EDITORIALE

Futuro ibrido

Enrico Sassoon

Maggio 2021

Futuro ibrido

Pandemia un anno dopo. Le aziende si interrogano sul futuro del lavoro e dell’organizzazione. Alcune confermano la realtà che si è venuta a creare in seguito ai lockdown e al distanziamento: in alcuni casi molti dipendenti, la maggioranza, continueranno a svolgere le loro attività da remoto, casa o altro che sia; in altri, casi, per ora alquanto rari, si è deciso che gli uffici non servono più, li hanno chiusi e hanno organizzato il lavoro nelle diverse modalità da remoto.

All’altro estremo, molte aziende riprendono il lavoro tradizionale, con la stragrande maggioranza dei dipendenti nelle fabbriche e negli uffici, mentre solo un certo numero lavorerà altrove: cosa, peraltro, che esisteva già prima dell’emergenza. Come si è letto in notizie riportate con molta evidenza, Google è tra queste: molti a casa, o “ovunque”, quasi tutti in ufficio a riannodare i fili allentati o in qualche caso spezzati.

Che ci si ponga a un estremo o a un altro, una conclusione è evidente: come si è detto più volte, molte cose in futuro non saranno più come prima. Il lavoro, specie nelle componenti intellettuali, sarà organizzato secondo un modello ibrido, in quella che possiamo definire come “geometria variabile”, con dimensioni diverse sia nello spazio sia nel tempo.

Il modello è ben rappresentato nell’articolo di Gratton. Alla base ci sono fattori diversi che porteranno aziende diverse a fare scelte diverse. Ma con un comune denominatore: la tecnologia in grado di abilitare tutte le opzioni, rendendole efficaci ed efficienti, economicamente valide e sufficientemente produttive.

La rappresentazione di Gratton è utile per posizionare le scelte tra un modello tradizionale di spazio e tempo (tutti nello stesso spazio nelle stesse ore) e uno totalmente flessibile (tutti da ovunque in qualsiasi orario). Tra questi due estremi, le altre scelte di spazio (un po’ qua e un po’ là) e di tempo (nelle stesse ore o quando mi pare). Va da sé che a ogni quadrante corrisponderà una diversa necessità organizzativa, una diversa capacità di leadership, una diversa organizzazione famigliare, un diverso assetto normativo.

Il punto è che le aziende non vivono nel vuoto pneumatico, ma sono cellule di un ampio organismo sociale e dunque ne vengono influenzate e a loro volta lo influenzano. Il modello ibrido non si limita infatti a impattare sul lavoro e sulle organizzazioni. Esiste già e opera, per esempio, nel contesto della mobilità. Le nostre società si sono già modificate per accogliere nuove forme di mobilità ibride abilitate dalla tecnologia e in futuro queste nuove caratteristiche diverranno ancora più accentuate. Lo stesso si può dire delle nostre abitudini in campi diversi tra loro come lo shopping e l’apprendimento. È del tutto chiaro che le abitudini di acquisto torneranno solo in parte alle modalità usuali del negozio fisico: abbiamo imparato l’eCommerce e in buona parte è qui per restare; e lo stesso vale per la didattica, che sarà connotata dal ritorno nelle aule, ma con una forte componente a distanza destinata a rimanere e, probabilmente, a rafforzarsi.

Eccolo, il nostro futuro ibrido. Eravamo già avviati su questa strada e la pandemia non ha fatto altro che accelerare un processo che inevitabilmente sarebbe comunque andato in questa direzione. Il tempo è stato compresso come in un racconto di fantascienza e abbiamo vissuto in pochi mesi una accelerazione di molti anni. Va bene. Impariamo a riconoscere la nuova realtà e a trarne il meglio, perché il futuro ibrido è qui tra noi per restare.

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