COACHING INTERVIEW

Il “vero” Signor Balocco

Intervista di Pietro Varvello ad Alberto Balocco

Aprile 2020

Alberto Balocco è il presidente e amministratore delegato dell’omonima azienda familiare, oggi giunta alla terza generazione. Nata da una piccola pasticceria artigianale fondata nel 1927 a Fossano (Cuneo), oggi è il secondo player del mercato dolciario da ricorrenza e dei prodotti da prima colazione. Interamente controllata dalla famiglia, l’azienda ha raggiunto un fatturato di quasi 200 milioni di euro ed esporta il 12% per cento del fatturato in oltre 70 Paesi.

 

La recente comunicazione televisiva presenta i prodotti e l’azienda come “buoni da generazioni”. Nella realtà, tutte le generazioni Balocco possono ritenersi “buone”?

Nella famiglia Balocco i passaggi generazionali sono sempre avvenuti senza forzature e in piena sintonia. In questi quasi cento anni di attività sono cambiate tante situazioni, ma non è mai mancato il senso di responsabilità che ha sempre accompagnato la nostra gestione. Ad esempio, mio nonno pur essendo profondamente diverso da mio padre, oggi 89enne e ancora presente in azienda, ha gestito il passaggio senza problemi.

 

Quindi lei ha ancora un ruolo subalterno?

Come figlio sicuramente sì, non come amministratore delegato. Sono entrato in azienda con mia sorella Sandra all’inizio degli anni ’90, in un periodo non facile, in cui l’azienda si stava managerializzando. Abbiamo avuto fin da subito la responsabilità di scegliere i collaboratori esterni alla famiglia e non è stato sempre facile. Abbiamo pagato personalmente scelte che si sono rivelate poco consone alla cultura e allo stile dell’azienda.

 

In che senso?

Balocco, come altre aziende familiari, porta il nome della famiglia e quindi la reputazione arriva prima di ogni altra valutazione, anche di quella economica. I manager che oggi ci affiancano nella gestione dell’azienda, oltre alle loro competenze professionali, condividono anche i valori della famiglia che sono la lealtà, la condivisione di un ambiente informale (dove anche lo stagista mi dà del tu) e l’entusiasmo per affrontare le sfide quotidiane. All’inizio non è stato facile selezionare questi manager, ma negli anni siamo riusciti a costruire una squadra vincente a cui ricondurre i risultati positivi dell’azienda.

 

In effetti dal primo spot del 1975 trasmesso a Carosello, con le gemelle Kessler come testimonial, ne avete fatta di strada…

In quegli anni l’azienda fatturava poco più di un milione di euro, ma aveva ormai consolidato il suo posizionamento di prodotti “buoni” per la loro qualità. Era quel posizionamento “storico”, tramandato dalle due precedenti generazioni, appunto pasticceri che sapevano fare bene questo mestiere.

 

Ma oggi, come si fa a rimanere “buoni” con meno grassi e meno zucchero, cioè una delle vostre ultime promesse?

Il concetto di “buono” non è statico, ma è in continua evoluzione. Per garantirlo occorre mantenere un rapporto costante con il consumatore che sa cosa vuol dire “buono”, al di là delle nuove abitudini alimentari e degli stili di consumo. Innanzitutto, una bontà di prodotto: questa implica una costante ricerca di nuove formulazioni che di volta in volta aggiungono o tolgono un determinato ingrediente. Pensi ad esempio all’olio di palma. Non voglio entrare nel merito della salubrità di questo ingrediente, ma se il consumatore gli associa dei valori negativi, allora l’azienda ne deve prendere atto. Per la Balocco la sua eliminazione ha comportato uno sforzo economico significativo, avendo dovuto eliminare alcuni impianti per sostituirli con altri. Ma lo abbiamo fatto.

 

C’è altro, relativamente al concetto di “buono”?

Negli ultimi anni questo concetto si è allargato, coinvolgendo nuove aspettative. Potrei sintetizzare queste esigenze con la parola sostenibilità. In questa parola sono oggi ricomprese una complessità di esigenze che partono dal concetto tradizionale di benessere (cioè stare bene grazie ad alimenti fatti con ingredienti sani), alla coerenza dell’azienda con la promessa di una produzione sostenibile in termini ambientali, energetici e altro. Tutti questi elementi si consolidano nella fiducia verso un determinato marchio.

 

È per questo che continuate a presentarvi con il “Signor” Balocco?

Ciascuna azienda sceglie una comunicazione coerente al proprio posizionamento. Per un’azienda familiare, il cui marchio porta il nome della famiglia e che viene anche gestita da un “signor” Balocco, questa associazione continua a sembrarci quella più coerente a quello che siamo.

 

Come vede l’azienda nei prossimi cinque anni?

Preferirei risponderle spostando l’orizzonte temporale a dieci anni. Stiamo già lavorando per il prossimo passaggio generazionale. Io ho tre figli, mia sorella ne ha uno, hanno manifestato interesse per l’azienda, stanno facendo i loro studi universitari e preparandosi ad occupare posti di responsabilità che saranno via via crescenti. Il compito della mia generazione è quello di preparare l’azienda ad essere ancora competitiva per quando entreranno e ad allenarli per ricoprire le loro future responsabilità.

 

Cosa vuol dire “preparare l’azienda”?

Ad esempio, investire in nuovi 25mila metri quadri, come abbiamo fatto lo scorso anno, il che ha consentito di raddoppiare la superficie produttiva dell’azienda. Abbiamo poi avviato un piano di investimenti che prevede di introdurre nei prossimi anni nuove filosofie produttive, nuovi sistemi informativi, automazione 4.0, ecc. Sul fronte dei prodotti, abbiamo aumentato gli investimenti nella ricerca di nuove formulazioni, di nuovi packaging per nuovi momenti di consumo, ecc. Lo sforzo maggiore lo stiamo comunque facendo per adeguare la produzione a una maggiore sostenibilità in termini di consumi energetici e ambientali. Grazie a un impianto di energia fotovoltaica da 3 megawatt oggi possiamo scrivere con orgoglio sulle confezioni di alcuni prodotti che utilizziamo “energia pulita”. Il tutto per lasciare alla prossima generazione un’azienda “buona”.

 

Quali minacce potrebbero ostacolare questo obiettivo?

Abbiamo la consapevolezza che viviamo un momento di grandi cambiamenti, molti dei quali difficilmente prevedibili. Per un imprenditore l’imprevisto è sempre dietro l’angolo: si pensi solo ai danni che può provocare la diffusione di fake news. Fatta questa premessa, ci impegniamo ogni giorno in azienda come abbiamo iniziato a fare 30 anni fa, continuando a fare il nostro “mestiere” con entusiasmo.

 

Il libro che ha scritto, Volevo fare il pasticcere, è una trovata di comunicazione, oppure lo voleva fare realmente?

Quel libro è nato in un momento particolare: nel 2015 era mancata la nostra mamma e l’anno dopo nostro padre ha avuto gravi problemi di salute. Abbiamo sentito il bisogno di “fare memoria” e ricordare il contributo delle precedenti generazioni nel costruire quella che oggi è la Balocco Spa. È una storia fatta non solo di successi, ma anche di fatiche, rinunce, problemi affrontati con successo, ma anche con sconfitte. Il nostro ruolo è quello di perpetuare la missione di fare il pasticcere, anche se per quanto mi riguarda le devo confessare che riesco meglio nella gestione dell’impresa. Quello che mi consola è che i nostri figli si divertono molto a fare dolci. Ma questo sarà un altro capitolo della storia della nostra famiglia, quella che scriveranno loro.

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