IL LAVORO DI UNA VITA

Jhumpa Lahiri

Intervista di Alison Beard

Giugno 2022

Jhumpa Lahiri

Figlia di un bibliotecario, fin da piccola Lahiri ama leggere e scrivere. Ma frequenta l’università e quattro corsi post-laurea prima di completare la raccolta di racconti che diventerà la sua prima pubblicazione e, con sua grande sorpresa, vincerà il premio Pulitzer. Seguiranno altri racconti e dei romanzi, la maggior parte dei quali attinge alla sua esperienza di americana con origini bengalesi. Si trasferisce poi a Roma, dove comincia a scrivere e pubblicare in italiano, e a tradurre tra italiano e inglese. Insegna a Princeton e il suo nuovo libro si intitola Translating Myself and Others.

 

Come si è sentita quando L’interprete dei malanni ha vinto il Pulitzer?

È stato strano, sconcertante. Molto prematuro. Ero preoccupata che avessero sbagliato libro, perché sul mio non c'era nessuna aspettativa. Era stato pubblicato come tascabile. Ero un’autrice sconosciuta. Non era previsto nessun tour promozionale, pochissima pubblicità. Poi ha cominciato ad attirare l’attenzione della critica e io mi sono improvvisamente ritrovata a bordo di aerei e treni per partecipare a degli eventi. Ma ancora nessuno si aspettava l'attenzione che poi il Pulitzer ha suscitato.

 

In seguito ha avvertito la pressione di riprodurre quel successo?

Ciò di cui mi sono resa conto è che tre persone molto generose, che facevano parte di un comitato e credevano nel mio libro, mi avevano accordato quel riconoscimento. Questa era la mia visione perché, quando l’ho ricevuto, il premio non corrispondeva all’idea che avevo di me e del punto del mio percorso in cui mi trovavo.

 

È passata dal racconto al romanzo e poi ancora al racconto. Adesso scrive in italiano. Perché non ancorarsi a ciò che già funzionava?

Seguo semplicemente la mia ispirazione. Scrivere è una chiamata. Non ho mai pensato: Questo avrà successo? Toccherà delle corde nelle persone? Le compiacerà? Mi porterà molti lettori? È un libro che venderà? A queste cose pensano i miei editori e il mio agente, ed è il loro lavoro. Il mio è diverso. L’italiano è la lingua che a un certo punto mi ha chiamato e poi è diventata – in maniera piuttosto sorprendente, ma ora direi definitiva – la lingua della mia espressione creativa.

 

Nel suo ultimo libro scrive che la nuova lingua le permette di “sperimentare la debolezza”.

È importante non avere sempre il controllo totale, entrare in contatto con una parte di te che è ancora insicura e cercare di capire come funzionano le cose e come funzioni tu. In qualche modo gli scrittori sono sempre bambini. Le cose accadono intorno a loro ed essi osservano, reagiscono, sono vulnerabili. Una lingua diversa ti permette di capire che cosa dai per scontato e che cosa non puoi dare per scontato: lavori in una condizione di svantaggio. Metti in questione tutto ciò che dici e questo non è necessariamente negativo. Ti permette di vedere in modo diverso, con uno spirito diverso, uno stato mentale differente. È questo che sento quando scrivo in italiano: un rapporto diverso con la realtà. Ovunque mi trovi mi sentirò sempre un’outsider ed questo che continuo a esplorare nel mio lavoro e nella mia vita. La traduzione è un modo di insistere su questo poiché sei sempre al di fuori del testo.

 

Quali sono stati i rapporti professionali più importanti per lei?

Penso che l’influenza più profonda sia quella degli scrittori che conosco soltanto attraverso i loro lavori. In questo momento sono seduta nel mio studio e guardo la mia libreria. Guardo Čechov e Virginia Woolf e Dante e Orazio e Joyce. Sono questi i rapporti che hanno fatto di me una scrittrice e un’insegnante, e senza di loro non ci sarebbero rapporti con redattori, editori o agenti.

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