SISTEMA MONDO

Il rebus delle politiche economiche del nuovo Governo

Nicola Nobile

02 Luglio 2018

Dopo tre mesi di stallo, la Lega e i Cinque Stelle sono riusciti a formare un Governo. Rimane tuttavia molto elevata l’incertezza riguardo l’indirizzo economico del nuovo Esecutivo. Le due parti hanno firmato un programma che, per la parte di politica di bilancio, contiene alcune misure per un valore di circa 100-120 miliardi di euro. Le più importanti sono rappresentate da un taglio alle tasse (impropriamente definito “flat tax”), sussidi alla disoccupazione (impropriamente definiti “reddito di cittadinanza”) e una revisione delle regole pensionistiche introdotte sotto il governo Monti.

Come Oxford Economics, abbiamo dimostrato che, dato l’alto livello del debito e la moderata crescita nominale, l’Italia non ha il margine per onorare tutte le promesse della coalizione, soprattutto se implementate tutte insieme.

La realizzazione congiunta di queste politiche economiche farebbe schizzare il deficit dei conti pubblici a circa il 6% del Pil nel 2019. Inoltre in assenza di misure correttive o di coperture certe, gli investitori valuterebbero in modo molto negativo la scarsa attenzione all’equilibrio di finanza pubblica in un Paese già oberato da un debito oltre il 130% del PIL.

Il nuovo Esecutivo dovrà quindi trovare dei compromessi, andando oltre il contratto di governo.

A questo proposito, è essenziale riportare le parole usate nella prima intervista da Ministro delle Finanze del professor Tria. Oltre a impegnarsi pienamente in favore dell’unione monetaria, Tria ha affermato di non puntare a stimolare la crescita attraverso la spesa in deficit. In altre parole ha detto che le politiche annunciate in campagna elettorale, e poi ratificate con la stesura del contratto del cambiamento, non verranno implementate senza prima aver trovato delle coperture finanziarie.

Queste parole hanno calmato i mercati finanziari. Ma non hanno dissipato l’incertezza riguardo le politiche future.

Nelle prossime settimane, e soprattutto con la discussione sulle misure da adottare nella Legge di Bilancio 2019, gli investitori saranno molto attenti a quanto verrà proposto dal Governo e alla sua propensione a mantenere sotto controllo i parametri di finanza pubblica.

Ci aspettiamo però che la nuova politica di bilancio sia più accomodante e meno attenta alla sostenibilità fiscale di quanto previsto in precedenza. Per questo motivo, abbiamo modificato le nostre ipotesi, inserendo un incremento della spesa pari a circa l'1% del PIL, a partire dal 2019. Questo ha spinto al rialzo le nostre previsioni di crescita del PIL per il prossimo anno, all'1,4% (da circa l'1% in precedenza), ma al costo di un peggioramento delle metriche fiscali. Per il 2019 prevediamo ora un disavanzo fiscale di circa il 2%, in linea con il 2017, e superiore di oltre l'1% all'attuale obiettivo del Governo (fonte Def 2018).

La nostra previsione sul debito pubblico (si veda il grafico) è peggiorativa ma sempre coerente con un debito pubblico in relazione al prodotto interno lordo in calo. Rimane però il fatto che, in assenza di importanti riforme strutturali in grado di far accelerare la crescita o di un notevole rallentamento dell'economia, il rapporto debito pubblico/PIL non dovrebbe aumentare in modo sostanziale. Rimarrebbe però a un livello elevato, lasciando l'Italia vulnerabile a degli shock negativi, sia di natura domestica sia esterna. 

Un esercizio teorico, ma abbastanza indicativo, soprattutto a fronte della presentazione della legge di bilancio 2019, ci porta a definire attorno al 3% di PIL la soglia del deficit di bilancio oltre la quale i mercati potranno mettere in discussione la sostenibilità del debito italiano. Quindi, una legge di bilancio con obiettivo un deficit superiore al "livello francese" (circa il 3% del PIL) dovrebbe giustamente preoccupare i mercati finanziari, mentre un deficit nell'ordine del 2% non dovrebbe essere considerato un problema imminente.

La Commissione europea probabilmente concederà all'Italia la possibilità di attuare un allentamento fiscale leggermente più contenuto, come ha fatto in passato con altri Paesi (tra cui l'Italia stessa), chiedendo presumibilmente in cambio alcune riforme strutturali. Tuttavia, una deviazione sostanziale dagli obiettivi di finanza pubblica e un forte deterioramento delle finanze pubbliche potrebbe spingere gli investitori (questa volta forse giustamente) ad allontanarsi di nuovo dai mercati obbligazionari e azionari italiani. 

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