RESPONSABILITÀ SOCIALE

Banco Alimentare: solidarietà organizzata

Da 30 anni questa straordinaria iniziativa opera con crescente efficacia ed efficienza per aiutare milioni di persone che vivono in situazioni di disagio e povertà. Con un rigoroso sistema di procedure igienico sanitare e di sicurezza, a tutela delle persone assistite.

Cristina Capece

06 Maggio 2019

Termini come sostenibilità ed economia circolare sono oggi sulla bocca di tutti, tuttavia, nonostante l’alto livello di attenzione, troppo spesso si verificano ancora casi eclatanti di spreco, inquinamento e cattiva gestione delle risorse. Viviamo un enorme paradosso: da un lato lo sviluppo ha raggiunto cime elevatissime, dall’altro problematiche pratiche come fame e miseria hanno assunto la dimensione di un vero e proprio “scandalo”. Come affermato da Papa Francesco: «In un mondo ricco di risorse, grazie anche agli enormi progressi tecnologici, troppi sono coloro che non hanno il necessario per sopravvivere». Realtà come il Banco Alimentare rappresentano un esempio concreto di come si possa riequilibrare questa situazione, ridurre gli sprechi e fare del bene. La Fondazione e la rete Banco Alimentare raccolgono e distribuiscono a strutture caritative eccedenze alimentari perfettamente commestibili. Ma non si tratta solo di solidarietà e generosità, come sottolinea il presidente Andrea Giussani, il Banco è una vera e propria impresa logistica, una best practice organizzativa che opera in modo strutturato e sostenibile.

 

Nel 2019 il Banco Alimentare compie 30 anni. Come è nata questa organizzazione e come si è diffusa in Italia?

L’idea è nata negli Stati Uniti nel 1967 grazie all’intuizione di John Van Hengel che osservò una donna intenta a recuperare scarti alimentari di un supermercato per la propria famiglia di 10 figli. Van Hengel capì che era possibile allargare e sistematizzare questa attività per aiutare molte più famiglie disagiate. In questo modo è nato il primo Food-Bank della storia: una banca per il cibo. Il meccanismo di recupero delle eccedenze alimentari attivo oggi è fondamentalmente lo stesso di allora, ovviamente reso più moderno e sicuro nel rispetto delle norme e della tutela degli individui.

La prima città europea a emulare questo modello è stata Barcellona e nel 1989 il Banco Alimentare è arrivato in Italia anche grazie a Danilo Fossati, fondatore e proprietario della Star, e all’incontro con don Luigi Giussani, fondatore del movimento di Comunione e Liberazione, da tempo impegnato nel sociale. Fin dalla sua origine la Fondazione Banco Alimentare ha sviluppato al suo interno una duplice anima, industriale e solidale. In questi 30 anni, la Fondazione si è diffusa per gemmazione in tutta Italia partendo da Monza e oggi sotto il suo ombrello ci sono 21 associazioni sparse per il nostro Paese. Ogni singolo Banco Alimentare opera a livello territoriale seguendo le stesse direttive generali valide a livello nazionale. A livello europeo aderiamo alla FEBA (Federazione Europea Banchi Alimentari) che riunisce Food Bank di 26 Paesi. Quello che ci differenzia è la particolare attenzione all’aspetto educativo al rispetto del cibo e dell’uomo, che curiamo nei rapporti con tutti i nostri stakeholder.

Nel 2018 avete recuperato oltre 90.000 tonnellate di cibo che altrimenti sarebbe andato sprecato, distribuendolo a 8.000 strutture caritative che si occupano di inclusione sociale a diverso livello, aiutando così più di un milione e mezzo di persone. Come è stato possibile raggiungere questi numeri e quali sono ad oggi le vostre principali fonti di approvvigionamento?

Per raggiungere questi numeri serve un’organizzazione rigorosa, forte di rapporti consolidati e basata su un piano di lavoro mensile altrettanto meticoloso che stabilisce ritiri, immagazzinamento e consegne. Abbiamo procedure codificate e veri e propri manuali di buone prassi igienico sanitarie da seguire per la corretta gestione dei processi di recupero e distribuzione. Abbiamo una “macrologistica” per le grandi donazioni, stabiliamo degli accordi a livello nazionale con i maggiori produttori. E una “micrologistica” regionale dove le varie associazioni Banco Alimentare gestiscono gli accordi locali con i produttori del territorio.

Per quanto riguarda le fonti, una fetta importante delle eccedenze recuperate proviene dall’industria produttiva, dalla distribuzione organizzata, dalle piattaforme alimentari, dall’HORECA e perfino dalle navi da crociera. La maggior parte dei prodotti donati dalle aziende alimentari sono cibi conservati, mentre ortomercati, mense e catering forniscono alimenti freschi o piatti pronti. Nei supermercati ritiriamo sia il fresco, come pane, prodotti di gastronomia, frutta e verdura, sia prodotti conservati vicini alla scadenza, prodotti difettati nel packaging. Dal 2016, grazie alla legge Gadda, è aumentato il volume degli alimenti donati che riportano la dicitura “da consumarsi preferibilmente entro il…”, ancora perfettamente commestibili nonostante la data indicata sia superata. Inoltre, circa un terzo del cibo raccolto proviene dal FEAD, fondo europeo che si occupa della produzione di alimenti a scopo sociale distribuiti poi attraverso strutture caritative convenzionate. La Rete Banco Alimentare si occupa anche della selezione delle strutture destinatarie e della distribuzione delle derrate. Infine, la giornata nazionale della Colletta Alimentare, organizzata una volta all’anno, permette di raccogliere circa 8500 tonnellate di alimenti donati dai cittadini. 

