SISTEMA MONDO

Competere nel mondo globale

Alfredo Ambrosetti

04 Ottobre 2018

In atto da diversi anni, la globalizzazione è ancora oggi nel mirino di stampa e televisione, dove si trovano affermazioni e dure critiche anche da parte di persone considerate esperte e autorevoli. La globalizzazione non è però una trama antisociale realizzata da persone intenzionate a massimizzare i propri guadagni e/o il proprio potere, bensì il risultato dei continui (per fortuna) progressi scientifici e tecnologici. Osteggiare la globalizzazione significa combattere le scoperte che ci hanno dato le automobili, gli aerei, i treni veloci e ben altro. I continui progressi scientifici e tecnologici ci consentono di allungare progressivamente la durata della vita umana, la disponibilità di farmaci di debellare malattie terribili come la tubercolosi, la poliomielite, l’ulcera e una percentuale crescente di tumori.

Un progresso, quando raggiunto, diventa una parte irreversibile della realtà che si presenta con le sue opportunità, per chi lo sa comprendere e sfruttare al meglio, e i suoi problemi, per chi non lo comprende o lo combatte. Vincere con la globalizzazione è molto impegnativo perché si tratta di una profonda rivoluzione culturale. Si può vincere anche moltissimo se si comprende cosa sia e quali sono le sue conseguenze, e se si dispone di una competenza strategica concreta e si pavimenta il terreno sul piano pratico rendendo consapevoli tutte le persone interessate.

La globalizzazione è una sfida identica per tutte le ideologie. Con la globalizzazione il teatro competitivo è l’intero mondo nel quale occorre agire o reagire in “tempo reale”.

Quando le distanze pesavano il teatro competitivo era più ristretto, si competeva in una stessa cultura. Oggi con tutte le culture. Con la globalizzazione qualsiasi istituzione, pubblica e privata, qualsiasi Comune, Provincia, Regione o Paese deve competere con qualsiasi altro e si vince solo se si riesce a dare risposte vincenti alle seguenti domande: perché un investitore, un’impresa dovrebbero investire qui anziché altrove? Perché un contribuente dovrebbe contribuire qui anziché altrove? Perché uno studente dovrebbe venire a studiare qui anziché altrove? Perché un giovane capace dovrebbe decidere di lavorare qui anziché altrove? Perché un turista dovrebbe decidere di venire qui anziché altrove?

Avere risposte convincenti a queste domande significa offrire condizioni più favorevoli di quelle offerte da altri. Purtroppo ancora oggi si sentono in Italia persone anche influenti che esprimono una grave mancanza di consapevolezza di cosa sia la realtà generata dalla globalizzazione. Per esempio, di recente si sono potute udire pesanti critiche nei confronti di imprese italiane che collocano la loro sede legale e fiscale fuori dall’Italia; critiche non meno pesanti ai pensionati che si trasferiscono in Paesi con tassazione e costo della vita inferiori, e quindi maggiori risorse economiche a disposizione, per una migliore qualità della vita. 

Sono rimasto incredulo quando ho sentito il conduttore di un noto talk show televisivo che, intervistando famiglie di pensionati trasferitisi altrove, li ha definiti “traditori della patria”. Espressione che viene spesso rivolta anche alle imprese italiane che trasferiscono le loro unità produttive altrove perché le condizioni sono più favorevoli.

Ma in realtà non aiutano il nostro Paese coloro che non hanno ancora capito niente della realtà odierna. Né tantomeno lo aiutano coloro che eleggono in posizioni con doveri decisionali importanti persone senza alcuna esperienza e competenza di strategia competitiva a livello mondiale. In questa situazione il Paese è condannato all’arretratezza.

È possibile, infatti, creare occupazione quando si è competitivi e vincenti, non quando si condannano le imprese a scelte che le rendono meno o per nulla competitive. Nel caso di delocalizzazioni che causino significative perdite di posti di lavoro occorre naturalmente varare misure che assicurino, per quanto possibile, la salvaguardia delle persone interessate. In tali casi occorre, comunque, accertare le responsabilità che hanno generato la perdita dei posti di lavoro.

Nell’apertura di uno dei Forum di settembre a Villa d’Este ho sottolineato ai presenti che “il business è volatile e per sua natura si trasferisce dove conviene maggiormente”. È dunque urgente che la classe politica (tutti i partiti indistintamente) raggiunga rapidamente la piena consapevolezza di cosa realmente sia la globalizzazione e delle sue conseguenze, traducendo tale consapevolezza in decisioni efficaci e tempestive per incrementare la competitività internazionale e la crescita del Paese. Se ciò non avverrà, la nostra classe media sarà sempre più penalizzata e aumenterà il senso di esclusione nelle parti di società che vedono diminuire il loro reddito e le opportunità per figli e nipoti.

 

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