EDITORIALE

Salto culturale

Enrico Sassoon

02 Luglio 2019

Salto culturale

Per molti, anche nelle organizzazioni, l’intelligenza artificiale (IA) continua a essere un oggetto strano, di cui si intravvedono le potenzialità ma che rimane abbastanza misterioso nelle sue dimensioni effettive e nelle pratiche di inserimento in azienda. Dopo lo Speciale dedicato all’IA nell’aprile scorso, abbiamo ricevuto diverse richieste di approfondimento, la maggioranza delle quali si concentrano non tanto su cosa sia l’IA in sé, quanto su come introdurla nell’organizzazione. Nelle pagine di questo numero gli interessati trovano un articolo estremamente puntuale su questo tema, quello di Fountaine, McCarthy e Saleh, che affronta in modo chiaro ed efficace modi, strumenti e tempi per costruire un’organizzazione basata sull’IA.

Il punto centrale delle loro argomentazioni è che l’aspetto tecnologico dell’intelligenza artificiale è certo di enorme importanza, ma di importanza non minore è quello culturale. Un punto di vista che può sorprendere ma che è invece perfettamente logico. In prima approssimazione occorre infatti comprendere che in sé, per quanto possa sembrare iper-complessa e di difficile applicazione, questa tecnologia non è diversa dalle altre. Dati i giusti investimenti e una ragionevole dotazione di talenti, la scelta delle tecnologie e la loro applicazione può avvenire in maniera relativamente agevole. Siamo ben lontani dal poter considerare queste tecnologie come commodity, ma dovremmo comunque evitare di considerarle arcane. Il concetto di machine learning ci può spaventare ma alla fine, almeno per qualche decennio a venire, l’apprendimento automatico va considerato una risorsa non minacciosa, anzi un’opportunità.

La seconda approssimazione è altrettanto importante e consiste nel persuadere le organizzazioni che lo sforzo di investimento per far comprendere le opportunità dell’IA alle persone deve andare di pari passo con l’introduzione delle tecnologie stesse. Questo significa avere la solida consapevolezza che le persone devono tenere saldamente in mano il processo, senza resistervi e senza frapporre più che naturali timori per l’effetto dell’IA sul lavoro, sulle competenze e sull’organizzazione stessa.

Questo secondo passaggio è probabilmente più difficile da interiorizzare e da praticare. Da una parte, infatti, si può rilevare nelle organizzazioni una sorta di “dissociazione cognitiva” per cui il fatto stesso che si parli di intelligenza artificiale e di apprendimento automatico sembra quasi suggerire che queste tecnologie funzionino per contro proprio e che l’intervento umano sia al massimo di tipo accessorio; dall’altra è facile che si possa verificare una resistenza più o meno consapevole ed esplicita da parte di persone singole o interi dipartimenti che sentano messe in discussione le proprie funzioni e le proprie competenze.

Sono reazioni abbastanza naturali e non rappresentano necessariamente un rifiuto da parte dei dipendenti delle nuove potenzialità, né tantomeno una forma di “luddismo tecnologico” che nei primi tempi di introduzione dell’IA si è da più parti paventato. Ma per evitare che il processo di introduzione e applicazione dell’IA proceda tra dubbi e resistenze, è imperativo che all’attenzione alle tecnologie e ai loro rilevanti costi si accompagni una non minore attenzione alle persone e alla loro crescita culturale, individuale e collettiva.

Siamo probabilmente alle prese con un passaggio epocale dal punto di vista tecnologico e tra dieci anni il mondo produttivo potrebbe essere realmente irriconoscibile. Gli autori dell’articolo calcolano che nel prossimo decennio l’IA aggiungerà all’economia mondiale un valore attorno ai 13.000 miliardi. Ma al di là dei valori, è il panorama economico e quello delle imprese che ne sarà fortemente modificato. Condizione essenziale perché questo cambiamento avvenga al meglio è però che le organizzazioni, e le persone che le conducono e vi partecipano, tengano saldamente in mano le redini del processo.

 

Buona lettura!

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