Settembre 2020

Editoriale - Smart working o smart worker?

Enrico Sassoon

Settembre 2020

Editoriale - Smart work o smart worker?

Diciamolo, quello che in questi mesi è stato definito smart working e spesso presentato come una gran novità, nei fatti corrisponde al buon vecchio telelavoro, o lavoro a distanza. Assai spesso di intelligente non aveva e non ha granché, poiché nella maggioranza dei casi ha corrisposto a un semplice trasferimento di attività dal luogo di lavoro al domicilio personale, senza che l’organizzazione potesse fare molto di più che non dare le risorse minime per lavorare da casa. Essenzialmente, il pc e lo smartphone, mentre di solito eventuali ulteriori elementi, quali la banda sufficientemente larga o la stampante, sono dipesi dalla disponibilità del lavoratore di metterli a disposizione o di dotarsene secondo l’esigenza.

Dunque, non di lavoro intelligente si è trattato, in quanto non precedentemente pensato e organizzato, bensì di lavoro a distanza che, a quanto sembra, ha interessato (e in parte interessa ancora) qualcosa come 8 milioni di lavoratori, contro i 500mila stimati prima della pandemia.

La cosa sorprendente è che tutto sommato sembra aver funzionato, senza particolari cadute di produttività, senza interruzioni catastrofiche, senza evidenti problemi esistenziali. I lavoratori, cioè noi tutti, si sono mostrati passabilmente intelligenti anche quando il lavoro non lo è stato. Smart worker, dunque, e non smart work.

Fin qui tutto bene, il picco dell’emergenza sembra superato, almeno in Italia, molti sono tornati al lavoro e Harvard Business Review ha cercato di fare la sua parte pubblicando nel sito hbritalia.it una sezione liberamente accessibile dove ormai si possono trovare una settantina di ottimi articoli che possono aiutare a vivere meglio la situazione e a superare i momenti più difficili. Sia dal punto di vista dell’individuo sia dell’organizzazione.

Il punto di vista individuale è importante, anzi lo è sempre di più. In questo numero pubblichiamo un ampio Speciale sul tema dell’ansia, abbondantemente elaborato in relazione alla crisi attuale. La questione è rilevante ed è certamente segno dei tempi che nelle organizzazioni prenda sempre più spazio. L’ansia è generata da paure legate a fatti reali o solo immaginari e compromette sia la salute mentale delle persone che ne sono soggette, sia la loro performance lavorativa. Dunque, è bene in primo luogo che i leader delle imprese, ma anche i dipendenti ed eventualmente anche le organizzazioni sindacali, ne siano ben consapevoli e che, in secondo luogo, si affronti il problema con gli strumenti appropriati.

È una questione non banale perché per le singole persone, a tutti i livelli, riconoscere di avere tale disagio è già difficile, comunicarlo pubblicamente è spesso impensabile. Esiste un bias riconosciuto che costituisce un ostacolo da superare e in questo la responsabilità dell’organizzazione si somma a quella di ciascuno di noi.

L’ansia si può manifestare in molti modi e il consiglio degli esperti, di norma psicologi o coach e formatori, è di affrontare il tema in modo franco e aperto, così che il capo e i colleghi contribuiscano alla presa di coscienza e rappresentino un aiuto terapeutico con la loro comprensione e collaborazione, ma anche compassione e amicizia.

Poi possono venire in soccorso anche aiuti più professionali, oggi ampiamente disponibili. Parlare di mindfulness e intelligenza emotiva è ormai pratica acquisita in molte organizzazioni, ma oggi esistono strumenti e metodologie una volta impensabili in azienda, come i luoghi di riposo e meditazione, le sale dedicate all’esercizio fisico o allo yoga, le sedute individuali o collettive con terapeuti qualificati.

In buona sostanza, organizzare un lavoro intelligente anche per le necessità future richiede di trattare il tema sotto il profilo pratico e razionale, ma anche sul piano della psicologia individuale e collettiva, evitando di lasciare il compito solo all’intraprendenza dei singoli, per quanto intelligenti.

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