COACHING INTERVIEW

Il potere di una goccia

Pietro Varvello

06 Maggio 2019

Giacomo Ponti è l’amministratore delegato dell’omonima azienda di famiglia, fondata nel 1867 in provincia di Novara e che oggi è giunta alla quinta generazione. La sua missione è sempre stata quella di offrire prodotti che uniscono la tradizione alimentare italiana alla ricerca di sapori innovativi. Una realtà produttiva che oggi conta sei stabilimenti in Italia, fattura oltre 120 milioni di euro, esportando circa un quarto del suo fatturato in una settantina di Paesi.

 

Dopo Giovanni ci fu Antonio, poi Guido, poi i due figli Cesare e Franco, oggi Giacomo e Lara alla guida dell’azienda di famiglia. Una situazione molto rara nel panorama imprenditoriale italiano. Quale è il vostro segreto?

Hanno contribuito a questi ricambi generazionali, quasi fisiologici, due fattori: uno la fortuna, l’altro l’educazione di stare insieme. La prima è legata alla tradizione della nostra terra, per la quale l’azienda andava lasciata solo ai figli maschi. Così saltiamo Antonio e Guido e arriviamo a mio padre e mio zio che hanno progressivamente lasciato spazio a me e a mia cugina Lara. L’altro fattore è legato all’intelligenza e alla sensibilità dei miei nonni, che alla domenica invitavano a pranzo i due figli e le loro famiglie, un’abitudine che ha consolidato i rapporti personali.

 

Non le sembra un’immagine di azienda familiare ormai superata?

Assolutamente no: voglio separare l’aspetto valoriale che caratterizza l’impresa familiare dagli aspetti gestionali. Negli ultimi dieci anni abbiamo progressivamente managerializzato le funzioni più importanti, facendo entrare dirigenti che oggi gestiscono in autonomia la finanza, la produzione, la ricerca e sviluppo, le vendite, il marketing e la comunicazione. Con mia cugina Lara, che segue l’organizzazione e la gestione delle risorse umane, abbiamo poi creato un Comitato di Direzione misto, famiglia e manager, che una volta al mese si riunisce per attuare le indicazioni del Consiglio di Amministrazione.

 

Come si trovano questi dirigenti, provenienti da multinazionali, in un’azienda di famiglia?

Anche se bisognerebbe verificare con loro la mia risposta, penso bene perché siamo stati molto attenti nella selezione, cercando non solo dirigenti che abbiano maturato significative esperienze professionali, ma anche che condividono i nostri valori. La contaminazione della loro cultura manageriale nel nostro contesto familiare ha prodotto ottimi risultati, sia in termini di sviluppo del fatturato, ma soprattutto nell’introdurre in azienda nuove procedure gestionali e di controllo.

 

E lei come si trova a lavorare nell’azienda di famiglia?

Non pensi che chiamarsi Ponti abbia automaticamente portato all’ingresso in azienda. Mio padre, prima di affidarmi responsabilità via via crescenti, mi ha “provato” e, assecondando le mie attitudini commerciali, mi ha mandato “lontano” dalla famiglia per sviluppare le vendite dei prodotti nel Nord Est. È stato un periodo molto formativo, sia perché ho avuto come mentore uno dei nostri migliori capi area, sia perché ho potuto vivere in prima persona l’evoluzione della distribuzione, anche se nelle specificità di questa zona. Oggi gestisco soprattutto lo sviluppo commerciale e mi assumo le responsabilità sui nuovi investimenti, che ho orientato soprattutto allo sviluppo di nuovi prodotti.

 

A quali nuovi prodotti si riferisce?

Mi riferisco ad esempio al recente lancio dell’aceto di mele che è stato accompagnato da un video che presentava il potere di una goccia. Questo concetto sintetizza anche il posizionamento dell’azienda, la sua passione per la ricerca di nuovi sapori all’interno della tradizione alimentare italiana.

 

Cosa vuol dire oggi tradizione italiana, in rapporto ai nuovi stili di vita dei consumatori e soprattutto alle nuove “mode” alimentari imposte dalle multinazionali del food?

