di dover essere.

E se dovessimo impantanarci, pensiamo a Joanne, donna creativa e di talento che tra i 20 e i 30 anni è passata da un lavoro all’altro, facendo la ricercatrice, la segretaria e l’insegnante di inglese. A un certo punto, priva di sbocchi e clinicamente depressa, si sente un totale fallimento. Prende allora quella sensazione di disperazione e la usa a proprio vantaggio. Non essendo riuscita a seguire un percorso standard, si sente libera di fare ciò che ha sempre desiderato: scrivere romanzi fantasy per bambini. Come racconterà più tardi, «smisi di fingere con me stessa di essere qualcosa di diverso da quello che ero».

Ne avete probabilmente sentito parlare. I suoi libri sono firmati J.K. Rowling.

E ora, al lavoro.

 

KEVIN EVERS una redattrice di HBR.

 

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