 

Grazie a SITICIBO recuperate gli alimenti eccedenti nei circuiti della ristorazione organizzata. Quali sono i principali ostacoli che dovete affrontare nello svolgimento di questa attività?

Per quanto riguarda la ristorazione organizzata, l’ambito che richiede maggior attenzione è quello del rispetto delle norme igienico sanitarie e del trattamento degli alimenti. La sicurezza per noi è fondamentale, abbiamo estremo riguardo nei confronti delle persone che sosteniamo e tuteliamo il più possibile la nostra attività. Seguiamo attentamente un manuale approvato dal Ministero della salute e abbiamo adottato un rigoroso protocollo che proponiamo a tutti i nostri fornitori. Essi devono infatti dotarsi di strumentazione adeguata (contenitori chiusi, celle frigorifere e abbattitori) e seguire determinate indicazioni nelle attività di donazione delle eccedenze. Questo, da un lato, seleziona il numero di donatori, dall’altro ci garantisce livelli qualitativi migliori. Nel 2018 sono stati raccolti e distribuiti quasi 1,4 milioni di piatti pronti, oltre a 330 tonnellate di pane e frutta. La logistica dei grandi volumi inscatolati è certamente più semplice da gestire rispetto alle materie prime e ai piatti pronti che sono più parcellizzati e rappresentano per noi un grosso sforzo in termini di tempo e costi.

 

La Colletta Alimentare è attiva dal 1997. Qual è il grado di adesione da parte della popolazione italiana?

I livelli di povertà sono aumentati negli ultimi anni e fortunatamente anche la solidarietà delle persone si è incrementata notevolmente. La Colletta Alimentare, che si svolge ogni anno nell’ultimo sabato di novembre, gode di una crescente adesione. La prima volta, 22 anni fa, furono raccolti pochi quintali di alimenti. Oggi siamo attivi in 13.000 punti vendita con 150.000 volontari per un totale di 8.500 tonnellate di cibo raccolto. Grazie ai 5 milioni di donatori, la Giornata Nazionale della Colletta Alimentare è diventata l'evento di solidarietà più partecipato in Italia. Gli alimenti raccolti fuori dai supermercati vengono controllati, inscatolati per tipologia omogenea di prodotto, immagazzinati e smistati per essere distribuiti nei mesi successivi. Si tratta soprattutto di alimenti per bambini, scatolame, olio e passate.

 

Papa Francesco ha affermato che la fame è uno scandalo che minaccia la vita e la dignità di tante persone non solo nei Paesi poveri. Come si sono evoluti i bisogni delle persone nell’arco di questo trentennio?

Trent’anni fa, temi come lo spreco e la fame non erano sentiti come oggi. Nell’ultimo decennio l’attenzione a queste tematiche è esplosa per diverse ragioni. I numeri sono chiari: abbiamo 5,6 milioni di tonnellate di eccedenze e 5 milioni di persone che non hanno da mangiare a sufficienza. Il problema oggi non è solo dei Paesi “poveri”: se lei cammina per strada e incontra 12 persone, domani una di queste non avrà abbastanza da mangiare. In Italia solo 15 anni fa il problema della fame non aveva le dimensioni attuali. La principale causa di questo peggioramento è certamente la crisi economica che si è tradotta in perdita del lavoro, difficoltà a coprire le spese, disagio e separazione dei nuclei familiari. In Italia la distribuzione della povertà tra le diverse regioni è abbastanza equa in relazione al numero degli abitanti. Nelle zone urbane la densità di persone disagiate è maggiore ed è aumentata la povertà tra i giovani a causa della disoccupazione. Oggi gli indigenti non sono solo anziani, malati e immigrati, ma anche persone che pur lavorando percepiscono un reddito talmente basso da non riuscire a coprire le spese soprattutto se vivono nelle città del nord. Le statistiche mostrano che ad oggi la povertà colpisce in egual modo cittadini italiani e immigrati.

 

Quali sviluppi futuri vede per il Banco Alimentare per i prossimi 30 anni?

Per il futuro abbiamo diversi obiettivi. Innanzitutto ci proponiamo di accrescere i volumi dei prodotti raccolti, servono nuove fonti di approvvigionamento e maggiore capillarità nel recupero dei pasti. Ad esempio, abbiamo sperimentato e sviluppato con successo due nuovi tipi di recupero. Il primo avviene sulle navi da crociera (attualmente operiamo in 5 porti dove recuperiamo le eccedenze dei pasti non distribuiti sulla nave). La seconda nuova risorsa è il pescato invenduto perché confiscato, o da gettare per motivi di legge o di mercato. Altro settore potenzialmente interessante sarebbe quello dell’agricoltura, potremmo infatti occuparci di buona parte della frutta e verdura che rimane sul campo o non raccolta. Ma servono persone, volontari, risorse. Ad esempio, nuove strutture per la trasformazione/lavorazione delle materie prime in loco ci permetterebbero di guadagnare tempo sulla distribuzione del fresco. Inoltre, per massimizzare l’efficacia delle nostre campagne di fundraising e co-marketing, dovremmo migliorare la misurazione degli impatti delle nostre attività sul tessuto sociale. L’esperienza che abbiamo accumulato in 30 anni di lavoro deve trasformarsi in conoscenza e deve essere raccontata. Per crescere ulteriormente abbiamo bisogno di partnership forti con aziende ma anche con altre organizzazioni non profit per creare delle reti di sostegno a 360°.

La cultura del valore del cibo e del suo recupero, forma importante di responsabilità sociale, deve diffondersi capillarmente nelle imprese, tra i dipendenti e tutti i cittadini, in modo che l’attenzione al bene comune diventi una consuetudine e non un’eccezione. 

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