Tradizione non vuol dire per Ponti solo abitudini alimentari vecchie e ormai superate, ma quel delicato equilibrio tra il vecchio e il nuovo, che va costantemente monitorato. Occorre avere una grande sensibilità per intercettare sul nascere queste nuove tendenze. Ad esempio oggi tutti parlano di bio e questi prodotti sono ormai passati dai punti vendita specializzati, agli scaffali della GDO. Nel 2008, quando ancora il bio era un fenomeno marginale (anche perché questi prodotti avevano prezzi di vendita significativamente elevati), abbiamo creduto nello sviluppo di questo mercato e acquistato un’azienda specializzata nella trasformazione di frutta e verdura biologica (Azienda Montana Achillea, ndr). La sua cultura ha progressivamente condizionato lo sviluppo di altri prodotti della Ponti e oggi siamo in grado di offrire una linea completa di prodotti bio che sta andando molto bene. Per noi, produttori innanzitutto dell’aceto, credere nel benessere delle persone è comunque facile.

 

In che senso?

Fin dall’antichità, all’interno della cultura contadina, l’aceto è sempre stato considerato un vero e proprio toccasana nella cura di molte affezioni e un formidabile dissetante con proprietà antisettiche. L’aceto è considerato un condimento “promotore della salute”, che aggiunge gusto ai cibi e ne facilita la digestione. Oggi questi temi sono fortemente associati alla natura e alla tutela dell’ambiente. Per essere coerenti, tuttavia, non basta solo offrire alimenti bio, ma occorre impostare in questa logica tutta l’azienda, la sua produzione e la distribuzione dei prodotti.

 

Mi faccia un esempio.

Siamo stati i primi nel nostro comparto, ad adottare nel 2011 le bottiglie in PET che hanno consentito risparmi per i consumatori, ma soprattutto significativi vantaggi per l’ambiente. Una bottiglia da litro di aceto pesa 33 grammi contro i 330 del vetro, è infrangibile, riciclabile come il vetro, ha un diametro più ristretto che consente di stoccare il 12% di volumi in più su ogni pallet. Risultato per l’ambiente? Aver risparmiato il viaggio di oltre 1700 autotreni/anno sia in approvvigionamento di bottiglie di vetro vuote, sia in distribuzione. Questa scelta di produzione era comunque in linea con le aspettative dei consumatori: da un’indagine preventiva, abbiamo avuto la conferma che non solo i clienti Ponti accettavano questo nuovo packaging, ma che questa soluzione ci consentiva di ampliare le nostre quote. Cosa che poi si è verificata.

 

Come vede l’azienda fra cinque anni?

La vedo molto più internazionale di oggi, con una quota di fatturato sviluppato all’estero vicina al 50%.

 

Solo export?

Non solo export, ma nuovi approcci per ogni mercato estero significativo. Oggi siamo presenti direttamente in Francia e Stati Uniti, due mercati su cui stiamo puntando molto per le loro caratteristiche che premiano la nostra qualità e il nostro posizionamento. Il mercato americano in particolare è molto interessante perché premia non solo il made in, ma anche il made by.

Pensi al successo che hanno avuto i marchi Rana e Beretta: da quando hanno avviato una loro produzione negli Stati Uniti e adattato la loro offerta ai “gusti” locali, il loro fatturato si è impennato. Non è detto che anche noi non apriremo un’unità produttiva locale.

 

E lei come si vede fra cinque anni?

Mi vedo alla guida di un’azienda più moderna, innovativa e aperta ai mercati internazionali, insieme sia alla squadra che ho costruito in questi anni, sia ai nostri dipendenti, di cui conosco tutti i nomi e la storia di ciascuno di loro. Alcuni sono stati i miei compagni di scuola, altri sono arrivati a loro volta alla quarta generazione di dipendenti Ponti. Insieme a loro e grazie anche a loro realizzeremo i nostri obiettivi.

 


Con le Coaching Interview, Harvard Business Review Italia propone un modo nuovo di incontrare i personaggi del mondo dell’impresa, manager e imprenditori, che riflettono sui fattori che hanno determinato il loro successo. Sono interviste realizzate con l’approccio del coaching e senza uno schema prefissato, che utilizzano ascolto e domande che stimolano gli interlocutori a raccontare gli elementi chiave della loro storia professionale.
 

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